Nella giornata internazionale di lotta all’AIDS, introdotta per la prima volta nel 1988, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) e l'Ufficio regionale dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa rivelano un dato inquietante. Secondo i dati diffusi, la diagnosi arriva in ritardo per una donna su due, rappresentando circa un terzo delle 141.000 nuove diagnosi registrate. In particolare, le pazienti sulla quarantina sono più a rischio di incappare in una diagnosi quando sono già in una fase avanzata dell'infezione da Hiv ed il loro sistema immunitario sta già iniziando a cedere. Un problema persistente di diagnosi tardiva che caratterizza il 54% dei casi noti tra le donne, sottolineano i ricercatori. Spostando lo sguardo in Italia, questi dati risultano in linea con il Centro operativo AIDS (Coa), dell’Istituto superiore di sanità,  che indica come nel 2018, siano state riportate 2.847 nuove diagnosi di infezione da HIV, pari a 4,7 nuovi casi per 100.000 residenti. Tra le Regioni con un numero di abitanti superiore al milione e mezzo le incidenze più alte sono state registrate in Lazio, Toscana e Liguria.

“In generale, il ritardo diagnostico nelle infezioni a trasmissione sessuale, – spiega Elisabetta Canitano, ginecologa e Presidente dell’associazione Vita di Donna, che fornisce gratis, all’interno della Casa Internazionale delle Donne, a Roma, consulenze ed assistenza per qualsiasi problema di salute della donna – è legato ad un problema culturale e di moralismo. Nei paesi anglosassoni, come anche nel nord Europa, per esempio, nei centri per le malattie sessualmente trasmesse si va normalmente, senza alcun retaggio. I medici, in alcuni casi, chiedono alla paziente se possono contattare i precedenti partner, per provare a capire la provenienza dell’infezione. Anche per altre infezioni sessualmente trasmissibili, gli screening approfonditi sono di comune utilizzo. La prevenzione è una cosa seria, e deve essere semplice. In Italia, al massimo, si fanno degli screening una tantum, le cosiddette ‘settimane delle malattie sessualmente trasmesse’.”

Secondo l’Unaids – il programma delle Nazioni Unite che si occupa della malattia – nel mondo 770mila persone hanno perso la vita a causa del virus. Dall’esplosione della malattia nel 1982 ad oggi, nel mondo circa 320 bambini ed adolescenti muoiono ogni giorno per cause legate all’AIDS, 13 bambini muoiono ogni ora, secondo il rapporto di sintesi su HIV-AIDS e infanzia lanciato nel mese di novembre 2019 dall’UNICEF. In Italia sono stati segnalati 70mila casi di Aids. A trentasette anni di distanza, se, da un lato, le terapie e le cure hanno fatto passi da gigante, la percezione della malattia a livello culturale e politico non si è ancora evoluta. L'Italia si pone appena al di sotto della media europea dove si registrano 5,3 contagi ogni 100mila abitanti.

In Europa, sottolinea ancora il rapporto Ecdc-Oms,  il 14% di chi è infetto non sa di esserlo e il 64% delle diagnosi tardive arriva dopo i 50 anni. L’Italia, come Grecia, Portogallo e Germania, risulta essere tra i posti dove le diagnosi arrivano troppo tardi rispetto al momento in cui è stata contratta la malattia, complicando anche l'efficacia della terapia farmacologica.

“Si può solo ipotizzare, ma è chiaro che il sistema attuale di testing sta fallendo con le donne. – continua Canitano – La diagnosi e la terapia andrebbero inserite nelle attività di ogni struttura. Le donne ricevono una diagnosi tardiva perché fanno più fatica a denunciare un’attività sessuale promiscua. Più invecchiano, più aumenta la vergogna di essere a rischio di malattie. Diventa un loop delle cose non dette: il medico non chiede sul rapporto sessuale per moralismo, la donna non dice. Il fattore di rischio è sempre presente. Proprio per questo l’Organizzazione mondiale della sanità  sin dal 1990 ha raccomandato un approccio sindromico per la diagnosi e la terapia delle infezioni trasmesse sessualmente. Un approccio che risulta più accurato della diagnosi basata sul solo giudizio clinico. Basta pensare, poi, che, attualmente, per fare educazione sanitaria e all’affettività nelle scuole bisogna chiedere il permesso ai genitori, non è quindi curriculare. Esiste tutta una categoria di famiglie che ritengono un abuso, una violazione del diritto ad educare i propri figli come credono, il dare informazioni sulla prevenzione.”

La Lega italiana per la lotta contro l’Aids (Lila), denuncia proprio la disinformazione sull’argomento: dalle modalità di trasmissione del virus, alle prospettive di vita delle persone con Hiv. L’unica legge che regola in Italia la prevenzione è la n.135 del 1990 che se, per un verso, protegge e tutela le persone sieropositive dalle discriminazioni sul lavoro, dall’altro manca di aggiornamento esponendole a rischi.

“Troppe persone che vivono con l'HIV non sono ancora consapevoli del loro status – afferma Vytenis Andriukaitis, commissario europeo per la salute e la sicurezza alimentare – È tanto più importante, quindi, che i servizi di sanità pubblica supportino un facile accesso ai test e un rapido collegamento con le cure, in particolare per quelli a rischio di HIV.”

UNAIDS ha deciso di dedicare questo primo dicembre al ruolo cruciale svolto dalle community nella risposta all’AIDS e nella difesa dei diritti delle persone che convivono con il virus. Nel documento, il Programma delle Nazioni Unite spiega come in tutto il mondo, le organizzazioni guidate dalle persone che vivono con l’HIV stiano difendendo i diritti umani, fornendo servizi per la prevenzione, trattamenti, cure e supporto per i propri pari. Le community hanno contribuito ad assicurare che nel mondo il numero di persone in terapia sia salito a ventitré milioni (dati 2018) e stanno aiutando le persone a reclamare i loro diritti, compreso il diritto ad avere accesso a servizi sanitari e sociali liberi dallo stigma.