Scomparsa lo scorso novembre 2012 all'età di 84 anni, Gae Aulenti rappresenta una delle figure centrali della ricerca architettonica della nostra storia contemporanea. Famosa per i suoi interventi prettamente urbanistici e architettonici, Gae Aulenti, nel corso della sua carriera professionale, seppe spaziare tra arredamento, design, progettazione degli spazi, architettura d’interni, allestimenti di mostre, showroom e scenografie teatrali.

Maestra della linea, la Aulenti si è distinta nel campo dell’allestimento e del restauro architettonico, nell’architettura d’interni, specializzandosi in design industriale, e in campo urbanistico. Allieva di Ernesto Nathan Rogers, aveva ereditato pienamente il suo insegnamento, al punto da considerare arredamento e urbanistica come gli estremi dell’attività di un architetto moderno. Non a caso l’attività della ‘Signora dell’Architettura’ ruotava attorno a queste due polarità, ottenendo riconoscimenti in entrambi i campi, dall’architettura, al design e alla progettazione degli spazi.

Musée d' Orsay – Parigi (1980–1986), Gae Aulenti. Foto Mimmo Jodice
in foto: Musée d' Orsay – Parigi (1980–1986), Gae Aulenti. Foto Mimmo Jodice

Alla fine degli anni '60, l'architetto e designer italiana firmava due negozi, a Parigi e Buenos Aires, e cominciava così a far conoscere nel mondo il suo nome e il suo stile, associandolo a una delle aziende più illuminate del tempo, l'Olivetti. Designer di grido, divenne scenografa di Luca Ronconi, costumista per il Wozzeck di Alban Berg alla Scala, musa di Karlheinz Stockhausen (scene e costumi per la prima del Donnerstag aus licht) e alla fine venne promossa “interior decorator” di casa Agnelli. Severa e rigorosa, maschile nei tratti, i capelli tagliati come quelli dell’Auriga di Delfi, in Francia la chiamavano la “Magicienne des formes”, miscelatrice di simmetrie e asimmetrie. ‘Dal particolare al generale, dal cucchiaio alla città' era il motto del maestro Ernesto Nathan Rogers, e lo fece suo.

Gae Aulenti, Musée d' Orsay – Parigi (1980–1986). Foto di Mimmo Jodice
in foto: Gae Aulenti, Musée d' Orsay – Parigi (1980–1986). Foto di Mimmo Jodice

Se gli esordi furono entusiasmanti, nei momenti successivi della sua ricerca si registrano alcune fasi alterne. Negli anni ’60 e ’70 il suo lavoro fece scuola sia nell’interior design (gli showroom Olivetti a Parigi e Buenos Aires intese come piazze per incontrarsi, la casa pop per Agnelli, lo scenografico e picassiano allestimento per la XIII Tiennale), sia negli allestimenti teatrali e nel prodotto industriale. Negli anni ’80 a Parigi, con la riqualificazione della Gare D’Orsay e poi con l’allestimento del Museo d’Arte Moderna all’interno del Centre Pompidou, ottenne grandi riconoscimenti internazionali che la porteranno a operare in tutto il mondo, da Barcellona a San Francisco, a Tokyo. Ma gli esiti parigini furono in fondo poco convincenti: per eccesso di formalismi e sovrabbondanza di materiali il primo, per aver negato il senso dello spazio e le sue prerogative di fluidità e flessibilità nel Beaubourg. Perfino il Presidente della Repubblica François Mitterrand, che, a quanto si dice, caldeggiò apertamente la sua partecipazione, se ne rese conto: «Mi sembra che la decorazione abbia preso il sopravvento sul contenuto», commentò visitando il museo qualche tempo prima dell’inaugurazione. Risultano appena corretti i restauri, inoltre, di Palazzo Branciforte a Palermo e di Palazzo Grassi a Venezia, le sistemazioni di spazi urbani connesse con le reti infrastrutturali di Firenze Santa Maria Novella e della Metropolitana di Napoli.

Un quadro è chiuso in un museo: sta a me scegliere se voglio andarlo a vedere. Un’architettura invece la devo frequentare, usare, visitare, percorrere: per questo motivo la critica può essere molto più forte e molto più pertinente. (Gae Aulenti)

1964_Locus Solus da giardino – Poltronova
in foto: 1964_Locus Solus da giardino – Poltronova

La mostra alla Triennale prende invece in esame in particolare gli oggetti di design di Gae Aulenti, che segnano un lungo percorso mai interrotto durante la sua carriera professionale. Ha affermato Silvana Annicchiarico, direttore del Triennale Design Museum: «Triennale di Milano e Triennale Design Museum negli ultimi anni hanno avviato un percorso di promozione e valorizzazione dei maestri del design e della architettura italiani con una serie di mostre e iniziative specifiche. Dal 2003 Gae Aulenti è stata protagonista della mostra itinerante Maestri del design italiano presentata al Grand Hornu in Belgio, a Tokyo, Osaka, Hong Kong e Mosca e nel 2012 è stata insignita dalla Triennale della Medaglia d'Oro alla carriera. Oggi è protagonista di un omaggio volto a ricordare un aspetto meno valorizzato della sua progettazione, rispetto agli interventi in campo urbanistico, alle architetture e ai progetti di allestimento: il design.».

Lampada Pipistrello, Gae Aulenti, 1965–Martinelli
in foto: Lampada Pipistrello, Gae Aulenti, 1965–Martinelli

La mostra, a cura di Vanni Pasca, costituisce una rassegna di lavori realizzati dal 1962 al 1998, incorniciata nell’allestimento a firma dello studio Gae Aulenti Architetti Associati. In scena gli oggetti di design che rappresentano al meglio il modus operandi dell’architetto milanese e la sua visione. Dai primi oggetti come la Sgarsul (1962), rilettura di una poltrona a dondolo, secco incrocio di due ellissi in legno curvato, o i mobili Locus Solus (1964) in cui viene piegato non il legno ma il tubolare metallico. Appartengono a quella fase, influenzata da Rogers, in cui il design italiano cerca una strada autonoma, superando il paradigma razionalista con la rilettura della tradizione viennese, promuovendo così quella cultura dell’abitare che si delinea negli anni ‘60.  Gae Aulenti esplora le potenzialità linguistiche relative a una fuoruscita dai rigori del funzionalismo, ma lo fa sempre con una ricerca progettuale controllata attraverso l’uso attento delle geometrie.

Nella mostra viene ripercorsa la storia progettuale di Gae Aulenti, capace di guardare al razionalismo e al good design attraverso la lente del Neoliberty e dell'Art Deco e di reinventarli con eleganza (si pensi alla Pipistrello o allo Sgarsul) ma anche capace di recuperare con ironia la pratica dell'assemblage e la lezione delle avanguardie, come nel Tavolo con ruote. (Silvana Annichiarico)

Tavolo con ruote, Gae Aulenti 1980 – FontanaArte
in foto: Tavolo con ruote, Gae Aulenti 1980 – FontanaArte

La mostra prosegue con una serie di oggetti, molti dei quali diventati icone. Per ricordarne alcuni, quelli dove la razionalità si incrocia con la cultura pop: una serie di lampade come la Pipistrello (1965), Ruspa e Rimorchiatore (1967) o Tavolo con ruote (1980), dove applica al piano rettangolare in vetro quattro ruote di bicicletta, a movimento libero, in un’operazione di sincretismo tecnologico e formale che non solo si riallaccia alla pratica del ready made, ma che svela la sua attrazione intrinseca per ciò che è tondo, curvo e circolare. Fino alla riapertura del dialogo con il vetro soffiato come nella lampada Parola (con P. Castiglioni, 1980) o i vasi per Venini (1995).

Lampada Ruspa, Gae Aulenti 1967–Martinelli
in foto: Lampada Ruspa, Gae Aulenti 1967–Martinelli

L'esposizione inoltre vuole documentare il suo lavoro di designer anche per quanto riguarda l’attenzione ai progetti sistemici: per esempio la Triennale del 1964 dedicata al Tempo libero dove le figure femminili in corsa di Pablo Picasso diventano metafora di una trasformazione epocale degli stili di vita; la mitica Casa del collezionista a Milano (1969); o i lavori per il teatro, uno per tutti la splendida scenografia de Il viaggio a Reims di Rossini, dove l’articolazione volumetrica del palcoscenico si incrocia con l’irruzione del corteo nuziale dalla piazza esterna nel teatro.

Lavorando per il teatro ho capito il valore dell’azione per l’architettura: anche nell’allestimento del Museo d’Orsay entra il concetto di azione, nei percorsi, nei passaggi da uno spazio all’altro, nei viali. Un’idea di tempo, oltre che di spazio. (Gae Aulenti)

I progetti di Gae Aulenti raccontano di un modo di concepire il lavoro dell’architetto proprio di una stagione della cultura italiana. Lavoro dell’architetto che, per i propri stessi presupposti, non può prescindere da un rapporto con ogni aspetto dell’esistenza umana, e, dunque, anche dell’abitare: ecco perché gli oggetti che la Aulenti ha ideato per i propri allestimenti non si possono correttamente definire oggetti di design ma si collocano invariabilmente, indipendentemente dalle loro dimensioni, come progetti di architettura.

Stazioni "Museo" della Linea 1 della Metropolitana e riqualificazione di Piazza Cavour, Napoli (1999–2001), Gae Aulenti. Foto di Guidolotti
in foto: Stazioni "Museo" della Linea 1 della Metropolitana e riqualificazione di Piazza Cavour, Napoli (1999–2001), Gae Aulenti. Foto di Guidolotti

I suoi lavori sono frutto di un processo creativo originale e colto, di una strategica scelta dei temi e della committenza, optando per un approccio selettivo e concreto al tempo stesso. Il processo di rielaborazione delle valenze morfologiche e costruttive dei modelli razionalisti  le ha consentito di definire una inconfondibile cifra distintiva che coniuga principi d’ordine e libertà espressiva, contaminazioni e contrapposizioni, valore emozionale  e rigore geometrico, astrazione e contesto.