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Senza fiato di Birthh: “Di musica non vivo ma rende tollerabile il dolore. Dormo sui divani e ci investo tutto”

Birthh ha pubblicato l’ultimo album “Senza fiato”, che la conferma come una delle migliori cantautrici italiane. In questa intervista ne racconta la genesi, il passaggio tra New York e l’Italia, le difficoltà di vivere di musica.
Birthh – ph Tommaso Biagetti
Birthh – ph Tommaso Biagetti

Birthh è una delle cantautrici che dimostra che la musica italiana, oggi, ha ancora qualcosa da dire. Le cantautrici continuano a essere una delle risorse più importanti per la canzone, oggi. Musica senza confini, che vanno oltre la playlist, usandone il concetto di varietà di generi, ma trovando un'identità forte. Birthh – al secolo Alice Bisi – vive una condizione di precarietà, di stanza a New York, da quando rimase bloccata per il Covid, ma è in Italia per preparare il tour, dormendo a casa di amici. Da poco è uscito il nuovo album "Senza Fiato" che racconta proprio questa vita in viaggio, tra l'asfalto della Grande Mela e le colline dell'Italia. E lo fa per la prima volta in italiano, scelta che l'ha costretta a ripesare il suo modo di scrivere. In questa intervista Birthh racconta proprio questa nuova dimensione, ma anche le difficoltà, oggi, del fare musica, anche quando sei considerata una speranza della musica italiana. Non c'è alcuna ricerca di riscatto da parte della cantautrice, ma solo la voglia di scrivere belle canzoni e far sì che di musica riesca a vivere.

Senti, l'ultima volta ci siamo sentiti mi dicesti che stavi cercando un posto nel mondo. Ti chiedo a che punto sei, perché in parte l'album ne parla.

Al punto in cui ho capito che il posto nel mondo è una cosa che si deve trovare dentro di sé, forse, prima ancora che all'esterno. Questo disco mi ha aiutato molto a definire che cosa voglia dire uno spazio, anche solamente a livello emotivo, in cui io sto bene e mi sento a casa. Mi ha aiutato a crescere e a capire che casa, alla fine della fiera, sono le mie due gambe. Anche se ci si sente alieni un po' dappertutto, l'importante è non sentirsi alieni con se stessi.

Sì, infatti è quello che racconti anche in "Little Rat", in qualche modo: questo sentirsi alieni sempre. Qual è la differenza tra New York e la provincia o anche a Milano?

Io sono cresciuta nella frazione della provincia, quindi sicuramente c'è un grande divario a tutti i livelli. La cosa che mi ha affascinato molto di New York, e il motivo per cui ho deciso di trasferirmi, è il fatto che è una città che non giudica. Anche se hai un'idea veramente pazza, trovi sempre almeno una o due persone che ti dicono: "Sì, facciamolo". Penso che questa cosa sia molto importante perché l'arte è fatta di rischio, ma forse anche il vivere bene è fatto di prendersi rischi, di farsi domande a cui magari non riesci subito a dare una risposta, ed è fatta di tantissimi sbagli. La crescita personale, la crescita artistica e il cercare di star bene passano da tanti errori. Secondo me la cultura italiana, e la cultura della provincia in generale in cui tutti si conoscono, esprime molto più giudizio su ciò che fanno gli altri, si parla molto di più. A New York, invece, non gliene frega niente a nessuno. Poi, certo, c'è anche il lato opposto, è una città che ti lascia molto da sola.

Nel senso che rischi di perdere il punto di riferimento?

Sì, nel senso che se sei per strada e ti viene un malore, non è detto che le persone si fermino, perché lì tutto è normalizzato, anche gli estremi. New York è una città fatta di estremi anche a livello di classe sociale. Essendo la capitale del capitalismo, perlomeno occidentale, si percepisce molto questo divario pazzesco fra gli ultra ricchi e le persone che dormono per strada.

Mamdani ha cambiato qualcosa?

Il mio primo voto da cittadina americana l'ho dato a lui. Io lo trovo veramente capace e penso che stia facendo tante belle cose. Ovvio che è comunque il sindaco di una città, quindi ha i suoi limiti, però tutte le cose che si era prefissato di fare le ha fatte.

Senti, oggi la musica ti ha regalato una sorta di riscatto?

Non so se ho mai sentito l'esigenza di avere un riscatto, in primis. La musica mi ha dato una ragione di vita, forse più che un riscatto. La musica e la bellezza in generale, che poi si espande a tante altre cose, mi hanno dato una ragione per cui lottare in un periodo storico in cui non è semplice trovare la motivazione. Ci sono talmente tante cose che vanno male e talmente poche cose che si possono fare effettivamente a livello individuale, che diventa difficile. Secondo me ci sono varie reazioni a questa situazione: una delle più comuni in questo momento è distrarsi, l'assuefarsi il più possibile. È una cosa che comprendo, e invece penso che la musica abbia la grandissima capacità e il potere di catturare tutto lo spettro delle emozioni umane e di trovare la bellezza all'interno di esse, rendendo tollerabile anche il dolore.

Ovvero?

Dal momento in cui riesci a rendere tollerabile il dolore, riesci a vivere nel presente in modo molto più semplice, per quanto possa essere semplice. Questa è la cosa principale che mi ha dato la musica, oltre al fatto che mi diverto tantissimo. Questa settimana che sono qua con i ragazzi a suonare mi capita di dire: "Caspita, ma la vita è proprio bella". E non è un tipo di ragionamento che faccio spesso, purtroppo.

In che modo cambiare lingua nella scrittura influenza la musica che fai e i pensieri che riesci a mettere nero su bianco?

Influenza tanto. Da un punto di vista musicale, io ho sempre una sorta di bussola: la musica che faccio deve sempre avere degli equilibri specifici fra vari opposti ed estremi, perché è il modo in cui io vivo e assorbo la vita, e di conseguenza è il modo in cui mi viene da riportarla nelle mie canzoni. Nel momento in cui si cambia lingua, passando dall'inglese – che è una lingua molto fredda a livello sonoro – all'italiano, che è una lingua molto calda proprio a livello sonoro, anche il sound design affiancato per creare quell'equilibrio deve essere diverso. Se nei dischi precedenti c'era molto più calore in alcune produzioni, in questo c'è tanta New York nella musica. Per me questi opposti vengono rappresentati da New York e dall'Italia.

In che modo?

New York è l'asfalto e la città; l'Italia sono le colline su cui sono cresciuta, il sole e il mare. Queste cose dialogano, ma con la lingua italiana lo fanno in modo diverso. Mi sono buttata molto sulle melodie italiane, però anche molto sul rap e con tanto asfalto, soprattutto nella prima parte del disco, che poi si schiarisce sempre di più.

E dal punto di vista dei pensieri?

Dal quel punto di vista, invece, ho dovuto proprio imparare di nuovo a prestare attenzione alla vita scrivendo in italiano. L'italiano è una lingua che necessita di immagini per esprimersi, e devono essere immagini personali, non generiche, altrimenti il testo non ti prende. Per fare questo ho dovuto ritrovare la poetica nella vita in un modo molto più tangibile. È stato bello e molto emozionante, forse la cosa che mi ha stupito di più dello scrivere in italiano.

A livello sonoro, invece, come è cambiato il lavoro? C'è Chef P che ti ha dato sicuramente l'asfalto, inteso come il rap, però è un album che affronta varie sonorità. Come ci avete lavorato?

Io sono partita dalla scrittura in italiano dovendo ripartire da zero su tutto a livello di produzione e di sound design, perché avevamo bisogno di equilibri diversi. La prima fase è stata di sperimentazione, in cui ho fatto solo quello che volevo fare. Mi mettevo al computer, a volte senza neanche un'idea di dove sarei andata a parare, mossa solo da un impulso emotivo. Da lì sono venute fuori "Senza fiato", poi "Inferno", "Bene da sola", "Più in alto" e "Canyon". Questi cinque brani erano tutti veramente molto diversi tra loro, però era esattamente quello che volevo fare, ed è anche una rappresentazione dei miei ascolti che sono molto vari. Una volta arrivata a queste tracce, che mi convincevano tutte, mi sono chiesta se ci fosse un modo per unirle in un disco unico.

E lo hai fatto anche insieme a Veronica Carotta.

Sì, mi ha aiutato anche a scrivere i testi, abbiamo guardato i brani che avevamo, abbiamo fatto una sorta di tracklist e abbiamo individuato i punti di connessione mancanti. Da lì abbiamo scritto canzoni mirate per coprire le tessere mancanti, sia da un punto di vista sonoro sia tematico, creando un arco narrativo all'interno del disco che potesse giustificare la coesistenza di questi opposti, che sento molto forti dentro di me.

Birthh – ph Jeff Harris
Birthh – ph Jeff Harris

E le produzioni?

All'incirca al 60-70% c'erano già a livello di sound design; "Little Rat", ad esempio, è rimasta molto simile alla demo, così come tante altre. Con Chef P, invece, abbiamo fatto un lavoro in studio sia di sottrazione – perché io tendo a essere un po' massimalista – sia di ricerca dei suoni giusti per compattare tutto. Ci siamo limitati nell'uso delle macchine: in studio abbiamo usato tantissimo il Jupiter-X per quasi tutto, sia per l'808 sia per i synth. Abbiamo fatto un lavoro di questo tipo, anche se poi i brani sono diversi e hanno esigenze proprie. È stato un processo che è partito sempre dall'istinto di fare una cosa che mi piaceva, senza lo scopo preciso di seguire un genere o un suono prestabilito. Poi io nasco chitarrista, quindi a volte mi viene da fare la cosa più chitarrosa, mentre altre volte parto dal beat; dipende un po' da come mi sento.

Di musica riesci a vivere?

Non ancora, ma spero che questo sia l'anno in cui mi sblocco.

E quindi fai ancora altre cose?

Ho lavorato come guardarobiera per un sacco di anni. In questo momento mi sto dedicando al 100% alla musica. Riesco a vivere nel senso che sono in vita e continuo a farla a tempo pieno, però sono un po' vagabonda in giro per divani.

A volte manca il fiato, altre volte ti senti libera, mettiamola così.

In generale mi sento sempre libera, anche se mi manca il fiato, perché sto facendo quello che voglio fare. Il tema in questo momento è quanto tutto ciò possa essere sostenibile. Questo è un periodo in cui sto investendo tutto quello che ho: tempo, soldi, risparmi dei lavori precedenti, e anche l'anticipo che dà l'etichetta. Investo tutto per cercare di rendere la musica sostenibile a livello economico, per poter pagare un affitto, fare la spesa o magari andare fuori a cena ogni tanto e offrirla ai miei amici.

Certo, questo è interessante perché parliamo di un'artista che ha una sua visibilità. Questa è una dimostrazione di come l'industria discografica…

Praticamente tutti gli artisti che conosco sono nella mia stessa posizione, anche artisti più grandi con numeri maggiori, così come artisti più piccoli. Il tema è questo: in questo momento storico in generale, sia che tu faccia musica o altro, se non hai genitori che ti possono sostenere economicamente è difficile. Io non ho questa fortuna; i miei mi sostengono a livello emotivo, ma non economico. Gli artisti che conosco che riescono a vivere di musica al 100% e hanno casa propria, è perché hanno avuto la fortuna di avere una famiglia che poteva sostenerli. E va benissimo, è solo un discorso di fortuna alla fine, non penso neanche sia una responsabilità individuale nel contesto di questo momento storico.

L'ultima volta che ci siamo intravisti, in un caos totale, è stato a Sanremo. Che sensazione ti dà quel posto?

Sanremo è stato un bel circo, se mi passi il termine,

È il più giusto per raccontarlo…

Io mi sono divertita, ma è stato molto strano essere al festival della musica italiana e sentire parlare così poco di musica. Sono tutti esauriti, c'è un caos incredibile, a volte giustificato e a volte no. La percezione che ho avuto io da fuori, alla mia prima volta, è che siamo tutti lì a fare una cosa che in teoria dovremmo amare fare, poi c'è il mare vicino… forse non è necessario prendere tutte queste cose extra-musicali così sul serio.

Bisognerebbe concentrarsi più sulla musica?

Io prendo la qualità della musica estremamente sul serio, ma mi sembra che a Sanremo non sia questo ciò che viene messo al centro. Ci sono una serie di dinamiche che faccio fatica a capire, anche per un mio limite personale, perché non mi interessa particolarmente essere famosa; non è una cosa che mi accende. Ci sono persone che invece vengono accese da questo, e va benissimo, l'importante è fare belle canzoni. Poi è strano, sembra quasi di stare allo zoo per il modo in cui le persone interagiscono con gli artisti fuori dagli hotel. È tutto veramente particolare, però io mi sono divertita perché ho suonato, ho fatto Superluna, e a me piace suonare e parlare con le persone.

La macchina promozionale è serratissima. Tu come vivi il rapporto con il pubblico: ti fermano per una foto o un selfie?

Sì, mi è capitato e devo dire che è molto carino, è una cosa che mi fa sempre piacere.

Cosa hai imparato scrivendo questo album?

Ho imparato tantissimo, non saprei neanche da dove iniziare. Di fatto, per me ogni brano di questo album è un pezzettino di consapevolezza che ho acquisito, perché scrivere è il modo in cui processo le mie emozioni e le cose che mi circondano. Se devo darti una risposta un pochino più mirata e sintetica, ho imparato prima di tutto che casa è un sentire interiore. Non solo quello, perché adesso che non ho una casa fissa sto apprendendo il valore di avere un luogo fisico in cui stare raccolti e da soli, però tutto parte dall'interno. Ho anche imparato che tanti problemi che sento di avere in realtà sono condivisi dalla mia generazione, e secondo me non solo da questa. E poi ho imparato che spero che la bellezza vincerà su tutto. Ho imparato che c'è qualcosa per cui lottare. Il resto è tutto nel disco.

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