Ci sono omicidi che non andrebbero mai dimenticati, piegati nel portafoglio, appuntati sulla giacca, tenuti sul comodino o lasciati per terra nel corridoio che percorriamo tutti i giorni. Ci sono omicidi che dobbiamo ricordarci di ricordare per non lasciare aperta la porta alla normalizzazione su cui le mani ricostruiscono ogni volta il proprio impero sociale, economico e criminale. A me il morto che non si leva mai dalla testa, io che di morti ne ho visti e ancora di più ne ho scritto, è Giuseppe Di Matteo, il figlio quindicenne del pentito Santino strangolato e poi sciolto nell'acido dopo 779 giorni di prigionia. Era l'11 gennaio del 1996.

Giuseppe Di Matteo era un bambino di tredici anni innamorato dei cavalli quando venne prelevato dal maneggio di San Giuseppe Jato da sei mafiosi travestiti da poliziotti. "Ti portiamo da tuo padre" gli hanno detto caricandolo su un furgoncino. "E perché mi dovete legare?", chiede lui. E lì, come racconta il pentito Spatuzza, "abbiamo perso l’ultimo pizzico di umanità". 779 giorni di prigionia perché il padre Giuseppe, Santino Di Matteo, macellaio impiegato al macello comunale di Altofonte ma soprattutto mafioso, aveva deciso di collaborare con la giustizia raccontando i dettagli dell'uccisione del giudice Paolo Borsellino. "Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi" disse Spatuzza.

Ma è una morte da tenere a memoria, da infilzarsi nel cuore e nel cervello per andarsela a rileggere ogni volta che qualcuno ciclicamente prova a riutilizzare la bugia dell'etica di Cosa Nostra, ogni volta che qualcuno cerca di convincervi che le mafie siano il male minore di un Paese comunque delinquenziale e corrotto. E forse le parole peggiori, che grondano sangue, sono proprio quelle di uno degli assassini (per l'omicidio sono stati condannati come esecutori materiali Vincenzo Chiodo, Salvatore Brusca e Giuseppe Monticciolo oltre che la cupola mafiosa). Ecco cose mise a verbale Chiodo

«Allora io ho detto al bambino – io ero ancora incappucciato – ho detto al bambino di mettersi in un angolo cioè vicino al letto, quasi ai piedi del letto, in un angolo con le braccia alzate e con la faccia al muro. Allora il bambino, per come io gli ho detto, si è messo di fronte il muro, diciamo, a faccia al muro. Io ci sono andato da dietro, ci ho messo la corda al collo. Tirandolo con uno sbalzo forte, me lo sono tirato indietro e l'ho appoggiato a terra. Enzo Brusca si è messo sopra le braccia inchiodandolo in questa maniera (incrocia le braccia) e Monticciolo si è messo sulle gambe del bambino per evitare che si muoveva. Nel momento della aggressione che io ho buttato il bambino giù e Monticciolo si stava avviando per tenere le gambe, gli dice "mi dispiace", rivolto al bambino, "tuo papà ha fatto il cornuto". Nello stesso momento o subito dopo Enzo Brusca dice "ti dovevo guardare meglio degli occhi miei", dice, "eppure chi lo doveva dire?", queste sono state le parole diciamo al bambino.
Io mi ricordo il bambino, cioè me lo ricordo quasi giornalmente la faccia, diciamo, mi ricordo sempre, ce l'ho sempre davanti agli occhi. …Il bambino non ha capito niente, perché non se l'aspettava, non si aspettava niente e poi il bambino ormai non era.. come voglio dire, non aveva la reazione più di un bambino, sembrava molle, … anche se non ci mancava mangiare, non ci mancava niente, ma sicuramente.. non lo so, mancanza di libertà, il bambino diciamo era molto molle, era tenero, sembrava fatto di burro…, cioè questo, il bambino penso che non ha capito niente, neanche lui ha capito, dice: sto morendo, penso non l'abbia neanche capito. Il bambino ha fatto solo uno sbalzo di reazione, uno solo e lento, ha fatto solo quello e poi non si è mosso più, solo gli occhi, cioè girava gli occhi …»

21 anni fa Cosa Nostra strangolò e sciolse nell'acido un bambino innocente. Ricordiamoci di ricordare, dice un vecchio adagio. Ci sono conati che seppur disgustosi non ci possiamo permettere di ricacciare in gola.