Teresa Potenza a Belve Crime, chi è l’ex moglie del boss che ha sfidato la mafia foggiana per salvare il figlio

Dopo una vita fatta di torture e violenze, Teresa Potenza è stata la prima donna ad avere il coraggio di sfidare la mafia foggiana e di diventare testimone di giustizia.
L'ex moglie di uno dei boss più influenti della mafia di Cerignola Giuseppe Mastrangelo, detto ‘u cecato', sarà una degli ospiti della puntata di oggi, martedì 19 maggio, di Belve Crime, il programma condotto da Francesca Fagnani in onda su Rai 2.
Nell'intervista ha raccontato gli anni passati accanto al capomafia, condannato a tre ergastoli per quattro omicidi e ad altri 30 anni per associazione mafiosa, droga ed estorsione anche grazie alle sue dichiarazioni. Per tutta la durata della relazione Potenza è stata costretta a subire violenze, torture e umiliazioni.
"Vuoi essere violentata dai miei amici o ti faccio uno sfregio sul viso?"
“Una sera mi portò in aperta campagna, mi mise la pistola in bocca poi in testa, mi prese per i capelli, mi urinò in faccia e mi disse: tu che vuoi scappare da me meriti questo. Ora scegli: vuoi essere violentata dai miei amici o ti faccio uno sfregio sul viso?”, ha ricordato.
In un'altra occasione Mastrangelo le confessò uno dei delitti simbolo della guerra di mafia di Cerignola: il triplice omicidio di ragazzi poco più che ventenni, uccisi e fatti sparire solo perché visti in un bar con esponenti di un clan rivale.
La testimone ha detto di non riuscire a dimenticare quel racconto: "Diceva: ‘Loro piangevano, gridavano come conigli. Uno ha visto morire l’altro'".
La sua testimonianza è stata decisiva per il processo Cartagine
La testimonianza di Teresa Potenza sono state decisive per il processo Cartagine, la maxi inchiesta che negli anni '90 è riuscita a infliggere un primo durissimo colpo alla mafia di Cerignola, con l’arresto di decine di persone, tra cui boss e ‘capi-bastone’ della mala ofantina dell’epoca.

"Sono una vittima mancata di lupara bianca", ha raccontato ancora Potenza, spiegando di aver temuto più volte di morire. "Una sera Mastrangelo mi mise la pistola in bocca, poi alla testa. – ricorda – Lui era molto esaltato, fatto di cocaina, era fuori di sé. Lui diceva: io sono Dio, io decido chi vive e chi muore qui. Tu non sai cosa ho insegnato io ai ragazzi sotto di me. Io ho insegnato come si ammazzano le persone, io ho insegnato come si seppelliscono le persone”.
La scelta di collaborare con i magistrati: "L'ho fatto per mio figlio"
La svolta nella vita della donna è arrivata quando ha deciso di fuggire, dopo essere stata sequestrata per settimane dal boss mentre era incinta del figlio di Mastrangelo. Proprio per il bambini Potenza ha voluto rompere per la prima volta il muro di omertà della mafia foggiana.
Da qui la decisione di collaborare con i magistrati e raccontare, da testimone innocente, quanto aveva visto negli anni trascorsi accanto al boss: "L’ho fatto per dare la possibilità a mio figlio di crescere libero”.
La battaglia per essere riconosciuta vittima innocente di mafia in vita
Anche se, nonostante il ruolo cruciale svolto nelle indagini e nelle condanne, Potenza in passato ha denunciato la mancanza di tutele adeguate e l’isolamento seguito alla sua collaborazione con lo Stato.
Come ricorda FoggiaToday, la donna si sta battendo per vedersi riconosciuto lo status di “vittima innocente di mafia in vita”, che le garantirebbe la concessione di tutele previste dalla Legge 302/1990 e del conseguente diritto al percepimento dei correlativi benefici e provvidenze economiche. Il caso al momento è fermo in Cassazione.