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Belve Crime, chi è Roberto Savi, il capo della Banda della Uno Bianca condannato all’ergastolo

Roberto Savi, ex poliziotto e capo della Banda della Uno Bianca, sta scontando l’ergastolo all’interno del carcere milanese di Bollate. A Belve Crime ha dato una sua versione dei crimini che lo hanno portato dietro le sbarre.
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Roberto Savi intervistato da Francesca Fagnani a Belve Crime
Roberto Savi intervistato da Francesca Fagnani a Belve Crime
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Roberto Savi, il capo della Banda della Uno Bianca, sta scontando l'ergastolo all'interno del carcere milanese di Bollate. Nel corso dei processi che lo hanno visto protagonista è emerso come la mente dietro l'organizzazione criminale italiana che ha terrorizzato l'Italia tra il 1987 e il 1994.

Il poliziotto diventato criminale parla a Belve Crime per la prima volta dopo 32 anni. Nel corso dell'intervista condotta da Francesca Fagnani nel carcere milanese di Bollate, Savi dà la propria lettura delle rapine e degli omicidi che recano la firma della sua banda.

La storia di Roberto Savi e della Banda della Uno Bianca

Roberto Savi sta scontando l'ergastolo all'interno del carcere di Bollate come capo della Banda della Uno Bianca, una delle più prolifiche e temute bande criminali italiane. Secondo il Servizio centrale operativo della Polizia di Stato (Sco), il gruppo è responsabile di 103 crimini, 34 morti e oltre cento feriti.

La banda, formata da poliziotti e capeggiata da Savi insieme ai fratelli Fabio e Alberto ha iniziato le attività nel giugno 1987, con rapine ai caselli autostradali lungo l’A14. In poche settimane la banda capisce come funziona il sistema e colpisce ripetutamente, diversi obiettivi, riuscendo anche a depistare le indagini. Roberto Savi, sfruttando la sua esperienza di poliziotto porta presto il gruppo ad ampliare i propri obiettivi passando dai caselli alle attività come supermercati, uffici postali e banche.

Tra il 1988 e 1989 la banda inizia a uccidere: elimina testimoni, oppositori e colpisce anche le Forze dell’ordine. La svolta più drammatica arriva il 4 gennaio 1991 con la strage del Pilastro a Bologna. In questa occasione Roberto e Fabio Savi aprirono il fuoco contro una pattuglia dei carabinieri, uccidendo tre militari dopo un violento scontro a fuoco. Durante l’azione, Roberto rimane ferito a sua volta ma riesce a fuggire.

Per anni, nessuno ha sospettato che dietro la banda ci fossero dei poliziotti. Anche quando un identikit collegò proprio Roberto Savi alla rapina in armeria in cui morì Pietro Capolungo, ma l’ipotesi non venne presa sul serio. Nel frattempo, la banda continuò a colpire con ferocia, fino all’omicidio del direttore di banca Ubaldo Paci nel maggio 1994.

La svolta arrivò proprio quell'anno, quando nuove indagini portarono a sospettare di uomini in divisa. Secondo le ricostruzioni processuali sono stati gli errori commessi dalla banda, e non la mancata copertura dei servizi, il cui coinvolgimento non è mai stato provato.

Determinante fu l'errore di Fabio Savi, che venne notato durante un sopralluogo. Da quel momento i sospetti intorno ai fratelli Savi aumentarono, così come gli indizi a loro sfavore, fino a culminare con l'arresto nel novembre 1994. Per Roberto Savi le manette sono scattate mentre era in servizio presso la Questura di Bologna, rivelando definitivamente la sua doppia vita di poliziotto e criminale. I processi si conclusero nel 1996 con la condanna all’ergastolo per Roberto Savi e i suoi complici.

Savi a Belve: "Omicidio Capolungo? Altri volevano farlo fuori"

Durante l'intervista a Belve Crime, Savi, incalzato da Fagnani, rilegge uno dei fatti di sangue più controversi della storia della Uno Bianca: l'omicidio nell'armeria di via Volturno, a Bologna. Quel giorno del 2 maggio del 1991 furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l'ex carabiniere Pietro Capolungo. Attorno a questa figura si concentrano le domande della giornalista e, messo alle strette, Savi afferma che non si trattò di una rapina: "Ma va la, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient'altro che pistole in quella casa". “Qual era il motivo?”, chiede Fagnani. "Lui era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo?" svela Savi.

Nel corso della controversa intervista, Savi sostiene anche che quella è stata una delle azioni che alla banda veniva chiesta dagli "apparati", benché dalla verità processuale non sia mai emersa una simile ricostruzione. “Ogni tanto venivamo chiamati: ‘Facciamo così, e facevamo così', racconta l'ex poliziotto. Affonda ancora Fagnani: “Che per sette anni siete andati avanti senza essere scoperti? Come mai non vi hanno preso? Non le sembrava strano?”. “Un po' sì”, risponde Savi con un sorriso beffardo. “C'è stata una copertura della rete investigativa?”, incalza la giornalista. E il criminale rivela: “Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci”, racconta.

Savi aggiungendo poi un dettaglio legato alla sua frequente presenza a Roma in quegli anni: “Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma”. “Con chi parlava?”, incalza Fagnani. “Eh, con chi parlavo…”, risponde Savi sardonico e prosegue “Andavo giù per parlare con loro”. “Loro chi? I Servizi?”, chiede la giornalista.“Ma sì. Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere”.

Fagnani risponde ai familiari delle vittime: "Nostro è contributo a verità"

La ricostruzione emersa durante le anticipazioni del programma di Rai 2 che andrà in onda stasera, 5 maggio, non è piaciuta ad Alberto Capolungo, presidente dell'associazione che riunisce i familiari delle vittime della Banda della Uno Bianca: "In tv un pluriomicida biascica cose che fanno solamente male e non aggiungono e non aiutano in niente il percorso verso la verità e la giustizia".

Capolungo è anche il figlio dell'ex carabiniere che Savi nel corso dell'intervista ha spiegato di aver colpito perché ex appartenente ai servizi: "Savi dice cose che non sono vere. Mio padre era in pensione, faceva l’orto dei pensionati a Castel Maggiore, la sua esistenza è facilmente ricostruibile, sia quella lavorativa nei Carabinieri, prima alla caserma di via dei Bersaglieri e poi al Nucleo traduzioni del tribunale, e poi quella da pensionato. Mio padre era quanto di più lontano possibile dai servizi segreti". Anche quanto emerso sino ad ora durante i processi non lega l'attività della banda capeggiata da Roberto all'intelligence italiana.

La risposta dell'ideatrice e conduttrice della trasmissione non si è fatta attendere: "Per quello che mi riguarda la reazione dei familiari delle vittime è sempre giusta, comprendo dunque le affermazioni di Alberto Capolungo che accolgo con il doveroso rispetto".

"Le famiglie delle vittime rappresentate dall'avvocato Alessandro Gamberini – prosegue – si battono senza sosta per l'accertamento di tutta la verità su una vicenda per molti versi ancora oscura. Quello che abbiamo provato a fare attraverso un'intervista giornalistica è dare un contributo nella stessa direzione che speriamo possa essere utile ed eventualmente raccolto nelle sedi competenti".

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