Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Immagine

Ciao,

Ti è piaciuto questo episodio di STREGHE?

questa nuova puntata di Streghe è un po’ diversa dalle altre. È una testimonianza che mi è arrivata dopo l’articolo sul lutto perinatale uscito in occasione della Festa della Mamma. Ho deciso di pubblicarla nella newsletter perché credo che una delle cose fondamentali del femminismo sia fare rete e dare voce anche alle nostre storie. Streghe non è solo una newsletter, è uno spazio messo a disposizione di tuttә.

Chiara e Stefano (i nomi sono di fantasia, ndr) sono una coppia che ha vissuto l’inimmaginabile. Hanno perso la loro bambina a termine gravidanza, quando tutto era pronto per la nascita. Una mattina Chiara ha sentito che la bambina non si muoveva, e insieme a Stefano è corsa all’ospedale Isola Tiberina di Roma. Qui i medici hanno riscontrato che non c’era più battito. Chiara aveva superato le 40 settimane, la gravidanza era andata benissimo e a parte un sospetto di colestasi alla trentacinquesima settimana tutto è sempre andato per il meglio. A 41+3, ossia pochi giorni dopo, le avrebbero dovuto fare l’induzione al parto.

Il motivo per cui hanno scelto di rendere pubblica la loro storia non è per puntare il dito contro qualcuno. Ma per sottolineare la necessità di informare le coppie sul lutto perinatale, al fine di fornire gli strumenti necessari a fronteggiare un’eventualità del genere. Nessuno, durante una gravidanza, ti informa della possibilità che questa possa non concludersi con il lieto evento. Probabilmente per non spaventare, probabilmente perché non si vuole rovinare l’immagine della maternità felice a tutti i costi, probabilmente per tabù. Le coppie però che a fine gravidanza vivono un lutto esistono. Ed è giusto che sia data loro voce, è giusto ascoltare le loro storie. Per permettere loro di riconoscersi nelle esperienze degli altri e capire di non essere sole. Perché già c’è il dolore, terribile, folle, per un evento di questo tipo: che almeno non ci sia solitudine.

Per noi è una ferita caldissima e forse solo tra un po' di tempo avremo la mente davvero lucida, ora come ora ti direi che il lutto perinatale è un vero e proprio rimosso della nostra società – raccontano infatti Chiara e Stefano -. Eppure i numeri non sono così bassi. Si sente parlare molto di più di malattie genetiche rare, magari per via delle campagne pubblicitarie o delle donazioni, quando invece questo tipo di perdita è statisticamente molto più frequente. In gravidanza si fa tantissima attenzione a cose come l'alimentazione, e su internet o nei forum si trovano migliaia di informazioni su aspetti che hanno un impatto minimo sulla vita reale. Poi però si ignora un fenomeno che, se si sommano i dati della morte perinatale a quelli della morte in culla, riguarda molti più casi di quanto si pensi”.

Partiamo dall’inizio. Chiara e Stefano sono una coppia che abita a Roma. Chiara è incinta e la gravidanza procede tutto sommato bene, tranne per un episodio – poi rientrato – di sospetta colestasi alla trentacinquesima settimana. “Da quel momento stavamo solo aspettando la nascita – dice Chiara -. Siccome alla quarantunesima settimana non si era ancora avviato un travaglio spontaneo, era stata programmata un'induzione per il giovedì successivo”.

Sarebbe stato a 41+3, che è il limite a cui fanno arrivare adesso. La morte della nostra bimba è stata una notizia improvvisa e scioccante, anche perché il giorno prima, il lunedì, eravamo stati in ospedale per un monitoraggio: flussimetria, controllo dei liquidi e tutti gli altri parametri erano assolutamente perfetti. La bambina era vitale. Durante la visita ginecologica la dottoressa mi ha spiegato che il collo dell'utero si stava preparando, ma ci sarebbe voluto ancora un po'. Ha provato comunque a fare uno scollamento delle membrane, nonostante sapesse che io avrei preferito evitare. Ha provato a iniziare la manovra, ma mi faceva molto male, quindi ha preferito fermarsi”.

Siamo rientrati a casa e per tutto il pomeriggio, fino a mezzanotte quando siamo andati a dormire, la bambina è stata attiva: si muoveva e rispondeva agli stimoli. La mattina dopo, al mio risveglio, ho sentito la pancia molto contratta e dura, e in quel momento non percepivo i movimenti della bambina. Non mi sono allarmata subito perché quando la pancia è contratta di solito è difficile avvertire i movimenti. Poi, però, ho avuto una minuscola perdita ematica e, per scrupolo, abbiamo deciso di andare al Pronto Soccorso”.  “Ci siamo svegliati verso le 6:30, alle 7:00 ci siamo mossi e alle 7:45 eravamo in accettazione – aggiunge Stefano – Molte altre volte capitava che la mattina non si sentisse, perché durante la gravidanza può succedere che la bambina dorma e non si muova con lo stesso ritmo tutto il giorno. Non ci aspettavamo però quello che è successo”.

Purtroppo, una volta lì, hanno fatto l'ecografia e hanno visto che non c'era più il battito. Non hanno potuto fare nulla".

Cosa sia successo non si sa. “L’ospedale ci ha chiesto il consenso per eseguire delle indagini genetiche propedeutiche – spiega Stefano -. Noi in passato avevamo già fatto un test genetico, uno screening abbastanza standard che copriva un certo numero di casi, e la struttura stessa ci ha spiegato che in situazioni come la nostra è raro che si tratti di una malattia genetica. Di solito queste cose capitano per altri motivi. Ci hanno anche detto che avrebbero avviato subito un’indagine interna, per non lasciare nulla di intentato”.

Subito dopo l’accaduto, Stefano è andato in commissariato a sporgere denuncia. Ma ci tiene a chiarire una cosa: non lo ha fatto per sfiducia verso l’ospedale, ma per nominare un consulente di parte che possa partecipare agli accertamenti e poter avere contezza delle indagini. “Non l’abbiamo fatto perché pensiamo di essere stati trattati male o perché qualcuno abbia qualcosa da nascondere, tutt’altro. Mi sono semplicemente fidato dei consigli che mi sono arrivati in quel momento, anche perché il giorno del parto, materialmente, non sei lucido e non sei in grado di gestire certe cose da solo, come parlare con un primario o chiamare un avvocato. Mio fratello è medico, mi fido di lui, ed è stato lui a indirizzarci. Abbiamo scelto questa strada parallela per essere affiancati e tutelati. In ospedale sono stati incredibilmente attenti. Non abbiamo termini di paragone, ma si vede che il personale è preparato e formato per queste emergenze. Abbiamo riscontrato una grandissima professionalità. Ci hanno subito messi in una stanza appartata, separata dalle altre donne, dove abbiamo avuto la possibilità di dormire entrambi. Per tutta la durata del ricovero siamo stati lì insieme, e siamo rimasti uniti anche durante tutto il travaglio e il parto, affrontando la situazione con il giusto supporto da parte del personale ostetrico e dei medici. Ci hanno affiancato una psicologa fin dal primo momento, che è passata da noi ogni giorno e che era disponibile a ogni nostra richiesta. Gli operatori ci sono stati molto vicini. Da persone non originarie di Roma, possiamo dire che questo si è dimostrato comunque un centro di lunga esperienza. Chi fa questo mestiere non sbaglia per cattiveria o per mancanza di formazione: la sanità ha dinamiche complesse. Io sono un ingegnere e, nel mio lavoro, se c'è un errore, spesso hai tempo e modo di correggerlo su carta, ma per i medici il profilo di rischio è completamente diverso”.

Oggi c'è troppo poco spazio per questo discorso nel dibattito collettivo. Noi abbiamo iniziato la gravidanza fuori regione, poi siamo venuti a Roma, abbiamo avuto più di un ginecologo, frequentato il corso preparto… si fanno tremila cose, eppure questo pezzo di realtà non esiste. Non se ne parla, o se succede sembra sempre il caso isolato di qualcun altro che rimane chiuso nel silenzio. Non c'è una reale elaborazione collettiva. Quando è successa questa tragedia e abbiamo dovuto dare la notizia a familiari e amici, abbiamo scoperto che in realtà molte persone vicine a noi avevano vissuto una simile esperienza. Ognuno ha la sua storia, ma sono tutte relegate nel privato”.

Dopo il fatto siamo entrati in contatto con un'associazione e abbiamo scoperto che esiste tutto un mondo di informazione, ricerca medica e supporto specifico. Troviamo assurdo che chi affronta un percorso di nove mesi di gravidanza non ne senta mai parlare. Capisco la necessità di tutelare la salute mentale e la serenità della donna in attesa, ma oggi siamo sommersi da informazioni di ogni tipo e siamo perfettamente in grado di gestire e comprendere anche i dettagli più complessi e dolorosi”.

Se ti va, fammi sapere cosa ne pensi del contenuto di questa settimana. Streghe è gratuita, ma abbonandoti a Fanpage.it potrai avere accesso a tanti contenuti speciali realizzati da giornalistə che quotidianamente contribuiscono a lavorare per un giornale libero e indipendente. Se vuoi, puoi fare una prova: cliccando qui, i primi 14 giorni sono gratis.

Ci sentiamo alla prossima puntata. Ti ricordo che Streghe non ha un appuntamento fisso: esce quando serve. E dove serve, noi ci siamo.

Ciao!

Natascia Grbic

Immagine

Iscriviti a Streghe.
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato

Immagine

Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

[Altro]
Mostra tutto
api url views
Entra a far parte del nostro Osservatorio sul patriarcato
Crea un account su Fanpage.it e iscriviti alla newsletter Streghe
Immagine
Immagine

Streghe

Proseguendo dichiari di aver letto e compreso l'informativa privacy