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Ciao,
avrai sicuramente letto di Sara Tkacz e Lyuba Hlyva, le due donne uccise a Pollena Trocchia da Mario Landolfi. Ah no? Beh tranquilla, non è così strano: lavoravano come prostitute, e quindi sono passate rapidamente in secondo piano.
Sara Tkacz e Lyuba Hlyva. Sono questi i nomi delle due donne uccise nell’indifferenza generale a Pollena Trocchia da un uomo, Mario Landolfi. Probabilmente sui giornali avrai letto solo di ‘Sara e Lyuba’, senza cognome, e non avrai visto nessuna foto, come se non fossero mai esistite. C’è da dire che di Sara gira solo un’immagine sfocata, di Lyuba finora nessuno è riuscito a trovarne una. Le loro famiglie sono state contattate con estrema difficoltà, a distanza di giorni dai femminicidi. Non hanno, come spesso avviene in questi casi, genitori, figli, mariti, parenti, amici che parlano di loro, chiedendo giustizia.
Il caso di Sara Tkacz e Lyuba Hlyva mi ha ricordato molto quello di Ana Maria Andrei e Denisa Maria Paun, le due donne uccise da Vasile Frumuzache in Toscana. Per vari motivi. Perché anche loro lavoravano come escort e perché anche di loro non si è parlato abbastanza. Ma soprattutto non se ne è parlato nei termini adatti. Anche per queste donne è stato difficile vedere riconosciute le loro morti come femminicidi: la maggior parte dei titoli parlava di “prostitute uccise”, “killer delle prostitute”, “omicidi delle escort”. Raramente abbiamo letto i loro nomi, e ancora più raramente si è parlato di femminicidio. Disumanizzate e spersonalizzate come Sara Tkacz e Lyuba Hlyva.
In entrambi i casi una delle ipotesi principali degli inquirenti era quella di trovarsi di fronte a un serial killer per modus operandi e ritualità. Si tratta di una grossa notizia, di un qualcosa che normalmente richiederebbe studi e approfondimenti. Incredibilmente non è stato così: la notizia è passata in sordina e non ha destato particolare interesse. Mi sono occupata molto dei femminicidi di Paun e Andrei: eppure quegli articoli avevano un numero di letture decisamente meno consistente rispetto a qualsiasi altro femminicidio. Questa cosa mi ha rattristato moltissimo: ho trovato atroce ciò che Frumuzache ha fatto loro, e atroce il modo in cui le loro famiglie sono state trattate. Nel caso di Andrei, le forze dell’ordine non l’hanno mai cercata nonostante la famiglia in Romania fosse preoccupatissima. Quando ho chiamato la cugina, lei mi ha detto testuali parole: “Non gli fregava nulla di noi perché siamo prostitute”. Andrei, ovviamente, non se n’era andata con ‘un uomo’, come dissero i carabinieri: era stata uccisa da un uomo, che per un anno l’ha fatta franca. E, l’anno dopo, ha ucciso ancora, togliendo la vita a Denisa Maria Paun.
Ne ho parlato con Caterina Peroni, ricercatrice CNR, coordinatrice del modulo ‘Criminologie femministe’ del Master in Criminologia Critica presso l’Università di Padova e attivista del collettivo transfemminista e antipunitivista Micc3.
“Questa è una denuncia storica dei movimenti femministi e transfemministi: l'omicidio delle sex workers e delle prostitute non viene quasi mai riconosciuto o catalogato come femminicidio – mi spiega -. Si tratta di una forma di esclusione e di discriminazione profondamente eteropatriarcale e moralista. Secondo questa logica latente, le prostitute non vengono considerate pienamente donne, o quantomeno non donne ‘degne di tutela’ da parte dello Stato. C'è la tendenza a pensare che quello sia un mestiere che espone strutturalmente a determinati rischi: non si dice apertamente che ‘se la sono cercata', ma i loro corpi vengono trattati come sacrificabili. Inoltre, il lavoro sessuale — in particolare quello all'aperto, in strada — disturba la vista. Da diversi anni a questa parte, le politiche urbane cercano sistematicamente di invisibilizzarlo o di espellerlo dallo spazio pubblico per non turbare la quotidianità della cosiddetta ‘cittadinanza per bene’ o dell'elettorato medio. Sono corpi scomodi perché svelano la reale ipocrisia che si cela dietro la retorica del decoro urbano. Sappiamo perfettamente che i clienti sono per lo più uomini italiani, spesso sposati e con figli, ma questa è una realtà che deve rimanere sommersa, invisibile”.
Istituzioni e media hanno contribuito a marginalizzare le sex workers, trasformandole spesso nel bersaglio simbolico delle campagne sul ‘decoro' e sulla sicurezza urbana. “Se guardiamo indietro, ad esempio al periodo delle ‘ordinanze di sicurezza' del 2007 e degli anni successivi, notiamo che le prime a essere colpite furono proprio le lavoratrici sessuali – continua Peroni -. È emblematico che la primissima ordinanza in tal senso sia stata firmata dall'allora sindaco di Padova, esponente del PD, poi seguito da molti altri primi cittadini. Poiché in Italia la prostituzione in sé non è un reato, non potevano criminalizzarla direttamente. Hanno quindi utilizzato escamotage legati al Codice della Strada o alle norme sul decoro urbano: le sanzionavano come ostacolo al flusso del traffico pedonale, oppure le colpivano se indossavano abiti giudicati troppo vistosi o succinti. È interessante notare come l'intero discorso pubblico sul ‘degrado urbano’ e sulla sicurezza sia partito proprio dal colpire le prostitute. Questo dimostra chiaramente la natura perbenista e moralista della nostra cultura istituzionale. C'è stata un'operazione sistematica di cancellazione, erosione dell'attenzione e disinteresse da parte delle istituzioni e della stampa. Il femminicidio di una sex worker viene derubricato a qualcosa che non ci riguarda, un fatto da archiviare rapidamente nel silenzio”.
“Questa rimozione è la conseguenza diretta di oltre vent'anni di politiche razziste, misogine, securitarie e populiste. Queste logiche, esclusivamente punitive, hanno costruito un binomio rigido tra ‘criminale’ e ‘vittima’, introducendo però il concetto della ‘buona vittima’ o della ‘vittima perfetta’. Nel caso della violenza di genere e del femminicidio, la donna considerata meritevole di tutela — o meglio, di essere vendicata a posteriori, data la logica puramente punitiva del nostro diritto penale — deve essere una ‘donna per bene’. Se la vittima fosse una donna bianca, italiana, uccisa da uno straniero, i media ne parlerebbero per un anno intero”.
Per le sex workers il giudizio morale continua spesso a pesare più della violenza subita. Ed è proprio in questo scarto che si inserisce anche il racconto pubblico dei femminicidi. “In questo caso la narrazione si fa più torbida e complessa. L'assassino è un uomo italiano che ha ucciso due sex worker, ma la vicenda non riceve la stessa attenzione perché le vittime non rientrano nei canoni della ‘rispettabilità' borghese. La società e lo Stato non sentono il dovere di proteggerle. Scatta il pregiudizio per cui, avendo scelto quel lavoro, si siano esposte volontariamente al pericolo, come se la violenza fosse il prezzo strutturale da pagare. Questo è gravissimo non solo per loro, ma per tutte noi, perché rivela l'esistenza di un dispositivo morale che stabilisce chi ha diritto alla tutela e persino alla memoria, e chi no. Il frame giornalistico e sociale è esattamente lo stesso: sono persone che non devono essere viste, alle quali viene negato persino il nome. Questo è un tema centrale del femminismo: nominare qualcosa significa farle prendere forma, darle dignità. Definire l'uccisione di una sex worker come un femminicidio significa affermare che quell'omicidio ha la stessa dignità e gravità di qualsiasi altro”.
“Non pronunciare i loro nomi, trattarle come elementi da espellere dalle nostre città e dall'attenzione pubblica, equivale ad archiviarle come "non-persone. È un processo di totale deumanizzazione. Sono individui che vivono ai margini, tollerati finché servono a mantenere inalterato l'equilibrio dell'eterosessualità normativa e della famiglia tradizionale cattolica, ma di cui poi non si deve parlare. Questa è una violenza che si aggiunge alla violenza: l'esposizione al pericolo in vita e la cancellazione dopo la morte”.
C’è un’altra cosa che mi ha molto colpito dei femminicidi di Sara Tkacz e Lyuba Hlyva, e Ana Maria Andrei e Denisa Maria Paun. In entrambi i casi i loro assassini hanno addotto come scusa un più che traballante ‘movente economico’. In poche parole hanno detto di averle uccise perché le donne volevano estorcergli del denaro. Versioni senza alcun riscontro, palesemente inventate, e che invece hanno trovato spazio non solo nel racconto pubblico, ma anche in quello giudiziario. L’ho trovato assurdo, senza alcun senso. Nel caso di Paun addirittura la procura è arrivata a indagare la madre della ragazza con l'accusa di false informazioni al pubblico ministero. In realtà non c'era stata nessuna falsa informazione: la donna, semplicemente, aveva chiesto aiuto a un amico avvocato per trovare la figlia, in un momento di totale disperazione. Sono abbastanza sicura che se Denisa Maria Paun non fosse stata una sex worker, e romena per giunta, la procura non si sarebbe mai azzardata a indagare la madre di una vittima di femminicidio. Ma, come fa notare Peroni, la spiegazione c’è.
“Questa è materia di criminologia di base e ha radici storiche profonde. La criminologia positivista — i cui retaggi sono ancora drammaticamente presenti nelle nostre procure — ha sempre applicato schemi ipermisogini e patriarcali. Secondo l'impostazione lombrosiana, i crimini violenti e predatori appartengono agli uomini, mentre alle donne vengono associati i reati legati alla sfera sessuale (la prostituzione), al raggiro o alla truffa. L'uso del corpo viene visto come l'unica arma manipolatoria a disposizione delle donne in quanto ‘soggetti deboli’. Quando un uomo uccide una sex worker e invoca il movente del ricatto economico o della provocazione, si appoggia esattamente a questo pattern. Spesso si innesta anche una componente di razzismo. La narrazione della ‘donna malevola’ che tenta di incastrare l'uomo serve a due scopi: da un lato priva la vittima della sua condizione di ‘vittima perfetta’, presentandola come artefice del proprio destino. Dall'altro, trasforma l'assassino in una sorta di vittima a sua volta, un uomo caduto in un tranello che si è trovato costretto a difendersi”.
“Questo schema colpevolizzante viene riprodotto continuamente dal discorso pubblico e, purtroppo, trova ancora spazio nelle aule di tribunale. Lo vediamo anche nelle sentenze ignobili sui casi di stupro, dove si tende sempre a verificare se la vittima avesse bevuto, assunto sostanze o se si fosse esposta al pericolo, arrivando a decretare l'assoluzione degli imputati (specialmente se facoltosi o influenti) per mancanza di dolo. Nel caso del femminicidio delle sex worker cala il silenzio anche perché non vi è un interesse politico o sociale a difendere l'uomo, che spesso è un soggetto marginale. Di conseguenza, il fatto viene rimosso dall'agenda pubblica, poiché parlarne costringerebbe a prendere posizione sulla natura strutturale di quella violenza. I movimenti femministi e transfemministi e i collettivi e le reti autorganizzate dellə sex workers e alleatə lo denunciano da sempre, ma restano inascoltate”.
A prendere parola sul caso, con un comunicato, è stato proprio il collettivo Micc3. Ne riporto qui una parte:
“Non vogliamo essere vittimizzatə. Non cerchiamo un pietismo intriso di superiorità; pretendiamo, piuttosto, che questi casi inizino a essere riconosciuti per ciò che sono: non episodi isolati. Vogliamo che si prenda consapevolezza del fatto che questa distanza, costantemente reiterata, tra chi svolge lavoro sessuale e chi invece si percepisce come più “puro”, costringe molte persone a lavorare in condizioni di rischio reali e concrete. Non basta non uccidere per non avere responsabilità: bisogna iniziare a chiedersi perché quelle morti sembrino così lontane. Le persone sex worker affrontano ogni giorno stigma, violenza e precarietà, dentro un sistema che le lascia senza protezione. Vengono aggredite, stuprate, criminalizzate, esposte ad abusi che troppo spesso restano invisibili. E quando vengono assassinate, il silenzio che segue le cancella una seconda volta. Che piaccia o no, il sex work esiste. E proprio perché esiste, chi lo esercita ha diritto a sicurezza, tutela, accesso alla salute, protezione dalla violenza e condizioni di vita dignitose. Quante ancora? Perché è questo il punto: per troppe persone queste morti vengono considerate inevitabili. Quasi se la fossero cercata. Come se morire fosse un ‘rischio del mestiere’. Il ‘prevedibile’ prezzo da pagare. È facile pensarla in questo modo, ma i pensieri ‘facili' spesso celano solo pregiudizio. La violenza contro le persone che praticano sex work è violenza patriarcale. È la violenza di cui ogni padre, figlio, fratello, amico potrebbe essere responsabile, e che la società sceglie di non vedere, come se non la riguardasse. La violenza contro lə sex worker è abuso della polizia che reprime, criminalizza e ci abusa! È violenza strutturale e razzista. Noi lə piangiamo con rabbia. Lə ricordiamo e lottiamo con rabbia. E pretendiamo che questa rabbia diventi politica. Per Sara. Per Lyuba. Per tutte quelle che non hanno avuto giustizia”.
Da questa puntata di Streghe vorrei provare a fare una cosa nuova. Vorrei segnalarvi un libro o una lettura sull’argomento che ho trovato interessante e che secondo me può aiutare a comprendere la questione di cui stiamo parlando. Spero sia una cosa gradita.
Libro consigliato: Prostitute in rivolta: La lotta per i diritti delle sex worker, di Molly Smith & Juno Mac, per Tamu Edizioni.

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Natascia Grbic