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nella newsletter di oggi voglio parlare di quello che è il caso mediatico del momento. Tutti parlano di ‘delitto di Garlasco’, ma in pochi ci stiamo ricordando che quello è il femminicidio di Chiara Poggi.

Qualche mese fa la mia collega Giorgia Venturini, che si sta occupando h24 del caso con live, interviste e continui aggiornamenti sulle indagini, mi ha chiesto una cosa fondamentale alla quale – sono sincera – neanche io avevo inizialmente pensato: “Nat secondo te perché tutti parlano dell’omicidio di Chiara Poggi, del delitto di Garlasco, ma nessuno menziona mai la parola femminicidio? Perché di quello si tratta”. Oltre a pensare subito “Caspita hai ragione”, ho provato a darmi qualche spiegazione. La prima è che Chiara Poggi fu uccisa nel 2007, quando il termine ‘femminicidio’ non era ancora entrato nell’uso comune come lo è oggi. Da allora, infatti, ci si è abituati a riferirsi a questo caso come ‘l’omicidio di Chiara Poggi’ o ‘il delitto di Garlasco’. La seconda è che purtroppo il femminicidio di una ragazza di 26 anni è passato in secondo piano per lasciare spazio a un teatrino becero e inguardabile che vede contrapposti quelli che possiamo riassumere con termini altrettanto volgari come ‘team Sempio’ e ‘team Stasi’. Una vicenda vergognosa e sconfortante che molto ci dice di come alcuni media – dai talk show alle piattaforme social -, più che voler informare, si stiano adeguando a un meccanismo di polarizzazione simile a quello che vediamo con le dinamiche da social network. Dinamiche che nulla hanno a che vedere con il raccontare le indagini che stanno stravolgendo – un caso che nella storia recente non ha precedenti – uno dei maggiori casi di cronaca che il nostro paese ha vissuto negli ultimi vent’anni. La copertura mediatica è normale, ma c’è modo e modo di parlare e trattare le notizie.

Il femminicidio di Chiara Poggi ha sempre avuto una forte rilevanza nelle cronache nazionali. Lei era una ragazza giovanissima, uccisa nel pieno di una vita che ricalcava quella di molte di noi. La sua era un’esistenza che sembrava estremamente tranquilla: si era appena laureata, viveva con i genitori, è stata uccisa nella sua abitazione, il posto dove una persona si dovrebbe maggiormente sentire al sicuro (anche se, purtroppo, sappiamo che nei casi di violenza di genere non è mai così e che, anzi, è la casa il luogo più pericoloso). Poggi era fidanzata con Alberto Stasi, anche lui un ragazzo che sembrava come tanti: studente alla Bocconi, già proiettato verso una vita che sembrava ordinaria. Le indagini condotte male, un processo confusionario, prima conclusosi con due assoluzioni e poi una condanna confermata in Cassazione, hanno contribuito sin da subito ad alimentare dubbi, divisioni e contrapposizioni, con il formarsi di una parte che credeva ciecamente alla colpevolezza di Stasi e l’altra che credeva fermamente alla sua innocenza.

L’interesse su Garlasco non è mai scemato, ed è riesploso nell’ultimo anno, ossia da quando la Procura di Pavia ha reso noto che stava indagando su Andrea Sempio, nome tirato fuori dalla difesa di Stasi già nel 2017. E fin qui ok. Come è normale che sia, i media hanno trattato e continuano a trattare la notizia, perché effettivamente di enorme rilevanza e interesse pubblico: siamo di fronte a uno dei più gravi casi di cronaca nera del nostro paese, e per la Procura di Pavia ci sono elementi che fanno pensare non fosse Stasi il femminicida. È normale che se ne parli e se ne dia notizia. Ma quello cui stiamo assistendo da un anno a questa parte ha molto poco a che fare con il diritto di cronaca.

Lo spettacolo che ci si para davanti è deprimente e desolante, e non dà una buona immagine dello stato di salute dell’informazione in Italia, dove non stiamo assistendo a una normale narrazione dei fatti di cronaca, quanto piuttosto a risse tra fazioni di ultras, tra chi è tifoso di Stasi e chi di Sempio. In questi mesi ho letto dichiarazioni fantasiose, teorie del complotto che terrapiattisti spostatevi, ricostruzioni fatte ad arte per portare acqua al proprio mulino con voli pindarici incredibili, risse verbali, accuse mosse senza nessuna base a persone che nulla c’entravano con le indagini (Paola e Stefania Cappa purtroppo ne sanno qualcosa), e addirittura tentativi nemmeno troppo velati di tirare in mezzo al delitto la famiglia di Chiara Poggi. Un circo mostruoso, che – sia chiaro – nulla ha a che vedere con il racconto della cronaca. Il risultato? Che chi prova a informarsi su quanto sta accadendo non riesce a farlo, perché talmente tanta è la monnezza inutile prodotta, che documentarsi sulla vicenda è impossibile. Pensare che sia chissà quale scoop dire che Sempio a 18 anni ‘si vestiva di nero’ è non avere misura e senso del ridicolo. Farebbe solo ridere se non fosse che poi milioni di persone credono che questo sia davvero un indice di colpevolezza.

Accanto ai media tradizionali, c’è poi un enorme problema di cui prima o poi bisognerà parlare in modo serio: quello delle piattaforme alternative, di creator, podcaster, youtuber che s’improvvisano “avvocati – crimonologi – giornalisti – procuratori – investigatori – detentori di segreti e scopritori di scoop” (tutte queste cose insieme eh, non una alla volta) e che non fanno altro che alimentare disastri e confusione, creando danni enormi per un po’ di celebrità e visualizzazioni. Nemmeno erano concluse le indagini, e sedicenti creator già davano Sempio per colpevole, senza uno straccio di fatto. Ricordiamo che Sempio è indagato, non condannato, nemmeno ha fatto il processo. Di sicuro su questa storia c'è che un condannato in via definitiva esiste: ed è Alberto Stasi.

In tutto ciò, una delle cose che ritengo più inqualificabili è questo tirare continuamente in ballo la famiglia Poggi. Coinvolta suo malgrado nel dibattito pubblico, nel migliore dei casi viene continuamente incalzata con domande sul perché non prenda posizione contro Andrea Sempio, sul perché scelga di non commentare le nuove indagini o continui a non credere nell’innocenza di Alberto Stasi (che, ricordiamo, allo stato attuale è condannato in via definitiva). Nei casi peggiori — e non sono affatto episodi isolati — finisce invece sbattuta in prima pagina tra allusioni nemmeno troppo velate su un presunto coinvolgimento di Marco Poggi nel femminicidio e insinuazioni su presunti interessi economici legati al risarcimento ottenuto da Stasi. Un ‘dibattito’ che definire di cattivo gusto è un eufemismo e che non ha il minimo rispetto per una famiglia che ha perso il suo affetto più grande in modo brutale e innaturale, e che vive una sofferenza indicibile da anni. La famiglia Poggi, con un condannato in via definitiva in carcere, non deve dire niente a nessuno, non ha il dovere di rispondere alle vostre domande morbose e alla vostra pruriginosa e voyeuristica sete di spettacolarizzazione del dolore. Ma non vi dovrebbe nulla nemmeno se le nuove indagini della Procura dovessero ribaltare il quadro fino a qui delineato.

Quando vedete montare le tende da circo su Garlasco, ricordatevi una cosa: una ragazza di 26 anni, vittima di femminicidio, è morta. C’era una famiglia che le voleva bene e che da anni è costretta a vivere con la sua assenza. Una ragazza di 26 anni alla quale è stata negata la vita, la cui famiglia ancora oggi deve essere sottoposta alla violenza di stare continuamente, e suo malgrado, sotto i riflettori.

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Ci sentiamo alla prossima puntata. Ti ricordo che Streghe non ha un appuntamento fisso: esce quando serve. E dove serve, noi ci siamo.

Ciao!

Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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