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Ciao,
purtroppo avrai sentito anche tu della donna morta suicida a Catanzaro insieme ai tre figli. Su Streghe oggi parliamo di questo: perché quanto accaduto non è solo un’enormità senza fine, ma una condizione più comune di quanto pensiamo. Dobbiamo parlare presto e bene di depressione post partum, perché queste tragedie non possono e non devono passare sotto silenzio.
A Catanzaro una donna si è gettata dal balcone di casa con i suoi tre figli di quattro mesi, sei e quattro anni. Lei è morta sul colpo insieme ai due più piccoli, mentre la figlia più grande è in ospedale tra la vita e la morte. Si tratta di un atto che scuote fin nelle viscere, e che getta nella disperazione: per i bambini ovviamente, ma anche per quella donna che stava soffrendo e non ha trovato altra via d’uscita che quella di cancellare la propria esistenza e quella dei figli.
Negli ultimi giorni ho letto e sentito un sacco di parole inopportune e ignoranti che avrebbero dovuto essere evitate. In un articolo di Avvenire, che penso hai purtroppo visto anche tu, si scrive addirittura che “le madri non buttano i figli dal terrazzo. Le madri, se sono madri, non si buttano nella morte con i figli”, parlando di un fantomatico ‘mistero del male’. Parole scritte da un uomo, e che non solo insultano e contribuiscono a creare disinformazione, ma disincentivano dal chiedere aiuto. Che giudicano le donne e le addita come sbagliate, senza sapere nulla di gravidanza e depressione.
Io voglio che sia chiara una cosa: tu che leggi, qualsiasi cosa provi, non sei sbagliata, non sei ‘il male’. Soprattutto, non sei sola.
C’è una cosa di cui sono profondamente convinta: di maternità si parla spesso a sproposito e male. C’è molta superficialità nell’affrontare un argomento complesso, che rivoluziona la vita delle persone. Questo può accadere nel bene e nel male. La genitorialità è un tabù, al punto che spesso ci si trova davanti a degli ostacoli che non sappiamo come superare perché non sappiamo che altre persone sono nella stessa situazione. Della parte complessa, non se ne parla.
Quando sono diventata madre, la mia vita è profondamente cambiata. Nonostante io non abbia sofferto di depressione post partum e nonostante la profonda gioia per mia figlia, mi è capitato a volte di sentirmi sola. Molte cose che un tempo facevo non erano più pensabili, e tante persone che erano parte della mia vita e del mio quotidiano non ci sono più state. Non per cattiveria o menefreghismo, ma perché la mia vita aveva preso un altro binario e soprattutto dei ritmi che non si incontravano con quello di altrə. A me va bene così, ma è ora che si cominci a parlare della solitudine delle madri. Dei cambiamenti fisici, ormonali, dell’isolamento sociale, del carico mentale. E del fatto che questi cambiamenti possono sconvolgere. E non è un obbligo intenderli come positivi.
Siamo immersә in una narrazione mitizzata della gravidanza e della maternità. Sin da quando siamo piccolә ci viene ripetuto che il desiderio più grande di una donna e la maggiore realizzazione che si possa avere è quella di concepire dei figli e avere una bella famiglia. Siamo quindi programmatә per credere che vogliamo quel tipo di vita, anche se in realtà, se ci guardiamo bene dentro, non è magari ciò che vorremmo. E anche se lo vogliamo, e desideriamo essere madri più di ogni altra cosa, non è detto che la depressione post partum non venga anche a noi. E se questo accade ci sentiamo sbagliate, divorate dai sensi di colpa, inadeguate di fronte a una vita che avevamo scelto e che ora ci fa soffocare. Ci hanno raccontato solo la parte bella, nascondendo quanto possa essere difficile e doloroso. E stiamo zitte, per paura della gogna sociale, con il tarlo della disperazione che scava e scava, andando sempre più a fondo, mentre tutto il mondo intorno fa finta di niente, e quel tarlo arriva sempre più giù, fino a un punto di non ritorno.
La donna che si è uccisa a Catanzaro con i figli stava male da tempo. Cercava conforto in chiesa, con il parroco che le ripeteva quanto fosse fortunata, e di pensare a quello. Già in passato aveva sofferto di depressione, che si era aggravata con la nascita del terzo figlio appena quattro mesi fa. Da quanto emerso, non era un mistero che stesse sprofondando nell’abisso. Mi chiedo quanto si sentisse sola, e cosa abbia provato in quei momenti. Se si sarebbe potuta salvare, e se lei e i suoi figli avrebbero potuto avere una vita felice, se il nostro Paese avesse preso sul serio patologie come la depressione post partum, invece di fingere che non esistano.
Ho deciso di intervistare per questa newsletter l’ostetrica Alessandra Bellasio, che da tempo si occupa di depressione post partum. Bellasio è infatti fondatrice dell’associazione ‘Unimamma alla Pari’, formata da una rete di volontarie che offre ascolto gratuito, sostegno e compagnia alle neomamme nel periodo perinatale. “La depressione perinatale colpisce una donna su cinque – mi spiega -. In Italia la intercettiamo pochissimo. Non facciamo screening, anche se esiste uno strumento validato da decenni, la Edinburgh Postnatal Depression Scale, che in altri paesi si usa di routine nei controlli post partum e pediatrici”.
Quali sono le cause della depressione post partum? “Le cause sono molteplici e si intrecciano. C’è una componente biologica importantissima: il crollo ormonale che segue il parto è uno dei più bruschi che il corpo umano attraversi, e a questo si aggiungono la deprivazione di sonno, possibili disfunzioni tiroidee spesso non diagnosticate, e in alcune donne una predisposizione o una storia di depressione pregressa. C’è una componente psicologica: un parto vissuto come traumatico, difficoltà nell’allattamento, una storia personale di ansia o depressione. Infine c’è una componente sociale e relazionale, spesso decisiva: mancanza di rete, solitudine, difficoltà economiche, un rientro al lavoro precoce e non tutelato, isolamento”.
“Su tutto questo pesa un fattore culturale che non viene quasi mai riconosciuto. Diventare madri non è un evento che si esaurisce nel mettere al mondo un bambino ma è un processo di trasformazione profonda che cambia il corpo, l’identità, il modo di pensare, le relazioni. C’è un termine che lo descrive, matrescenza, coniato negli anni Settanta dall’antropologa Dana Raphael e oggi entrato a far parte della psichiatria perinatale: è un passaggio evolutivo paragonabile all’adolescenza. La differenza è che quando una persona attraversa l’adolescenza nessuno si stupisce se è instabile, se oscilla, se va in crisi. Da una madre, invece, pretendiamo che sia subito serena, pacificata, felice. Questo scarto tra quello che una donna sta davvero attraversando e quello che la società si aspetta da lei è una delle ragioni per cui le donne tacciono, si sentono sbagliate, e non chiedono aiuto in tempo”.
“A tutto questo si aggiunge il fatto che i controlli dopo il parto girano quasi tutti intorno al bambino. Per la madre, nel percorso pubblico standard, è prevista una sola visita, quella ginecologica a quaranta giorni. Basta. Il resto del puerperio, che è il periodo più delicato della vita di una donna dal punto di vista fisico e psicologico, di fatto non è presidiato da nessuno. È come se, una volta nato il bambino, la madre smettesse di esistere e anche quella visita a quaranta giorni, quando c’è, spesso si esaurisce in un controllo fisico. Di come sta davvero la neomamma, non le chiede quasi nessuno. Si dà per scontato che stia bene, che sia felice di quello che ha ottenuto e così il disagio resta dove nessuno lo vede, ignorato o colpevolizzato, come si legge sotto ogni notizia di questi giorni".
"Non è ‘solo’ stanchezza, non passa da sola, non è qualcosa che si risolve con ‘ce l’hanno fatta tutte’. La depressione è una malattia, e come tutte le malattie va riconosciuta e curata. C’è poi una cosa che le donne mi raccontano spessissimo, e che quasi nessuno dice. Quando stanno male hanno paura di chiedere aiuto, perché temono che possano portare via loro i figli. Lo stereotipo della buona madre è così pesante che ammettere di non farcela diventa impossibile. Così tacciono, minimizzano e tengono duro sperando che passi, ma spesso purtroppo non passa”.
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Ci sentiamo alla prossima puntata. Ti ricordo che Streghe non ha un appuntamento fisso: esce quando serve. E dove serve, noi ci siamo.
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Natascia Grbic