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oggi parliamo del caso di Bordighera. Della morte della piccola Beatrice, uccisa dalla madre Emanuela Aiello e dal compagno Manuel Iannuzzi, e del perché nessuno – sottolineo nessuno – sia intervenuto per porre fine a quella situazione di violenza.

Per questo la domanda da cui voglio partire non è “com’è possibile che nessuno si sia accorto di quanto stava succedendo in quella casa?”, ma “perché nessuno ha fatto nulla per aiutare Beatrice e le sue sorelle?”. Perché in questa storia le responsabilità sono tante. E non sono solo quelle della madre e del compagno, che materialmente avrebbero causato la morte di una bambina di appena due anni, impossibilitata a difendersi e chiedere aiuto. Ma sono anche quelle del tessuto sociale e istituzionale che nulla hanno fatto per evitare la tragedia. Perché come vivevano quella bambina e le sue sorelle era noto, saputo e risaputo. Ma da una parte abbiamo persone che hanno preferito farsi gli affari propri, dall’altra istituzioni che o non hanno agito, o sono state superficiali.

Questo caso fa male non solo per le violenze inflitte alla bambina, ma per la tela di indifferenza che le gravitava attorno. Leggendo le decine di pagine di atti che hanno portato all’arresto di Aiello e Iannuzzi è impossibile non provare rabbia: Beatrice poteva essere salvata non una, ma decine di volte. Eppure tutte le persone che oggi parlano, prima hanno tenuto la bocca chiusa. Nessuno si è mai intromesso.

“Le due bambine più grandi andavano a scuola, erano scolarizzate", dichiara Margherita Carlini, psicoterapeuta e criminologa forense. "Mettiamo per un momento da parte tutto il contesto familiare, che era evidentemente problematico: i conflitti, le testimonianze che stanno emergendo adesso, l’alcol, la droga. Lasciamo fuori tutto questo. Restano due bambine che frequentano la scuola. E io penso anche a tutto il resto: i vaccini, le visite mediche, tutte quelle occasioni di routine che scandiscono la vita di un bambino. Com'è possibile che nessuno si sia accorto di nulla? Va bene la paura, il terrore, le minacce. Però queste bambine venivano abbandonate dalla madre. È difficile immaginare che una situazione del genere non avesse ripercussioni sul rendimento scolastico, sui compiti, sul comportamento quotidiano. Com'è possibile che nessuno abbia notato niente?

Questo riguarda il contesto sociale. Poi c'è il contesto istituzionale. Stiamo parlando di una famiglia che era già seguita dal punto di vista giudiziario. Il padre biologico della bambina era stato in carcere, poi ai domiciliari. Successivamente arriva una denuncia per maltrattamenti e lui viene riportato in carcere. Si apre un fascicolo che, con ogni probabilità, arriva alla Procura minorile che dovrebbe attivare almeno una forma di monitoraggio da parte dei servizi territoriali. Anche perché lui sosteneva che la maltrattante fosse lei. Al di là di chi avesse ragione, una verifica andava fatta. Quantomeno un monitoraggio. Non si capisce se ci sia stato oppure no, ma a me sembra assurdo che non siano stati attivati i servizi sociali.

Quindi abbiamo almeno tre livelli. Quello familiare, che era quello che era. Quello sociale, fatto di vicini, genitori degli amichetti, scuola. E poi quello giudiziario-istituzionale. Nessuno ha funzionato. 

Ma un caso di questo tipo impone valutazioni e ascolto dei minori. Anche ammettendo che le accuse del padre biologico fossero infondate, nessuno ha ascoltato queste bambine. A lui viene aggravata la misura detentiva, passando dai domiciliari al carcere, ma nessuno si chiede dove siano i minori, come stiano, come stia quella donna. Anche in un'ottica di tutela, secondo quanto previsto dalla riforma Cartabia. La domanda è: che cosa è stato fatto? È difficile pensare che nessuno, a un certo punto, si sia posto delle domande”.

C'è chi giustifica la totale mancanza di allarmi sostenendo che, prima di conoscere Manuel Iannuzzi, Emanuela Aiello non fosse mai stata violenta con le figlie. Ma pensare che una donna possa passare nel giro di pochi mesi da madre accudente a madre maltrattante esclusivamente a causa di una nuova relazione è decisamente improbabile.

Anche a me sembra molto strano – prosegue Carlini -. Perché qui non stiamo parlando di una persona passiva. Lei è un soggetto attivo all'interno di questa vicenda. Faccio fatica a credere che tutto possa essere nato semplicemente dall'inizio di una relazione sentimentale. È più plausibile che quella relazione abbia aggravato carenze e comportamenti già presenti, rendendoli più evidenti e più violenti. Io non credo che si possa passare, nel giro di pochi mesi, da una genitorialità adeguata a una situazione come quella che emerge da questa vicenda. Qui si parla di bambine chiuse in camera come punizione perché chiedevano di stare con gli adulti. Di una sorella maggiore, ma comunque di 9 anni, che finisce per occuparsi della più piccola. Di bisogni ignorati sistematicamente. È l'esatto contrario di ciò che intendiamo per funzione genitoriale. La genitorialità significa cura, protezione, ascolto dei bisogni del bambino e capacità di rispondervi. In questo caso vediamo il contrario. Per questo penso che quella relazione possa aver aggravato una situazione già compromessa, ma non averla creata dal nulla. Se fosse stato diversamente, sarebbe difficile spiegare anche i racconti precedenti provenienti dalla famiglia paterna e da altre persone che frequentavano quel contesto”.

Ci sono stati numerosi momenti nei quali qualcuno sarebbe potuto intervenire. La sera in cui la piccola stava agonizzando in casa c’erano altre due persone insieme ad Aiello e Iannuzzi. Mentre bevevano e assumevano sostanze al piano inferiore, la figlia più grande di Aiello cercava di chiamare disperata la madre urlando che Beatrice stava male. Non poteva uscire dalla camera, era stata chiusa a chiave. I loro due amici che stavano cenando con loro hanno ignorato quelle tre bambine piccole lasciate sole ai piani superiori del casolare. Hanno ignorato la situazione i nonni materni, che pure vedevano Beatrice: e quelle percosse lasciano segni visibili, non è possibile non li abbiano visti. Non solo: hanno anche cercato di coprire la figlia, dando versioni discordanti tra loro per evitare si capisse ciò che era veramente successo. Così come hanno fatto finta di nulla i vicini, che oggi parlano di una donna violenta che era risaputo picchiasse la figlia. Non era nemmeno un mistero che la donna lasciasse le bambine sole in casa di notte per stare con il compagno.

Qui stiamo parlando di una bambina molto piccola – conclude Carlini -. Eppure sembra che nessuno abbia ritenuto necessario intervenire. Anche ammettendo che chi frequentava quella casa avesse a sua volta problemi o fragilità, resta difficile capire come nessuno abbia sentito il bisogno di fare una segnalazione, anche anonima. Questa è una situazione che si è protratta nel tempo. Non stiamo parlando di due giorni. Per questo continuo a chiedermi come sia possibile che nessuno si sia accorto di nulla. Le altre bambine andavano a scuola, avevano relazioni con l'esterno. Data la totale mancanza di accudimento della madre, che le lasciava in casa da sole a crescere la sorella più piccola, dubito che le aiutasse a lavarsi o vestirsi per andare a scuola, che le aiutasse a fare i compiti, o che anche solo le accompagnasse. Possibile che nessuno si sia mai posto una domanda? E non parlo necessariamente della consapevolezza di una situazione estrema come quella che oggi emerge dalle indagini. Ma alcuni segnali si vedono.

Se ci sono problemi di dipendenza, trascuratezza, assenza di cura, sono aspetti che finiscono per riflettersi anche sui bambini. Lo si nota nel loro aspetto, nei comportamenti, nel modo in cui si presentano a scuola o nelle relazioni con gli altri. Per questo faccio molta fatica a credere che, in assenza di qualsiasi monitoraggio o intervento, quelle bambine potessero apparire adeguatamente accudite”.

Quello che io penso è che bisogna smetterla di considerare la famiglia un luogo sacro e inviolabile. Un nucleo inespugnabile, dove i genitori possono fare ciò che vogliono dei propri figli, perché “ognuno li educa come gli pare”. Ecco, basta con questa stronzata. Perché oggi ci indigniamo per il mancato intervento dei servizi sociali, ma ogni volta che le istituzioni intervengono in contesti familiari problematici si assiste a una levata di scudi in nome dell'idealizzazione della famiglia (tradizionale ovviamente) e del presunto diritto dei genitori di decidere senza interferenze della vita dei propri figli.

Non stupiamoci che nessuno sia intervenuto. Questa è la diretta conseguenza di una sedimentazione storica e culturale che vede la famiglia come territorio sottratto allo sguardo esterno, dove le ingerenze non sono ammesse.

I genitori non hanno il diritto di fare e disfare della vita dei propri figli. La famiglia non a caso è uno dei primi luoghi dove la violenza viene esercitata, trasmessa e appresa. Bordighera è la punta dell’iceberg. Sotto ci sono tante altre Bordighera, che magari non avranno lo stesso esito mortale, ma che ognuno fa finta di non vedere. Un proverbio africano dice “Ci vuole un villaggio per crescere un figlio”. E così deve essere: il villaggio, la comunità, deve prendersi in carico i bambini, i soggetti che meno hanno possibilità di difesa e prendersene cura, soprattutto quando chi è deputato a farlo non è in grado.

Viviamo in una società che ci vuole sempre più soli, poveri e divisi: e a farne le spese sono sempre i più fragili e vulnerabili. Se il villaggio non avesse ignorato Beatrice, oggi non ti parlerei di questa storia. Mi piacerebbe tanto non averlo fatto.

Questa settimana il libro che vorrei consigliarti è Storia di Shuggie Bain, dello scrittore Douglas Stuart. Shuggie viene abbandonato piccolissimo dal padre, mentre la madre, alcolizzata, non è assolutamente in grado di occuparsi di lui. Il libro esplora la relazione tra i due, la sofferenza del bambino che nonostante tutto ama sua madre e vorrebbe essere accudito e guidato da lei, ma anche l'indifferenza generale e la violenza che li circonda, in una spirale difficile da arrestare.

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Ci sentiamo alla prossima puntata. Ti ricordo che Streghe non ha un appuntamento fisso: esce quando serve. E dove serve, noi ci siamo.

Ciao!

Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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