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il 2026 segna il centenario della nascita di Marilyn Monroe. Ho deciso di dedicare questa newsletter a lei perché, a cento anni dalla sua nascita, continua a essere una delle donne più celebri, ma anche una di quelle la cui complessità è stata maggiormente semplificata dalla memoria collettiva.


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L'immagine che la maggior parte di noi ha ancora oggi di Marilyn è quella costruita dal mito: la bionda svampita, il sex symbol per eccellenza, la donna ridotta al proprio corpo. Eppure Marilyn Monroe era altro: una donna intelligente, curiosa, colta, appassionata, capace di costruire consapevolmente la propria immagine pubblica e di prendere decisioni che la portarono spesso a scontrarsi con l'industria cinematografica. Non una cosa da poco insomma.

Ci tenevo a parlarne perché, fino a pochi anni fa, anch'io di lei non sapevo praticamente nulla. L'immagine che avevo in testa era quella iconica della gonna bianca che si solleva sulla grata della metropolitana, poco altro. Sapevo che era considerata una delle donne più belle del mondo, un ideale estetico senza tempo, e conoscevo appena qualche dettaglio della sua vita privata, come la presunta relazione con i fratelli Kennedy.

Nel 2019, però, mi sono imbattuta in un articolo pubblicato su DinamoPress e firmato dalla storica Ilenia Rossini. Il titolo era "Non sono la stupida bionda di nessuno" e restituiva un ritratto di Marilyn completamente diverso da quello che avevo sempre avuto davanti agli occhi. Non più soltanto il sex symbol per eccellenza, ma una donna complessa, con una storia tutt'altro che ordinaria. Per questo, quando poche settimane fa è uscito il nuovo libro di Rossini per Momo Edizioni dedicato a Marilyn Monroe – che si intitola, come si legge nel titolo, "Non sono la stupida bionda di nessuno" -, ho deciso di intervistarla.

Credo che sia arrivato il momento di restituire complessità a una delle donne più celebri del Novecento. A un'attrice che, in un'epoca in cui alle donne veniva chiesto soprattutto di essere belle e accomodanti, arrivò a sfidare Hollywood fondando una propria casa di produzione, scegliendo i ruoli che voleva interpretare e rivendicando il controllo sulla propria immagine.

Sì, Marilyn Monroe era bellissima. Ma era anche molto altro. La sua storia mi ha appassionata proprio perché rompe il mito con cui siamo cresciuti. E spero che, leggendo questa intervista, possa appassionare anche te.

Nel libro scrivi che Marilyn non era né una bionda stupida né una vittima. Perché va sottratta a queste narrazioni, che finiscono per ridurre un personaggio così complesso? 

Allora, in generale mi ha sempre un po' stranito il fatto che la vittimizzazione di Marilyn Monroe faccia parte della sua infantilizzazione come donna. Ti faccio un esempio: è uscito lo stesso giorno del mio, un libro di Francesco Costa della collana di Giulio Perrone dedicata ai luoghi, quello su Los Angeles e Marilyn Monroe, e il sottotitolo è qualcosa come "Splendori e Tragedie di una donna bambina". Ecco, io credo che un titolo del genere sia irricevibile nel 2026, ma probabilmente lo sarebbe stato anche nel 2006. Non è una sensibilità nata ieri. La vittimizzazione di una donna che ha sofferto, e quindi l'idea che tutta la sua vita ruoti attorno alla sofferenza e allo sfruttamento da parte degli altri, è un modo per toglierle agency, quindi per infantilizzarla. Infatti viene raccontata come una donna che non è mai maturata, che cerca il padre per tutta la vita. È un'altra narrazione che ricorre continuamente: l'idea che abbia cercato una figura paterna negli uomini con cui ha avuto relazioni sentimentali o anche soltanto sessuali. Persino l'eventuale relazione con i fratelli Kennedy viene ricondotta a questo schema, così come il suo fascino per il potere. In questo modo, però, le viene sottratta la sua maturità di donna. Si dimentica il percorso psicoanalitico che ha fatto, il lavoro su sé stessa e le decisioni che ha preso in autonomia, spesso andando contro quello che si aspettavano da lei la Fox, le persone che le stavano intorno o persino il pubblico. Vittimizzarla significa ignorare il fatto che nella sua vita abbia compiuto scelte anche molto dirompenti. Sul piano lavorativo, per esempio, quando decide di creare una propria casa di produzione. Sul piano della narrazione di sé, quando rivendica il proprio corpo o il fatto di aver posato nuda per un calendario perché aveva bisogno di soldi. Lei lo dice apertamente: l'ho fatto perché avevo bisogno di soldi. E aggiunge anche che nel corpo non c'è niente di male. Marilyn giocava moltissimo con il modo in cui esponeva e metteva in scena il proprio corpo. Per questo pensare che tutti volessero soltanto sfruttarla, approfittandosi delle sue debolezze psicologiche e dei suoi traumi infantili, significa sottrarle completamente quella capacità di agire che invece aveva come qualsiasi altra persona. Con le donne succede molto spesso: ci viene negata la capacità di prendere decisioni, come se fossimo sempre mosse dagli istinti o dai traumi. Invece Marilyn era una persona intelligente che, come tutti, faceva delle scelte. Era una donna che ha sofferto, che è stata molestata, ma questo non significa che debba essere raccontata soltanto come una vittima. C'è una frase molto bella nell'autobiografia di Arthur Miller, suo ex marito, in cui dice che Marilyn ha cercato per tutta la vita di sottrarsi al proprio destino di vittima. Secondo me è una frase che va tenuta molto in considerazione, perché la rappresentazione della "donna bambina", sempre mossa dagli altri, non mi convince e mi sembra anche piuttosto offensiva.

In effetti, leggendo il libro, si ha proprio l'impressione che la sua vita reale non abbia quasi nulla a che vedere con l'immagine della donna bambina o della semplice icona sexy che è rimasta nell'immaginario collettivo. 

Lei era una donna molto intelligente, con moltissimi interessi culturali. Per esempio, ci tenevo a inserire alcune lettere scritte quando non era ancora famosa, quando faceva ancora l'operaia o aveva appena iniziato a lavorare come modella. In una di queste ringrazia Grace, la migliore amica di sua madre, che era diventata la sua tutrice legale dopo il lungo ricovero della madre in un ospedale psichiatrico, perché le aveva regalato un manuale di inglese. In un'altra racconta invece che zia Ana, la donna che l'aveva accolta prima che lei si sposasse a soli sedici anni, le aveva regalato un'enciclopedia. Già questo, secondo me, dice molto. Ci racconta una ragazza che era stata sicuramente spinta verso un matrimonio precoce — oggi una cosa del genere ci farebbe rabbrividire, anche se allora non era così infrequente — ma che continuava comunque a desiderare di completare la propria formazione. È una tensione che ritroveremo per tutta la sua vita. Basti pensare che, quando si trasferisce a New York, i primi conti aperti li apre nelle librerie e non nei negozi di vestiti, come ci si aspetterebbe da una diva. Certo, aveva anche molti conti aperti nei negozi di cosmetici, però cercava continuamente di migliorare se stessa. Il problema è che questa parte di lei ha fatto molta fatica a emergere nell'immagine pubblica. È stata probabilmente l'unica attrice con un personaggio così fortemente sexy a insistere nel farsi fotografare continuamente con dei libri in mano. L'iconografia di Marilyn che legge — che ho voluto riprendere anche nella copertina del libro, portandola quasi all'estremo con Marilyn che legge l'Ulisse di Joyce — è qualcosa che non troviamo praticamente in nessun'altra attrice del suo tempo, e forse nemmeno di oggi. Ma era un'immagine che lei cercava fortemente. Tutti i fotografi che hanno lavorato con lei raccontano la stessa cosa: era quasi come se Marilyn Monroe fotografasse Marilyn Monroe. Era lei a decidere, a influenzare profondamente il modo in cui veniva rappresentata, perché quello era probabilmente l'unico spazio di autonomia che aveva. Sul piano dei ruoli cinematografici, invece, era molto più difficile riuscire a dire la propria o renderli più complessi. Quando si fa fotografare mentre legge l'Ulisse, per esempio, quel libro lo sta leggendo davvero, perché doveva studiarne un brano per l'Actors Studio. Ma non sceglie soltanto di mostrarsi mentre legge Joyce: sceglie di essere fotografata proprio nelle ultime pagine del romanzo, cioè nel monologo di Molly Bloom. Anche questo è significativo, perché è uno dei passaggi più importanti dal punto di vista della consapevolezza femminile e della sessualità. E quella fotografia, che Chiara Fazzi ha poi rielaborato per la copertina del libro, viene realizzata da Eve Arnold, una delle più grandi fotografe della Magnum. Non credo sia un caso che un'immagine così importante di una donna vista esclusivamente come sex symbol — e che proprio in quel momento si era trasferita a New York per chiudere con quel tipo di ruoli — venga costruita insieme a una fotografa donna. 

Un altro aspetto centrale che nella narrazione comune non emerge quasi mai è il legame di Marilyn con la classe operaia. In che modo questo ha inciso sul suo modo di concepire la recitazione come qualcosa rivolto alla working class, più che all'industria di Hollywood? 

Lei aveva avuto un'infanzia che non definirei miserabile, ma sicuramente povera e molto precaria. Sua madre era una donna sola, operaia, che lavorava e cresceva una figlia da sola, con enormi difficoltà economiche e anche con problemi psichiatrici. Non sappiamo quanto quelle fragilità fossero legate a una predisposizione e quanto, invece, fossero state amplificate dalle condizioni di vita: allora bastava davvero poco, bastava essere una donna un po' fuori dagli schemi, per essere considerata "psichiatrica". Sicuramente la madre di Marilyn era una persona molto diversa dalla norma. Dopo il ricovero della madre, Marilyn cresce in famiglie affidatarie che, in cambio di un piccolo sussidio statale, accoglievano bambini. È un'infanzia in cui si ritrova spesso sola. Gli adulti lavorano e lei viene lasciata per ore al cinema. Cresce così, nelle sale cinematografiche di Los Angeles, e il cinema diventa letteralmente la sua casa. Poi arriva la Seconda guerra mondiale. Nel clima di propaganda patriottica degli Stati Uniti, in cui ogni cittadino era chiamato a fare la propria parte, anche lei va a lavorare in fabbrica. Ha diciotto anni e viene assunta in un'azienda che produce quelli che oggi chiameremmo droni: si occupa prima di impermeabilizzare i tessuti e poi dei paracadute che permettono a quei velivoli di atterrare senza rompersi. Lavora quindi nell'industria bellica. Per la prima volta nella sua vita, inoltre, ha anche una piccola autonomia economica. È sposata, non vive più in una famiglia affidataria e può finalmente disporre di uno stipendio tutto suo. Con quei soldi si concede una sola cosa: andare al cinema il sabato. Lei ricorderà quell'esperienza per tutta la vita. Racconta che, dopo una settimana di lavoro in fabbrica — un lavoro durissimo, in piedi dieci ore al giorno — il suo unico momento di svago era mettere da parte qualche dollaro per comprarsi un biglietto del cinema. E dice anche una cosa bellissima: quando usciva dalla sala delusa da un film, aveva la sensazione di aver sprecato non solo i soldi del biglietto, ma tutta la fatica che c'era stata dietro quei soldi. È da lì che nasce il suo modo di intendere la recitazione. Dice: "Quando recito penso a chi va al cinema il sabato pomeriggio dopo una settimana di lavoro. A me non interessa quello che pensa il regista, interessa che piaccia agli operai, alle persone comuni, alla gente". E aggiunge un'altra cosa fondamentale: "Non sono stata io a farmi diventare una star, non è stata la Fox e non è stato un uomo. Sono state le persone." Per questo, nei momenti più difficili della sua carriera, sceglie quasi sempre di rivolgersi direttamente al pubblico e, in particolare, alle persone della working class. Quando, ad esempio, la Fox vuole licenziarla perché anni prima, nel 1949, aveva posato nuda per un calendario — quando non aveva praticamente un dollaro — lei non cerca di giustificarsi con lo studio. Fa una dichiarazione pubblica, attraverso un giornalista amico, rivolta direttamente a chi fatica ad arrivare alla fine del mese. Dice, in sostanza: "A voi non è mai capitato di non riuscire a pagare l'affitto? Di non poter pagare la rata della macchina? A me hanno dato cinquanta dollari e ne avevo bisogno. E nel corpo non c'è niente di male." In quel momento scavalca completamente il moralismo e il bigottismo dell'America degli anni Cinquanta e parla direttamente a chi sa cosa significhi avere difficoltà economiche. Perché lei quella condizione l'aveva vissuta. Anche Arthur Miller racconta che il suo immaginario era popolato dalla gente che lavora, che va al bar, dalle donne che abitano nelle roulotte con i conti che non possono pagare, dai ragazzi delle superiori frastornati da spiegazioni che non capiscono Era quel il pubblico a cui sentiva di appartenere. E ogni volta che la morale dominante o Hollywood cercavano di schiacciarla, lei tornava sempre lì, alla sua classe sociale.

Nel libro emerge anche che l'immagine della bionda svampita non fosse tanto la sua identità, quanto una vera e propria maschera costruita da Marilyn. In che modo ha usato quella performance per esercitare un controllo sulla propria immagine? 

C'è un'espressione inglese che a me piace molto: acting dumb, cioè "fare la stupida", fingere di esserlo. In italiano rende bene anche "fare la finta tonta". E credo che con Marilyn funzioni perfettamente. Lei avrebbe voluto interpretare ruoli più complessi. Questo non significa che disprezzasse la commedia o il glamour: non era affatto snob. Semplicemente si rendeva conto che al pubblico piaceva moltissimo quando interpretava la dumb blonde, la bionda svampita. Solo che quella era un personaggio. E a un certo punto lei lo esaspera talmente tanto da trasformarlo quasi nel suo contrario. C'è una battuta in "Gli uomini preferiscono le bionde" che non era nemmeno prevista nella sceneggiatura: fu Marilyn a chiedere di inserirla. Dice: "Posso essere intelligente quando è importante, ma alla maggior parte degli uomini non piace." Ecco, lei porta quel personaggio così all'estremo che finisce per smontarlo. Non è un caso che molte attrici abbiano poi ripreso proprio quella figura per ribaltarla. Penso a Madonna in Material Girl, dove cita apertamente "Gli uomini preferiscono le bionde": prende quel personaggio e lo trasforma completamente. Marilyn fa la stessa operazione. Lo rende talmente caricaturale da far capire che quella caricatura non è involontaria. Non è che le venisse naturale essere così: stava recitando. Portava quel personaggio fino all'esasperazione proprio perché non coincideva con la sua persona.

Marilyn è stata una lettrice vorace, intellettualmente curiosa e anche politicamente molto più radicale di quanto si pensi. Eppure queste dimensioni vengono sistematicamente rimosse dalla narrazione pubblica, sostituite da citazioni motivazionali frivole, che tra l'altro spesso non sono nemmeno sue.

Moltissime citazioni attribuite a lei sono completamente inventate. Proprio ieri una mia amica mi ha scritto dall'ospedale di Tor Vergata: c'erano dei cartelli contro la violenza di genere e uno riportava una frase attribuita a Marilyn del tipo: "Non bisogna essere principesse, ma guerriere." È totalmente falsa. Come sono false tante altre citazioni che continuano a circolare: "Date un paio di scarpe a una ragazza e conquisterà il mondo" e cose del genere. Assurdità. Anche questo, però, è un modo di usare il personaggio, facendole dire quello che fa comodo dire oggi. Per quanto riguarda le sue posizioni politiche, invece, in parte sono state cancellate perché negli Stati Uniti del maccartismo erano semplicemente difficili da rendere pubbliche senza pagarne le conseguenze. Quasi tutte le persone che le erano vicine finirono davanti alla Commissione per le attività antiamericane o subirono comunque il clima di persecuzione di quegli anni. Penso a Elia Kazan, con cui ebbe una relazione, ad Arthur Miller, che fu suo marito, ma anche a molti suoi amici, come il poeta Norman Rosten, poco conosciuto in Italia. Già all'epoca, quindi, non era semplice parlare apertamente di certe idee. E anche lì Marilyn usa spesso il personaggio della "bionda scema". Penso, ad esempio, a quando partecipa al ricevimento con Krusciov, durante la prima fase della distensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Le chiedono più volte che impressione le abbia fatto incontrarlo e lei continua a rispondere soltanto: "È stato un pomeriggio molto interessante." Non aggiunge altro. Però chi le era vicino racconta che in realtà quell'incontro l'aveva colpita molto. Per esempio, le piacque moltissimo una risposta di Krusciov al capo della Fox. Lui gli raccontava che i suoi genitori erano emigrati negli Stati Uniti con due tappeti sulle spalle e che lì avevano costruito la loro fortuna. Krusciov gli rispose: "I miei genitori erano minatori e io sono diventato presidente dell'Unione Sovietica". Marilyn trovò quella risposta molto significativa, anche per quel suo sguardo sempre molto legato alla working class. Poi c'è tutto il tema dei diritti civili. Quando oggi pensiamo a Marilyn dobbiamo ricordarci che è morta prima che il Civil Rights Act mettesse formalmente fine alla segregazione razziale. Viveva in un'America in cui, in molti Stati, esistevano ancora spazi separati per bianchi e neri. È diventata famosa prima ancora che Rosa Parks si rifiutasse di cedere il posto sull'autobus. Questo è il contesto storico in cui si muove. Lei viveva con estrema naturalezza i rapporti con i cittadini afroamericani, proprio perché li considerava normali. Si spese moltissimo per i diritti civili e, quando conobbe Robert Kennedy, cercò anche di pungolarlo su questi temi , che non dovevano rimanere solo un programma teorico. Aveva probabilmente sviluppato questa sensibilità anche grazie alle famiglie evangeliche presso cui era cresciuta, che, almeno su questo aspetto, erano sorprendentemente progressiste. Naturalmente, però, una star bionda amata dall'America bianca non poteva essere associata a simpatie per l'Unione Sovietica o a posizioni troppo radicali. Dal 1955 Marilyn viene addirittura sorvegliata dall'FBI, anche perché aveva chiesto un visto per partecipare a uno scambio culturale in Unione Sovietica, viaggio che poi non si realizzò mai. Non solo. Era iscritta al sindacato degli attori, aveva contribuito a fondare la sezione hollywoodiana della SANE, una delle principali organizzazioni pacifiste dell'epoca. E bisogna ricordare che, nella Guerra fredda, essere pacifisti significava molto spesso essere accusati di essere contro la politica degli Stati Uniti. Sono tutti aspetti che oggi conosciamo pochissimo. In parte perché rompevano lo stereotipo della bionda svampita, in parte perché allora era impossibile raccontarli apertamente. Dopo la sua morte, poi, si è preferito concentrarsi sulle teorie complottiste: chi l'ha uccisa, la CIA, l'FBI, la mafia, i Kennedy… Tutto questo ha completamente oscurato la complessità intellettuale della persona, con i suoi pregi e anche con i suoi difetti. Perché Marilyn, ovviamente, non era una persona semplice con cui vivere o lavorare. Aveva un carattere complicato sotto molti aspetti. Ma era una persona vera, non il personaggio semplificato che è arrivato fino a noi.

Nel libro racconti anche una Marilyn che convive con l'endometriosi e con un dolore cronico che per decenni è rimasto quasi assente dal racconto pubblico della sua vita. 

Il corpo di Marilyn era anche un corpo che soffriva. E soffriva terribilmente, praticamente da quando era adolescente. Quando era ragazza viveva con Ana Lower, una donna a cui poi resterà sempre molto legata. Ana apparteneva alla Scienza Cristiana, una confessione religiosa che rifiutava i farmaci perché riteneva che la guarigione dovesse arrivare attraverso la fede. Quindi Marilyn già da adolescente convive con dolori fortissimi senza poter essere curata in modo adeguato. Poi scopre di avere l'endometriosi in un'epoca in cui questa malattia faceva fatica perfino a essere riconosciuta dai medici. E, se oggi ancora tante donne faticano a ottenere una diagnosi, allora era quasi impossibile. Per tutta la vita viene sottoposta a interventi chirurgici che cercano di rimuovere il tessuto cicatriziale provocato dall'endometriosi, senza però risolvere davvero il problema. E tutto questo mentre cerca disperatamente di non perdere la possibilità di avere figli, anche se poi le verrà detto che, molto probabilmente, non avrebbe comunque potuto portare avanti una gravidanza. Faceva un uso continuo di antidolorifici, in un Paese che già allora aveva un rapporto molto disinvolto con gli oppioidi. E nel suo caso quel ricorso ai farmaci era anche perfettamente comprensibile. Una delle cose che trovo più significative è che, durante le riprese de "Gli spostati", riesce a ottenere una cosa straordinaria: non lavorare nei giorni delle mestruazioni. E qui c'è un altro aspetto che mi ha colpita molto. Marilyn viene descritta come un'isterica: arriva in ritardo, non si sveglia, fa perdere giornate di lavoro, non rispetta colleghi e registi perché si sente una star. Se però si guardano le cronologie della sua vita, quelle che riportano giorno per giorno le assenze dal set, ci si accorge che ricorrono quasi sempre ogni quattro settimane. Credo che qualunque donna, oggi, capisca immediatamente perché. Gli attori della Hollywood degli anni Cinquanta lavoravano con ritmi disumani. Ma è evidente che, se una persona ogni quattro settimane non riesce ad alzarsi dal letto, quel malessere ha una spiegazione molto concreta. C'è poi anche tutto il tema del corpo. Per decenni il corpo di Marilyn è stato misurato in ogni dettaglio: il seno, i fianchi, il numero di scarpe. Però il corpo di una donna cambia continuamente, già per le normali oscillazioni ormonali. E quello di una donna con l'endometriosi cambia ancora di più. Quel gonfiore tipico dell'endometriosi, che oggi conosciamo molto bene, nelle fotografie di Marilyn è spesso visibile. Eppure all'epoca i giornali le chiedevano continuamente se fosse incinta, oppure scrivevano che era ingrassata rispetto al film precedente. Magari non era ingrassata affatto. Magari era semplicemente gonfia perché aveva l'endometriosi. E questo, probabilmente, ha inciso anche sull'impossibilità di portare avanti le gravidanze. In un'America come quella degli anni Cinquanta, un sex symbol doveva essere anche una madre. Se non riuscivi ad avere figli eri considerata, in qualche modo, una donna incompleta. Anche questa è stata una pressione enorme che Marilyn ha dovuto sopportare per tutta la vita. L'ultima operazione ginecologica la subisce appena due o tre settimane prima di morire. È una malattia che l'ha accompagnata davvero fino alla fine.

Marilyn soffriva anche di depressione, insonnia e a un certo punto era diventata dipendente dai farmaci che le venivano prescritti. Possiamo dire che anche questo fosse, almeno in parte, il prodotto dell'ambiente in cui viveva e lavorava? 

Si, sicuramente. Faceva un abuso di qualunque tipo di farmaco: barbiturici, oppioidi, anfetamine. Ma bisogna ricordare che a Hollywood quel tipo di consumo era quasi la norma. Anzi, gli attori venivano incoraggiati a prenderli. I ritmi di lavoro erano massacranti: si finiva di girare tardissimo, quindi venivano prescritti farmaci per dormire subito e, la mattina dopo, anfetamine per svegliarsi ed essere di nuovo pronti ad affrontare dodici, quattordici o anche sedici ore di set. Servivano anche a controllare il peso, perché le anfetamine hanno pure quell'effetto. Insomma, l'ambiente in cui lavorava aveva medici che prescrivevano abitualmente farmaci che oggi sappiamo creare una fortissima dipendenza. Poi c'era l'endometriosi. Marilyn praticamente non riusciva a dormire da sempre, quindi aveva già un motivo molto concreto per assumere antidolorifici e sedativi. Chi le stava intorno racconta che, più che stupirsi della sua morte, si stupiva del fatto che fosse riuscita a sopravvivere così a lungo con quel livello di consumo. Gli Stati Uniti degli anni Cinquanta erano quelli. Ci sono saggi che li definiscono una tranquilized nation, una nazione tranquillizzata. L'uso dei barbiturici, che poi saranno vietati qualche anno dopo la sua morte, era diffusissimo. Oggi quando vai a casa di qualcuno ti offrono un bicchiere di vino o una birra. Negli Stati Uniti degli anni Cinquanta era normale che, insieme all'alcol, ti venissero offerte anche delle pasticche. Era una conseguenza anche della Seconda guerra mondiale. Molti reduci erano tornati a casa dopo aver assunto per anni oppioidi e sedativi per curare le ferite, dormire o affrontare i traumi della guerra, e quell'abitudine era entrata nella società. Marilyn, quindi, non è affatto un caso isolato. Penso anche a Judy Garland, la cui vita è stata distrutta da questo sistema di prescrizioni continue da parte dei medici degli Studios. Come succede spesso nelle dipendenze, anche Marilyn finisce poi per farsi prescrivere i farmaci da qualunque medico incontrasse, se li faceva procurare dagli amici, negli ultimi mesi della sua vita li aveva comprati anche in Messico. Nei primi sei mesi del 1962 acquistò più di seicento pillole tra barbiturici e oppioidi. Parliamo di farmaci che oggi, in alcuni casi, sono addirittura vietati proprio per gli effetti che producono. Poi, ecco, non mi piace fare diagnosi psichiatriche postume. Non sono una psichiatra e nessuno psichiatra che ha visitato Marilyn ha rilasciato diagnosi ufficiali e aggiornate secondo le nostre conoscenze. Le diagnosi fatte sessant'anni dopo rischiano sempre di trasformarsi in un altro stereotipo. Quello che possiamo dire è che aveva intrapreso da molti anni un percorso di psicoanalisi importante. Veniva da un'infanzia molto difficile e aveva tante cose da elaborare. A un certo punto sviluppò anche una dipendenza dagli stessi psichiatri che la seguivano. Alcuni erano addirittura contrattualizzati dagli Studios per permetterle di continuare a lavorare. Era sicuramente una persona che attraversava episodi depressivi importanti. Aveva tentato più volte il suicidio e scherzava anche sul fatto di essere diventata un'esperta di pillole. È una battuta che dice molto. Chi sviluppa una dipendenza finisce davvero per acquisire una conoscenza tecnica dei farmaci: sa quali servono per stare meglio e, purtroppo, sa anche quali potrebbero servire per mettere fine alle proprie sofferenze. Era una persona che soffriva di depressione, ma credo sia importante ricordare anche un'altra cosa: quando molte volte non riusciva ad alzarsi per andare sul set non era una donna isterica, capricciosa o presuntuosa. Era una donna che aveva dolori fisici fortissimi. Era una donna che assumeva enormi quantità di oppioidi e che spesso, la mattina, non riusciva davvero a svegliarsi. I truccatori raccontano che a volte la truccavano mentre era praticamente incosciente. In alcuni periodi i medici le praticavano perfino iniezioni simili a un'anestesia pur di farla dormire. È una cosa che ricorda molto quello che succederà molti anni dopo a Michael Jackson. E forse è proprio questo il punto su cui dovremmo interrogarci: il sistema in cui lavorano persone così famose e il ruolo dei medici che le circondano. Molto spesso sembrano preoccuparsi più di mantenere quei corpi performanti che del benessere della persona.

Quando si parla di Marilyn Monroe si finisce quasi sempre per parlare della sua morte. E ancora oggi hanno moltissimo successo le teorie complottiste: i Kennedy, la CIA, l'FBI, la mafia. Perché, secondo te, c'è così tanto bisogno di credere a un omicidio invece di accettare l'ipotesi di un suicidio o di un'overdose accidentale? 

Per quanto riguarda le teorie complottiste sulla morte, anche questo, secondo me, è un modo per toglierle agency. Si fatica ad accettare che una donna famosa, bellissima, ammirata in tutto il mondo — e anche meno ricca di quanto spesso si immagini — possa aver scelto di porre fine alla propria vita. Oppure che, semplicemente, una persona che non dormiva da giorni possa aver sbagliato il dosaggio dei farmaci nel tentativo di riuscire finalmente a riposare. Credo che ci sia anche un altro elemento. Marilyn viene percepita come una persona "altra", diversa da noi. In generale, chi soffre di dipendenze o attraversa episodi depressivi viene spesso raccontato come qualcosa di distante dall'esperienza comune. E allora anche la morte deve essere straordinaria. Non può essere un suicidio o un incidente: devono esserci di mezzo la CIA, l'FBI, la mafia, i Kennedy. Nel caso di Marilyn, poi, le teorie sono talmente tante che praticamente potrebbe averla uccisa chiunque. Tra l'altro non credo nemmeno che avesse tutti questi segreti da rivelare. Ci sono state donne molto più vicine ai Kennedy di quanto lo sia stata lei e nessuna di loro è stata assassinata. Anche qui ritorna la figura della donna bambina. I bambini hanno sempre qualcuno che decide per loro. Non decidono della propria vita e, di conseguenza, non possono nemmeno decidere di porre fine alla propria esistenza o di assumere farmaci fino a sbagliare un dosaggio. E poi, naturalmente, il complottismo è molto più attraente della banalità del dolore umano. È molto più affascinante immaginare una cospirazione internazionale che confrontarsi con la sofferenza quotidiana di una persona. C'è anche moltissimo sessismo. Una delle teorie più diffuse sostiene, per esempio, che Marilyn non avesse abbastanza barbiturici nello stomaco rispetto a quelli trovati nel sangue e che quindi le sarebbero stato fatto un clistere. È una teoria completamente inventata. Non esiste alcuna prova. Però è interessante notare come, ancora una volta, tutto torni al suo corpo. Anche dopo la morte si continua a parlare del suo corpo, della sua nudità, di una presunta penetrazione, di un abuso. È come se il suo corpo non smettesse mai di essere oggetto dello sguardo degli altri. Secondo me questo racconta molto di più delle perversioni e del sessismo di chi ha costruito queste teorie che non di Marilyn stessa. Tra l'altro tutte le principali teorie complottiste derivano sostanzialmente da un unico autore, Frank Capell, un uomo dell'estrema destra statunitense che pubblicò un libretto nel 1964, poco dopo la sua morte, con l'obiettivo di screditare Robert Kennedy e ostacolarne la carriera politica. Quindi anche questo è interessante: dietro la costruzione del complotto non c'è solo il sensazionalismo, ma anche una precisa strumentalizzazione politica.

Marilyn non era una bionda stupida, ma nemmeno, come qualcuno ha provato a raccontarla negli ultimi anni, un'icona dell'empowerment e del femminismo. Perché anche questa è una semplificazione che non le rende giustizia?

Anche a me piacerebbe pensare a una Marilyn femminista. Mi piacerebbe immaginarla come una femminista della terza o della quarta ondata, senza essere passata dalla seconda, visto che è vissuta prima. Però non era così e anche questo mi sembra un modo di strumentalizzarla. Era sicuramente una donna del suo tempo. In questi giorni ci pensavo anche perché quest'anno ricorre il centenario della sua nascita, così come quello di Gian Giacomo Feltrinelli. Sono persone nate nello stesso anno e appartengono a un altro mondo. Marilyn era una donna avanti per il suo tempo, questo sì. Lo era, per esempio, nel rapporto con la sessualità e con il corpo. Diceva che nel sesso non c'è niente di male, che nel corpo non c'è niente di male, che si può lavorare con il proprio corpo e decidere autonomamente quando mostrarlo e quando no. Quando, per esempio, le chiedono se è cambiata perché si presenta con un vestito più accollato, lei risponde semplicemente: "No, sono la stessa con un vestito diverso". Cioè, rivendica il fatto che sia una sua decisione. Però è anche una donna profondamente figlia del proprio tempo. È stata una protofemminista? Io sono una storica e faccio fatica a usare queste categorie in modo anacronistico. Accanto alla donna che affermava che si poteva posare nuda senza che ci fosse nulla di male, c'era anche quella che diceva che ogni donna degna di questo nome dovesse avere un istinto materno. C'era la donna che sosteneva che fosse giusto occuparsi del marito, preparargli la colazione, stirargli le camicie, perché un uomo non avrebbe dovuto uscire di casa senza una camicia pulita. Queste cose le diceva davvero. Era quindi una persona piena di contraddizioni, come lo siamo tutti. E proprio per questo credo che ogni tentativo di trasformarla nel simbolo di qualcosa finisca per farle un torto, perché inevitabilmente taglia via un'altra parte di lei. Ella Fitzgerald disse che Marilyn era una donna avanti per il suo tempo. Io sono d'accordo. Ma era avanti nel suo tempo, non fuori dal suo tempo. E questo, secondo me, è un valore aggiunto. Non penso di renderle un favore dicendo che fosse una femminista nel senso in cui lo intendiamo oggi. Magari lo sarebbe diventata, non possiamo saperlo. Magari invece sarebbe diventata una stronza come Brigitte Bardot. Non è successo e quindi non possiamo attribuirle sensibilità che appartengono al nostro presente. Quando guardiamo al passato facciamo sempre domande che nascono dal presente. Oggi io mi pongo certe domande. Magari fra quarant'anni gliene porremo di completamente diverse e daremo anche risposte diverse. Perché cambiamo noi e cambia il mondo. Non possiamo sapere come sarebbe stata in una società diversa e, allo stesso tempo, non possiamo attribuirle categorie che lei non ha mai avuto la possibilità di elaborare. Lei crea una casa di produzione diventando la prima grande star hollywoodiana donna a farlo. È una scelta straordinaria, ma la compie senza avere alle spalle gli strumenti teorici del femminismo che arriveranno dopo. Lo fa da sola, contro un sistema che le diceva che una donna non poteva farlo. Ed è proprio questo, secondo me, che rende quella scelta ancora più significativa. Lo stesso vale per il desiderio di maternità. A un certo punto prende atto del fatto che probabilmente non potrà avere figli, ma dice anche: "Non posso adottare, perché non ho un marito". Oggi questa frase ci sembra lontanissima, ma racconta perfettamente il mondo in cui viveva. Poi è anche vero che Marilyn amava profondamente il proprio lavoro e non avrebbe rinunciato alla carriera. Non lo fece per i mariti, che spesso avrebbero preferito una moglie più domestica, e credo che probabilmente non lo avrebbe fatto nemmeno per un figlio. Ma resta il fatto che lei stessa dice: "Non posso farlo perché non ho un marito". E questo ci dice che non era una donna degli anni Sessanta o degli anni Settanta. Forse lo sarebbe diventata, forse no. Non possiamo saperlo. Quello che possiamo fare è restituirla per quello che era davvero: una donna che, su molte cose, era incredibilmente avanti e, su altre, era inevitabilmente figlia del proprio tempo. Ed è proprio questa complessità, secondo me, a renderla molto più interessante di qualsiasi simbolo.


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Ciao!

Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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