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Oggi su Streghe parliamo delle affermazioni di Michele Mari nei confronti di Michela Murgia, e di come il controllo del corpo delle donne sia storicamente uno dei principali strumenti attraverso cui si esercita il potere maschile.
Qualche anno fa ero al parco con Raksha, una cagna con cui ho avuto il piacere di vivere purtroppo per un breve periodo della mia vita. L’area cani era frequentata anche da un tizio estremamente sgradevole, un maleducato borioso secondo me non molto estraneo ai lieti ambienti della criminalità organizzata romana. Girava nel parco con un bellissimo pastore tedesco che però attaccava gli altri cani, causando purtroppo anche ferite gravi. Un giorno toccò al cagnolino di un ragazzo del mio quartiere, che quasi ci ha rimesso la vita. A farmi scattare non fu il fatto in sé, per quanto ovviamente grave, ma il fatto che questo pezzo di merda non chiese scusa né nulla: dopo che il ragazzo prese disperato il suo cane correndo a perdifiato dal veterinario, stava lì in mezzo al parco e rideva raccontando di quando una volta il suo pastore aveva quasi ammazzato un dogo, molto fiero. Non mi sono trattenuta, e sono andata lì a dirgli di lasciare i suoi nominativi per poi almeno fargli recapitare le spese veterinarie. Dato che c’ero, ho anche aggiunto un paio di cose su come ci si comporta in civiltà. Sapevo che non sarebbe finita bene, ma nemmeno mi aspettavo che non stesse così tanto sul punto:
- “Fai cacare, guarda come ti vesti”
- “Stai così perché nessuno ti scopa, io mi scopo dieci donne al giorno, tu fai schifo” (con lui c’erano i figli piccoli)
- “Sei oscena, guarda che faccia che c’hai”
E altro che ora non ricordo. Questo è un episodio, ma sono abbastanza sicura che anche a te almeno una volta nella vita è capitata una cosa di questo tipo. Ossia un uomo che ti insulta, dandoti della cessa, dell’inchiavabile, dell’arrabbiata perché le manca il cazzo. Scusa il turpiloquio, così eccessivo non piace nemmeno a me, ma questa è esattamente la violenza verbale cui noi donne siamo sottoposte quando alziamo la testa o semplicemente esprimiamo un’opinione che non solletica l’ego maschile. Anche solo scrivere e leggere questi termini è sgradevole, ho provato disgusto mentre digitavo: rende bene però le sensazioni provate quando accade.
Per questo non sono stupita delle parole di Michele Mari nei confronti di Michela Murgia. Non è la prima né l’ultima volta che il corpo di una donna viene usato per attaccarla e sminuirla. Si tratta di un modo, molto violento, volto non solo a intimidire, ma anche a mandare un messaggio: non uscire dai binari, non metterci in discussione, perché te la facciamo pagare. Per questo motivo oggi su Streghe vogliamo andare al di là del singolo episodio, seppur deprecabile. Lo facciamo con Giulia Paganelli, antropologa dei corpi e scrittrice, e autrice del saggio pubblicato con Einaudi "Maleficae, i corpi avvelenati". Con Paganelli ho parlato ieri e mi ha spiegato un po’ di cose. La prima cosa che le ho chiesto è come mai il corpo femminile viene ancora oggi considerato come una patente di legittimità per poter parlare.
“Per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare a un periodo storico preciso – mi spiega -. Nel 1484 succede una cosa fondamentale: viene scritto e pubblicato il Malleus Maleficarum. Il primo libro del Malleus fornisce una serie di indicazioni per rintracciare sul corpo femminile la mancanza di fede, una maggiore tendenza alla fragilità, alla debolezza, alla corruttibilità. Tutte queste caratteristiche vengono collegate a elementi fisici. Da quel momento in poi, la figura della donna non canonica nelle sue fattezze — e per non canonica intendiamo una donna che non risponde alla gradevolezza richiesta dallo sguardo patriarcale — diventa oggetto di una persecuzione sistemica. Fino a quel momento non era così. Da allora assistiamo a una discriminazione sistemica nei confronti di tutte le donne in quanto donne, ma soprattutto di quelle che mostrano segni di non conformità: la bruttezza, la grassezza, dimensioni corporee considerate fuori norma, le disabilità, una femminilità ritenuta insufficiente o, al contrario, eccessiva. Tutte queste caratteristiche diventano prioritarie nella valutazione della persona che abita quei corpi”.
“A questo si aggiungono poi altri fenomeni storici. Penso, per esempio, alla tratta schiavista, che dalla costa africana rapisce persone e le porta come schiave nel mondo mediterraneo. Quando arrivano corpi completamente diversi da quelli che la società europea era abituata a vedere, quelle differenze fisiche vengono associate proprio ad alcune delle caratteristiche che in precedenza erano state identificate come segni di inferiorità o devianza. L’introduzione di questi corpi neri, che fino a quel momento non avevano avuto alcuno spazio nella società nordatlantica, finisce così per ‘certificare’ l’idea che i corpi non conformi esistano e che siano in qualche modo il problema. Questo è un passaggio fondamentale, perché si naturalizza l’idea della sgradevolezza e della bruttezza come sintomo di qualcos’altro. Se non corrispondi ai canoni estetici definiti dalla tua epoca e dal tuo contesto sociale, allora si presume che in te ci sia qualcosa che non va. Nel tempo questo meccanismo si è agganciato a molte altre forme di discriminazione. Faccio un esempio: le persone grasse, se non sono costantemente al servizio degli altri e non utilizzano la propria vita per soddisfare le esigenze altrui, quando si impongono in una conversazione o ribattono a qualcuno vengono accusate di essere aggressive, cattive, ostili. Perché? Perché, secondo chi riceve quelle risposte, quei corpi che vengono giudicati non conformi non dovrebbero avere voce. Quando invece quella voce emerge, non essendo abituati ad ascoltarla, la percepiamo come offensiva. Così tutto ciò che queste persone dicono, anche quando è corretto, viene considerato aggressivo, limitante, offensivo. Vengono accusate di fare gatekeeping, di essere persone stronze, cattive, assolutiste. Guarda caso, molte delle cose che sembrano emergere oggi nei commenti su Michela Murgia riguardano proprio questo. Murgia è stata una persona che ha trascorso un’intera vita a ricevere commenti grassofobici sul proprio corpo. E, più in generale, anche quando sono le donne conformi ad acquisire una voce pubblica, è molto difficile che questa venga accettata senza ripercussioni, senza attacchi”.
Paganelli richiama un caso emblematico: quello della scrittrice Elena Ferrante, che ha deciso di tenere riservata la sua identità. “Basta guardare a ciò che è accaduto negli ultimi vent’anni in letteratura con Elena Ferrante. Ferrante rappresenta il corpo non conforme per eccellenza, perché quel corpo semplicemente non c’è. E proprio questa assenza porta il meccanismo all’ennesima potenza. Lei non esiste pubblicamente come corpo. Tutti i traguardi che ha raggiunto attraverso la sola voce, per molti uomini, sono stati indigeribili. Ti ricordi cosa successe quando il New York Times la inserì al primo posto tra gli autori del XXI secolo? Una quantità enorme di giornalisti uomini si affrettò a sostenere che fosse un’assurdità, perché nello stesso secolo c’era stato David Foster Wallace. A un certo punto, incapaci di accettare l’idea che Ferrante potesse esistere solo attraverso la scrittura, abbiamo persino assistito a un’inchiesta violentissima per cercare di svelarne l’identità. Una persona decide di scrivere libri e di non comparire con il proprio corpo. E noi ce ne siamo completamente infischiati. Il Sole 24 Ore fece quell’inchiesta, che considero estremamente discutibile. Per fortuna la casa editrice non ha mai aperto una discussione su quella vicenda, perché sarebbe stato come togliere legittimità al lavoro svolto fino a quel momento e non rispettare l’unica richiesta dell’autrice: ‘non cercatemi, perché io, come corpo e come persona, non sono rilevante'”.
“In realtà, al di là delle parole precise che Mari può aver usato e al di là di come siano state poi strumentalizzate, quello che è accaduto non è diverso da ciò che succede ogni giorno. Mari non è speciale. Dice cose che dice il novanta per cento degli uomini in Italia. E questo accade perché molti uomini, di fronte a un’emancipazione femminile sempre più evidente e al recupero di voci femminili che stanno mettendo in discussione un dominio storico, si rendono conto che molti dei discorsi che fino a ieri garantivano loro autorevolezza e potere stanno perdendo terreno. Penso al monopolio del pensiero, ma anche ai grandi racconti della guerra, dell’economia, della politica. Oggi, in una situazione globale come quella che viviamo, una delle cose più evidenti è quanto gli uomini dipendano dalle donne. E questa è una consapevolezza alla quale non sono abituati. Per questo reagiscono in modo aggressivo”.
Il problema non riguarda soltanto Murgia o le parole pronunciate da Mari. Questi attacchi funzionano anche come un messaggio rivolto a tutte le donne che occupano lo spazio pubblico: non alzate la testa, perché vi facciamo passare la voglia. “È un meccanismo che funziona in senso molto ampio. Si prende una persona come esempio per colpirne molte altre. Da una parte il messaggio è: se hai un certo tipo di corpo, gli uomini penseranno questo di te e, anche se trovassi il Santo Graal, diranno comunque che l’hai fatto in modo aggressivo e rubandolo a loro. Dall’altra parte si punisce chiunque se ne freghi. Ed è una cosa importante da capire, perché se una persona pensa questo di Michela Murgia non significa che lo pensi soltanto di lei. Lo pensa di tutte le altre donne. Io penso alle amiche grasse di Mari. Come si interfacciano oggi con lui? Come fai a relazionarti con una persona sapendo che tutto ciò che dici non ha valore perché la tua forma fisica condiziona il giudizio che ha su di te? Vuol dire che qualsiasi cosa tu dica o pensi sarà sempre filtrata dal tuo corpo”.
“Io consiglio sempre alle donne di passare almeno qualche mese lontane dagli uomini. Perché quando smetti di frequentarli per un po’, quando poi ci torni ti rendi conto di quanto siano assurde tante dinamiche che avevi normalizzato. Possiamo prendere in prestito anche alcuni strumenti dell’antropologia. Quando fai osservazione partecipante di un altro gruppo culturale, prima devi conoscere la tua struttura culturale. Le donne dovrebbero iniziare a chiedersi più spesso se fanno una cosa perché piace a loro oppure perché pensano che piacerà agli altri e riceveranno approvazione. Ed è un percorso difficilissimo. Lo dico chiaramente: non si possono salvare tutti. Alcune persone resteranno indietro. L’altra cosa importante è non dare spazio a certi discorsi. Ormai la vicenda è uscita e quindi è giusto che se ne parli. Una delle poche persone che, secondo me, ne ha parlato bene è stata Simonetta Sciandivasci su La Stampa. Molte altre cose che ho letto, invece, mi sono sembrate aberranti. C’è chi tira fuori il tema delle conversazioni private. C’è chi ripropone la separazione tra opera e autore. A me dispiace dirlo, ma spesso sono argomentazioni che dimostrano di non aver letto nulla di femminista, perché il femminismo su questi temi è avanti da decenni. Ho trovato molto centrata anche l’intervista che Chiara Tagliaferri ha rilasciato a Repubblica. Perché il punto non è chi abbia detto cosa, quello è relativamente poco rilevante. Il punto è come preservare la memoria di una persona morta che oggi può essere rappresentata solo attraverso ciò che ha scritto, perché non può più difendersi. Credo che dovremmo costruire un fronte comune su questi temi. Non contro il singolo individuo — e questa cosa la voglio sottolineare — perché a me, sinceramente, importa poco di Mari come persona. Alcuni libri mi piacciono, altri li considero trascurabili. Non è questo il punto. Mi interessa l’argomento. E l’argomento deve essere separato dalle singole persone, altrimenti non diventa politico. Oggi è Mari, domani sarà qualcun altro. Mari non è un unicum. Quello che dice è banalissimo. La vera domanda è un’altra: com’è possibile che nel 2026 il corpo di una donna continui a determinare la sua rispettabilità, la sua credibilità, la sua autorevolezza, la sua creatività, perfino la sua capacità di scrivere? Questo è il tema politico. Poi oggi c’è Mari, domani ci sarà qualcun altro. Ma il problema resta lo stesso”.
💜 Angoletto della lettura femminista
Questa settimana voglio consigliarti "Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne" di Jude Ellison S. Doyle. Un libro che esplora il legame tra femminilità, paura e potere attraversando con grande intelligenza miti, letteratura, cinema e cultura pop. Doyle mostra come il patriarcato abbia storicamente costruito il corpo e l'autonomia delle donne come qualcosa di minaccioso, da controllare, normare e contenere.

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