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Ho sempre voluto fare un viaggio da sola. Eppure non è ancora mai successo. C’è qualcosa che mi frena, che mi fa rimuginare. Un dubbio che mi frulla in testa: ma non è pericoloso per una donna viaggiare da sola?
Eppure quando avevo poco più che vent’anni mi sono trasferita da sola in un altro Paese, per studiare. Mi sono trovata in una città senza conoscere nessuno (nemmeno la lingua) e ho passato due settimane, prima che iniziassero le lezioni, a esplorarla per i fatti miei, condividendo un appartamento con degli sconosciuti. Sono andata a trovare amiche e amici in giro per l’Europa, prendendo aerei e treni a tutte le ore del giorno e della notte, da sola. Ho fatto decine di trasferte lavorative in solitudine. Magari dovendo anche cambiare piani all’ultimo minuto, a causa di qualche sciopero dei voli. Tornando in hotel a tarda sera dopo qualche cena o evento di lavoro.
Però non ho mai fatto un viaggio, nel vero senso del termine, da sola. Non sono mai partita senza fidanzato/familiari/amici per andare a visitare un posto nuovo. E fare tutte quelle cose che amo fare in viaggio, come perdermi camminando per le vie di una città, scoprire ristoranti e negozi di artigianato, fermarmi a parlare con la gente come mai farei in una normale giornata, nella città in cui vivo.
Mi chiedo il perché. La risposta in realtà la so. È quel senso di inquietudine che prende e attorciglia lo stomaco al pensiero di una donna che si ritrova da sola, lontano da casa, in Paesi sconosciuti, in cui potrebbe capitarle di tutto: potrebbe essere molestata sui mezzi pubblici, nei bar e nei ristoranti, potrebbe essere seguita mentre rientra in albergo, infastidita mentre si trova da sola in spiaggia o a fare un’escursione.
Le storie di Pippa Bacca, Maria José Coni e Marina Menegazzo
Sono passati quasi vent’anni dalla morte di Pippa Bacca, l’artista milanese assassinata mentre era in viaggio da sola per un progetto in cui si proponeva di attraversare diversi Paesi, muovendosi facendo autostop vestita da sposa, per promuovere la fiducia verso l’altro. Nel 2008, dopo aver attraversato Slovenia, Croazia, Bosnie-Erzegovina e Bulgaria, era arrivata in Turchia: a Gazebe venne violentata e poi uccisa da un uomo che le aveva dato un passaggio. Un caso che ha scatenato un fortissimo dibattito nel nostro Paese, così come in Turchia. Se da un lato c’è stata una fortissima mobilitazione contro la violenza di genere, con marce in difesa della libertà delle donne – tra cui appunto quella di viaggiare senza finire stuprate e ammazzate – dall’altro moltissime persone hanno definito l’artista una spericolata. Una che, in fondo, se l’era andata a cercare.
Otto anni più tardi, nel 2016, un altro caso ha innescato fortissime reazioni nell’opinione pubblica, in un senso e nell'altro. Quello di Maria José Coni e Marina Menegazzo, due giovani ragazze argentine, uccise barbaramente mentre erano in Ecuador. Un viaggio con lo zaino in spalla. Dalle ricostruzioni emerse nel processo che ha condannato i loro assassini, per risparmiare qualche soldo avrebbero accettato l’ospitalità di due ragazzi del posto. Che poi le hanno uccise, nascondendo i loro corpi in dei sacchi di plastica. Il caso ha avuto una rilevanza mediatica mondiale soprattutto grazie a un post scritto sui social da un’altra giovane, una studentessa paraguaiana di nome Guadalupe Acosta. Che, usando la prima persona, ha scritto un messaggio per ridare voce alle due ragazze.
"Mi hanno uccisa e mi hanno detto che me l'ero andata a cercare"
Ecco cosa diceva il post:
"Ieri mi hanno uccisa. Non mi sono fatta toccare e mi hanno spaccato il cranio. Mi hanno accoltellata, lasciandomi morire dissanguata. Mi hanno avvolto in un sacco nero, sigillato con il nastro adesivo e il mio corpo è stato abbandonato sulla spiaggia, doe sono stata ritrovata dopo qualche ora. Ma peggio della morte, è stata l’umiliazione che è arrivata dopo. Dal momento in cui trovarono il mio corpo inerte, nessuno si chiese dove fosse il figlio di puttana che mi aveva portato via tutti i miei sogni, tutte le mie speranze. Tutta la mia vita. No, invece iniziarono a farmi domande inutili. A me, ve lo immaginate? Una morta, che non può parlare, che non può difendersi.
Che vestiti indossavo?
Perché ero da sola?
Perche una donna viaggia senza compagnia?
Sei andata in un quartiere pericoloso, che ti aspettavi?
Misero in dubbio i miei genitori, per avermi dato le mie ali e avermi lasciato volare, per lasciarmi essere indipendente come qualsiasi altro essere umano. Dissero loro che sicuramente ero drogata quella notte, che me l’ero cercata, che avevo fatto qualcosa, che loro avrebbero dovuto tenermi sotto controllo. E allora, solo da morta, mi resi veramente conto che per il mondo io non sono uguale a un uomo. Che morire è stata colpa mia, sempre lo sarà.
Se i titoli di giornale avessero riportato “Due giovani uomini uccisi mentre erano in viaggio”, la gente ora starebbe commentando facendo le condoglianze e, con i loro falsi e ipocriti doppi standard, chiederebbero una pena maggiore per gli assassini. Ma siccome sono una donna, si minimizza. Tutto diventa meno grave perché in fondo io me la sono cercata. Facendo quello che volevo, ho avuto ciò che meritavo per non essermi sottomessa, per non aver voluto restare a casa, per aver investito il mio denaro nei miei sogni. Per questo, e per molto altro, mi hanno condannata.
Mi sono rattristata, perché io ormai non ci sono più, ma tu sì. E sei una donna. E devi sopportare che ti rinfaccino di continuo la stessa solita retorica sul “guadagnarsi il rispetto”, sul fatto che sia colpa tua se ti urlano dietro o cercano di toccarti i genitali per strada, solo perché indossi un pantaloncino con 40 gradi, che se viaggi da sola sei pazza e, molto probabilmente, se ti capita qualcosa, se i tuoi diritti vengono calpestati, te la sei cercata.
Ti chiedo di alzare la voce per me e per tutte le donne che sono state messe a tacere, le cui vite e i cui sogni sono stati rovinati. Combatteremo, io sarò al tuo fianco con lo spirito, e ti prometto che un giorno saremo così tante che non ci saranno abbastanza sacchi neri per farci tacere tutte".
#ViajoSola
Queste parole sono diventate subito virali. E tantissime donne e ragazze hanno cominciato a condividere l’hashtag #ViajoSola, viaggio da sola. Per rivendicare una libertà che non può essere solo degli uomini. Perché il mondo non è solo degli uomini. Anche se, sicuramente, non è ancora un mondo a misura di donna. Ma la verità è che questo mondo, intriso di patriarcato fino al nucleo terrestre, è pericoloso per le donne ad ogni latitudine, sia che ci troviamo a casa, nelle città in cui siamo cresciute, sia che prendiamo un volo verso il posto più distante possibile.
Non esistono statistiche che ci dicono se una donna corra un rischio maggiore in viaggio da sola. Certamente sappiamo (ma questo vale per chiunque) che prima di partire vadano prese alcune accortezze, e che in alcuni luoghi c’è bisogno di un’attenzione in più. Ma con altrettanta certezza possiamo dire che per le donne spesso i carnefici si trovano tra le mura di casa, nei posti a loro più familiari A commettere femminicidi sono in gran parte partner, ex fidanzati, conoscenti che non accettano il rifiuto. Così come le molestie avvengono per le strade che si percorrono da una vita, sui posti di lavoro, sui mezzi pubblici che si prendono tutte le mattine. Anche nelle città e nei Paesi più tranquilli del mondo.
Partire da sole
Penso che la sensazione di inquietudine e di insicurezza che tante donne, me compresa, provano al pensiero di partire sole per un viaggio sia comprensibile. Più che comprensibile. Ma quelle stesse sensazioni le proviamo tutti i santi giorni, a casa nostra. Dovremmo cambiare le narrazioni, e non solo. Invece di definire spericolata una donna che parte da sola, dovremmo attivarci per costruire delle reti in modo che ogni viaggiatrice possa sentirsi al sicuro e avere dei riferimenti in caso di necessità. Dovremmo smetterla di dire alle donne che è pericoloso viaggiare sui mezzi pubblici di notte e iniziare a fare in modo che treni e autobus siano dei luoghi sicuri. Dovremmo educare i maschi, affinché nessuno pensi più che sia legittimo assillare una donna a un bar o al ristorante solo perché è da sola.
Insomma, invece che puntare il dito contro le donne, accusandole di mettersi nelle situazioni per cui vengono uccise/stuprate/molestate, dovremmo guardare a chi le uccide/stupra/molesta. In ogni angolo del mondo. E dovremmo ripetercelo, più e più volte. E poi, finalmente, partire per i fatti nostri :)
Articolo a cura di Annalisa Girardi