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Mi hanno costretta a vedere Temptation Island e questa nuova puntata di Streghe parlerà proprio di questo. O meglio, parlerà di relazioni tossiche, di manipolazione e di violenza psicologica. E userò Temptation Island come punto di partenza, perché raramente mi è capitato di vedere queste dinamiche rappresentate in modo così evidente davanti a milioni di persone.

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Noi non ci conosciamo di persona e ti assicuro che sono una persona gioviale e simpatica che ama gli spritz, la leggerezza e le serie televisive di dubbia qualità, ma i reality non li ho mai potuti vedere. Mi annoia vedere cosa fa o dice gente che non conosco e di cui non me ne può fregare di meno, e trovo imbarazzante mettere in piazza tutta la propria vita davanti alle telecamere. Per questo ti dico da subito che io di Temptation Island non ho mai visto nemmeno una puntata.

Finora.

Il mio piacevole record è stato interrotto da alcune mie colleghe che da un paio di settimane spingono affinché io ne parli su Streghe. La prima volta me la sono cavata con un “no ma che scrivo, non l’ho mai visto, rischio di parlare del nulla”, la seconda ho provato con “non so niente e poi dura tre ore”, alla terza ho dovuto cedere.

C'è da dire che la richiesta di parlarne su Streghe non era affatto peregrina. Questo reality offre davvero molti spunti per riflettere sulle relazioni tossiche da una prospettiva concreta, non astratta. I rapporti che vediamo, i dialoghi, le dinamiche sono quelli della vita di tutti i giorni, non mediati dalla recitazione come accade nei film, che pure possono raccontare molto bene questi temi. Qui, invece, si osservano persone vere che reagiscono in tempo reale, con tutti i limiti, le contraddizioni e gli automatismi che questo comporta. E devo dire che la cosa mi ha colpita.

Andiamo quindi subito al nodo della questione: il falò di confronto tra Gabriele e Sara.

Prima di andare avanti, però, una precisazione mi sembra necessaria. Io non so quanto di quello che vediamo a Temptation Island sia spontaneo e quanto sia costruito. Non so se i concorrenti siano semplicemente persone che finiscono davanti a una telecamera o se, a un certo punto, diventino anche personaggi. E, francamente, non è nemmeno questo il punto. Il punto è che quella dinamica di coppia è stata vista da quasi quattro milioni di persone, è stata commentata, condivisa, trasformata in meme e discussa ovunque. Quando una rappresentazione dell'ossessione e del controllo entra così prepotentemente nel dibattito pubblico, forse vale la pena fermarsi un attimo e parlarne. Anche perché il modo in cui la leggiamo dice molto non solo di loro, ma anche di noi.

Il momento del falò in realtà mi ha colpito molto. A parte l’inizio in cui volevo quasi dare le capocciate al muro all’ennesimo “LA MIA SARETTA” perché vi giuro non ce la posso fare, alcuni momenti sono stati un pugno nello stomaco. Perché quella è l’immagine reale delle forme di potere e controllo nelle relazioni. Una sopraffazione che non è detto sia fisica, ma che spesso si manifesta attraverso la manipolazione psicologica, il controllo e la costrizione. È ciò che ti fa aver paura di dire qualsiasi cosa, di dire “stasera esco con le mie amiche”, di mettere una storia in costume su Instagram, addirittura di tornare a casa. È la coercizione che ti porta a isolarti, a diventare un’altra persona, a decidere da sola di non comportarti più in un certo modo per non sentire più le urla del partner.

Come diciamo sempre, lo stereotipo dell'uomo dipinto come mostro non è la realtà. Quando sentiamo parlare di relazioni tossiche, ci viene spesso in mente l'immagine dell'uomo brutale: aggressivo in modo evidente, sopra le righe anche con le altre persone, visibilmente cattivo, magari con problemi di droga, alcol o altre dipendenze. Ma nessuno ha scritto “stronzo” in fronte, e la realtà è molto più complessa di così. Per questo è difficile decifrarla, riconoscerla e comportarsi di conseguenza.

Gabriele è un bel ragazzo, che dice a Sara varie cose belle, dice di amarla, piange, si scusa. Ma allo stesso tempo è dipinto come una persona che le impedisce di vivere la propria vita, e che la terrorizza. È un'immagine che spiazza perfino chi guarda la scena da fuori, con il distacco di chi non è coinvolto. Figuriamoci chi quella relazione la vive dall'interno, dopo mesi o anni in cui paura, controllo e manipolazione hanno progressivamente eroso la fiducia nel proprio giudizio.

Dopo diversi minuti di silenzio, Sara ha pronunciato poche frasi. Poche, ma sufficienti a restituire il peso di quella relazione: “non è vero che posso fare quello che voglio, io non riesco a fare più niente”, “non ti fidi di me in niente”, “non ti ho fatto niente”, “mi giudichi sempre”, “sembro una sua nemica”, “tu non mi fai respirare”, “negli ultimi mesi avevo ansia a tornare a casa, stavo al lavoro perché non volevo tornare e tu pensavi sempre a un altro, io ho il terrore a stare con un’altra persona”. Sara è una bellissima ragazza, alta, con una presenza estetica importante. Eppure, mentre cercava di parlare, sembrava minuscola.

Persino quando il conduttore Filippo Bisciglia fa notare a Gabriele che non è amore costringere una persona a stare con te facendola stare male, lui decide che usciranno insieme dal programma. Non le chiede cosa ne pensa Sara della loro storia. Inizialmente non tentenna nemmeno quando lei dice “Non so neanche più cosa mi piace, chi sono io” e “mi sono completamente persa”. Solo allora il conduttore interviene di nuovo e spinge affinché non escano insieme. Si tratta di una circostanza abbastanza rara del programma, che fa capire l’eccezionalità della situazione.

Ed è proprio lì, in quel “non so più cosa mi piace, chi sono” e “mi sono completamente persa”, che si vede uno degli effetti più devastanti della manipolazione e del controllo. Ti svuota poco alla volta, fino a farti dubitare di te stessa, dei tuoi desideri, della tua percezione della realtà. A un certo punto non sai più cosa vuoi, cosa pensi, persino chi sei senza quella persona.

È anche per questo che molte donne non riescono ad andarsene. Non è l'unico motivo, naturalmente, ma è uno dei più difficili da comprendere per chi guarda da fuori. Quando ti viene da pensare, riferito a una donna che sta vivendo un rapporto tossico o violento: “Ma perché non lascia quel coglione?”, prova a ricordarti questo. Le relazioni tossiche non sono tali perché è facile riconoscerle, ma perché riescono ad avvelenare lentamente il modo in cui guardi te stessa e il mondo. Smetti di fidarti del tuo giudizio, di ciò che pensi, di quello che dici e fai. E quando non ti fidi più di te stessa, riconoscere l'abuso e trovare la forza di uscirne diventa immensamente più difficile.

Io non so se Sara tornerà con Gabriele. Non so nemmeno quanto quella scena sia davvero spontanea, ma non mi sento di liquidarla e andare avanti. Perché per moltissime donne quella è la realtà: una realtà che si consuma lontano dalle telecamere, ogni giorno.

Mi piacerebbe che fosse così semplice liberarsi delle relazioni tossiche, andando via da un falò, ma so che non è così. I percorsi di autodeterminazione sono lunghi, spesso durano anni e hanno bisogno dell'accompagnamento delle operatrici specializzate dei centri antiviolenza.  Non è raro che una donna torni dal suo maltrattante: secondo una delibera della Corte dei Conti sulla gestione dei fondi destinati all’assistenza delle donne vittime di violenza e dei loro figli, nel 2023 la percentuale di donne che, dopo essere state ospitate nelle case rifugio, decide di interrompere il percorso e ritornare dal partner è pari al 23,5%. Non vanno giudicate, è così che funziona la manipolazione. Quello che possiamo fare noi è far sapere a queste donne non sono sole, che ci sono altre pronte a dare una mano e che non è impossibile.

Spero anche che Gabriele abbia davvero preso coscienza del suo comportamento e che intraprenda un percorso serio per cambiarlo. Per capire che nel possesso, nella gelosia ossessiva e nel bisogno di controllo non c'è amore, non c'è protezione, non c'è niente di romantico. C'è solo dolore.


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Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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