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Non abbiamo fatto in tempo a incazzarci per le chat Atm che subito un altro genio ha deciso di volare alto e raccontare al mondo la sua forma di arte: fotografare di nascosto le donne per strada. Come se non fosse già abbastanza grave, il nostro alza la posta, spiegando di aver rubato scatti sotto le gonne, “un’esplosione di sensualità”, “un occhio che catturava donne anziane, giovani, magre, grasse”.
La vicenda è stata tirata fuori dalla pagina Instagram ÆSTETICA SOVIETICA, e riguarda l’intervista al fotografo Gianluca Gliori, in arte Ray Banhoff, fatta dall’account social “Le vite degli altri”. Ora l’intervista è stata rimossa, ma si possono trovare degli stralci sulla pagina di ÆSTETICA SOVIETICA, che scrive: “Se veniva vista come una cosa sessista, evidentemente è perché lo era (Il progetto è del 2015 ma questo video è stato pubblicato domenica 21 giugno 2026). Se vi riconoscete in queste foto denunciate”. Gliori probabilmente sarà denunciato, lo ha annunciato poco fa l'avvocata Cathy La Torre. Ma il meccanismo alla base del suo "ragionamento" non è dissimile da quello che fanno, ancora oggi, tantissime persone.
Nell’intervista Gliori racconta la genesi del progetto: “Con un gruppo di amici abbiamo fatto un gruppo whatsapp e l’unico scopo era mandarci foto di donne. Veniva visto come una cosa sessista, in realtà era un esperimento goliardico con gli amici che la mattina depressi andavamo al lavoro e dicevamo guarda ‘Ho visto la madonna’ e c’erano le foto di una”. E ancora, come un novello ispettore Gadget: “Prima comincio ad avvicinarmi sempre più al soggetto senza mai farmi scoprire. Leggevo Don Winslow, James Ellroy per imparare come si fa un pedinamento, per imparare a essere, come lo chiamava William Burroughs, el Hombre Invisible (l’uomo invisibile). Io diventavo lo strumento, la gente non mi vedeva più. Mi avvicinavo e andavo in faccia e scattavo qua o sotto la gonna e non mi vedevano”.
Settimana scorsa ho scritto un articolo sulle chat del calcetto in seguito alla vicenda delle chat Atm, che trovo calzante anche per questa vicenda. Ci mostra come quello non sia un episodio isolato ma, anzi, come siano moltissime le persone, soprattutto quelle più insospettabili, a ritenere che il corpo delle donne possa essere oggetto di discussione in modo non consensuale tra gli uomini, esposto e violato. Il punto non è soltanto il sessismo della battuta o del commento. È l'idea che il corpo femminile sia sempre disponibile allo sguardo maschile, come se potesse essere osservato, valutato e persino appropriato senza consenso. Fotografare una donna sotto la gonna a sua insaputa è una violenza. Il fatto che quella donna non se ne accorga non rende l'atto legittimo (e non ha nulla a che fare con l'arte) così come non rende meno grave la violazione della sua dignità e della sua libertà. È pensare che dei corpi delle donne gli uomini possano disporre a piacimento: ma questa non è goliardia, è un abuso. Non rendersene nemmeno conto, giustificarsi con “io amo e rispetto tutte le donne” è molto grave. Significa minimizzare una violenza e tentare di renderla socialmente accettabile.
Siamo immersǝ in una società e in una cultura che riconoscono la violenza solo quando è estremamente visibile e brutale. Persino lo stupro spesso non viene riconosciuto come tale se non avviene attraverso modalità cruente, tanto che in assenza di questi elementi – o, peggio ancora, quando avviene all’interno di una relazione – c'è ancora chi si chiede se si possa davvero parlare di violenza.
Questo accade perché continuiamo a considerare la violenza di genere come qualcosa di eccezionale: un fatto che non ci riguarda, che avviene ai margini della società e che viene commesso soltanto da persone particolarmente problematiche. Non è così, non lo è mai stato. Credere che la violenza e gli abusi siano confinati esclusivamente a queste situazioni è uno dei motivi per cui la violenza di genere è così radicata e così difficile da sradicare. Il senso comune, troppo spesso avallato dalle istituzioni, alimenta l'idea che la violenza coincida soltanto con il femminicidio o con le forme più evidenti di aggressione fisica. In questo modo, però, non solo non si interviene sulle cause profonde del problema, ma si lasciano agire indisturbate tutte quelle forme di abuso che attraversano la nostra quotidianità: dalle chat del calcetto alle discriminazioni sul lavoro, dai commenti misogini e sessisti ai palpeggiamenti non richiesti fatti passare per “corteggiamento”. D’altronde c’è ancora chi crede che mettere le mani sul sedere in discoteca sia la più alta forma di galanteria, pensate come stiamo messǝ.
È così che il privilegio maschile continua a riprodursi e a presentarsi come qualcosa di normale, invisibile, innocuo. Ed è proprio questo che permette a persone come Gliori di affermare che "non è sessismo, è goliardia": perché ciò che viene percepito come violenza è soltanto la sua manifestazione più estrema, mentre tutto ciò che la precede, la alimenta e la rende possibile continua a essere considerato accettabile. Anzi. Quando questo viene messo in discussione spesso ci troviamo di fronte a reazioni scomposte e violente, che accusano di voler limitare gli uomini e ammazzare (noi!) ogni forma di interazione sociale. Che queste interazioni siano abusi, poco importa. L’importante è non castrare una mascolinità fondata sulla logica del possesso e della prevaricazione.
Tutto questo non è né piacevole, né fa ridere. Vogliamo camminare per strada nella nostra stracazzo di santa pace. E questa pace, se non ce la volete dare, ce la prendiamo.