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Ehilà,
come va? Oggi ho deciso di prendermi un po' di insulti: parliamo del perché Amanda Knox sia una delle donne più odiate d'Italia.
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Qualche giorno fa il volto di Amanda Knox è tornato di nuovo sui giornali, come ciclicamente accade dal 2007, ossia da quando Meredith Kercher fu uccisa nell’abitazione di Perugia dove viveva. A riportare oggi Knox al centro del dibattito è l’annuncio di Cartwheel, lo spettacolo autobiografico che presenterà al Festival di Edimburgo. Si tratta di una stand-up comedy che ripercorre la sua storia giudiziaria, il processo, e il modo in cui la 39enne ha spiegato ai due figli la detenzione in Italia e l’iter processuale.
La notizia ha sollevato un’ondata di indignazione e polemiche. A prendere per primo la parola è stato l’avvocato della famiglia Kercher, che ha definito lo spettacolo “offensivo e deplorevole”, aggiungendo di aver “perso ogni speranza che Knox possa comprendere i sentimenti” dei cari della vittima. Nel giro di poche ore sono apparsi migliaia di commenti sui social, tutti più o meno dello stesso tenore: “disgustosa”, “di cattivo gusto” quelli più miti, per passare poi ad auguri di morte, e addirittura minacce.
Il dolore della famiglia Kercher davanti all’ennesimo ritorno pubblico su quella vicenda è comprensibile, e non ha bisogno di essere discusso o giustificato. Questa è la prima cosa da dire. La seconda è che io lo spettacolo non l’ho visto: nessunə l’ha fatto, perché il debutto è il 7 agosto, e nel momento in cui scrivo è il 5. Non ho la palla di vetro e, nonostante ci abbia sperato con tutte le mie forze, il giorno del mio sedicesimo compleanno non sono diventata Sabrina vita da streghe. Quindi non ho idea se lo show sia effettivamente di cattivo gusto, e non parlerò di questo nella newsletter. Ma di come le donne, qualunque sia il loro ruolo nelle vicende di cronaca, vengano spesso raccontate attraverso stereotipi: che siano colpevoli o innocenti, che abbiano avuto comportamenti corretti o scorretti, che siano moralmente irreprensibili o persone che non augureremmo a nessuno di frequentare.
Leggendo la marea di commenti che in queste ore si stanno susseguendo contro Knox, uno in particolare ha attirato la mia attenzione: “Il disgusto che mi provoca questa donna come pochi altri”. Mi ha colpita perché coglie un punto: effettivamente Amanda Knox è una delle donne più odiate del nostro secolo. Ma perché? È stata definitivamente assolta dall’accusa di aver ucciso Meredith Kercher e, negli ultimi vent’anni, in Italia ci sono purtroppo stati molti altri delitti, non meno efferati, i cui responsabili non hanno attirato un astio altrettanto profondo. La cosa è ancora più particolare se pensiamo che le altre due persone coinvolte nel processo — Raffaele Sollecito, assolto insieme a Knox, e Rudy Guede, unico condannato in via definitiva — sono praticamente ignorate dall’opinione pubblica. Guede, in particolare, è come se non esistesse: non molti sanno, ad esempio, che, dopo essere uscito dal carcere per il delitto Kercher, è stato coinvolto in un altro procedimento per maltrattamenti, lesioni e violenza sessuale nei confronti dell’ex fidanzata.
E allora, richiedo: perché odiamo così tanto Amanda Knox?
Sono una giornalista e, per deformazione professionale, mi interessa osservare come vengono costruite le narrazioni, come vengono raccontati i personaggi e quali fatti vengono scelti per definirli. Nel caso di Amanda Knox, questa costruzione ha avuto un peso enorme: ha contribuito a formare l’opinione pubblica su di lei e a fissare un’immagine che neppure l’assoluzione definitiva è riuscita davvero a scalfire. Lo mostra molto bene un documentario disponibile su Netflix, che ripercorre il modo in cui una ventenne, prima indagata e poi imputata in un processo per omicidio, è stata trasformata nella femme fatale per eccellenza: “Foxy Knoxy”, la volpe furba, la mangiauomini, l’assatanata, la malata di sesso. Non si è parlato tanto del possibile ruolo dell’allora studentessa nel delitto di Meredith Kercher — che era giusto e doveroso raccontare — quanto di lei come persona. I riflettori si sono spostati dalla sua posizione nel processo al suo carattere, al suo corpo, alla sua sessualità, fino a trasformarla nella nemica numero uno d’Italia.

Amanda Knox — giovane, carina, americana, con comportamenti magari poco orientati al buon gusto e subito bollati come “fuori dalle righe” — si è candidata fin dall’inizio a diventare il personaggio centrale della vicenda. Il racconto che è stato fatto di lei, però, ha finito presto per esulare dal suo eventuale ruolo nel delitto ed è stato fortemente orientato alla costruzione di un personaggio. Il caso è diventato rapidamente “Amanda-centrico”, mentre Meredith Kercher è stata progressivamente marginalizzata, fino quasi a scomparire dal discorso pubblico (ne parla molto meglio di me la psicologa e criminologa Laura Baccaro in questo lungo approfondimento che ho trovato molto utile e che mi ha aiutato a capire meglio alcune cose su come è stata costruita la figura di Knox).

Così abbiamo conosciuto Knox non tanto come una possibile imputata all’interno di un’indagine complessa, ma come una figura deviata, sessualmente ambigua, associata a droghe, alcol e a una presunta vita dissoluta. La lettura dei fatti si è spostata dall’accertamento delle responsabilità a una narrazione morale della sua identità: il suo corpo, la sua sessualità e il suo comportamento sono diventati elementi centrali della colpevolizzazione pubblica. Le scelte lessicali dei media e alcune dinamiche comunicative hanno contribuito a consolidare questa immagine, trasformandola in una “donna malvagia”, cosa che non c'entra assolutamente nulla con il caso giudiziario (spoiler: si può essere delle persone poco piacevoli ed essere comunque innocenti, bene ricordarlo ogni tanto che Hollywood ci ha abituati male).
Parlare di questo non vuol dire giustificare comportamenti di Knox che, nell’ambito della vicenda, sono stati oggettivamente deplorevoli e privi di giustificazione. Come attaccare Patrick Lumumba per sviare le indagini da sé, con l’uomo che ha passato tredici giorni in carcere da innocente, la vita e la reputazione marchiate da un’accusa tremenda. Però questo è proprio l’esempio di ciò che ti dicevo prima: parliamo dei fatti che hanno attinenza con il caso, non di partner o abitudini sessuali.
Voglio fare un altro esempio che forse potrà inizialmente sembrarti azzardato, ma per favore dammi fiducia. Sabrina Misseri, condannata per l’omicidio della cugina Sarah Scazzi insieme alla madre Cosima Serrano. Misseri, a differenza di Knox, è stata condannata all’ergastolo. Ma anche qui possiamo trovare delle similitudini su come è stato deciso di creare un personaggio.

Più che per la sua posizione di indagata prima e imputata poi, Sabrina Misseri è stata spesso raccontata attraverso un’altra lente: la ragazza “brutta e grassa” invidiosa della cugina, magra, bionda e più apprezzata dai ragazzi. Il racconto si è così concentrato su dinamiche personali, gelosie e presunti risentimenti, trasformando elementi privati o ipotetici in chiavi di lettura quasi centrali del caso. Il corpo di Misseri è stato costantemente messo a paragone con quello di Sarah: da una parte la cugina bionda, magra e bella, che piace ai ragazzi e pure al ragazzo di Sabrina. Dall’altra appunto Sabrina, presa per il culo in tutti i contesti.

Non è normale che un’imputata, poi condannata per omicidio, venga raccontata in questo modo stereotipato, definita dal suo aspetto fisico non conforme. Non è normale ridurre un omicidio così orribile alla solita, trita, ritrita e banalissima storia di due donne in lotta per conquistare l’approvazione di un uomo.

I delitti di Meredith Kercher e Sarah Scazzi sono diversi ovviamente, ma mostrano un meccanismo ricorrente: la narrazione mediatica tende spesso a costruire una mostrificazione del femminile che va oltre i fatti di cronaca e, a volte, li sostituisce. Le donne coinvolte non vengono raccontate solo per il loro ruolo nelle indagini, ma trasformate in “personaggi” letti attraverso categorie morali, estetiche e sessuali. Quando non rientrano in modelli considerati accettabili – e magari sono anche antipatiche -, diventano più facilmente oggetto di sospetto, giudizio o ridicolizzazione. In questo processo, dettagli personali e non rilevanti finiscono per diventare centrali, mentre la complessità dei fatti viene semplificata. E così si smette di informare, e si contribuisce a costruire immagini sociali in cui il femminile viene letto solo attraverso stereotipi.
Oggi si può legittimamente discutere dell’opportunità di trasformare ciò che è accaduto a Perugia in libri, spettacoli o serie televisive. Ma quello che, almeno a me personalmente, rimane indigesto di tutto questo teatrino, è altro: ossia che le vittime di questa vicenda siano dimenticate. Di Meredith Kercher non parla mai nessuno. Sappiamo tutto di Amanda Knox, dei suoi comportamenti, dei suoi partner, delle sue interviste e dei suoi spettacoli. Di Meredith, invece, ricordiamo soprattutto il modo in cui è morta. Mi piacerebbe che, prima o poi, si ribalti la narrazione.
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