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Ciao,
oggi voglio parlare di un tema doloroso, che è quello dell’aborto terapeutico. Un altro dei tabù della nostra società, polvere sotto al tappeto che nessuno vuole vedere. Ma le famiglie che vivono questa esperienza hanno diritto di essere riconosciute. Soprattutto hanno il diritto di non incontrare sul loro percorso medici obiettori di coscienza, che nulla fanno se non aggiungere dolore a dolore.
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Gaia ha 32 anni. Quando scopre di essere incinta della sua bambina, le sembra di toccare il cielo con un dito. La gravidanza procede senza particolari problemi. I controlli sono rassicuranti. Poi arriva l'ecografia morfologica. La ginecologa resta in silenzio. Ripassa più volte la sonda sullo stesso punto. Gaia capisce che qualcosa non va. “Signora, c'è una grave anomalia nello sviluppo del cervello. È necessario fare subito ulteriori accertamenti”.
Gaia chiede cosa significhi. Quanto è grave? Cosa succederà a sua figlia? Ma in quel momento le risposte sono poche. Le viene detto soltanto che dovrà sottoporsi ad altri esami e consultare altri specialisti. Nei giorni successivi arriva il colloquio con un altro medico. La diagnosi è drammatica: la malformazione è incompatibile con una normale qualità della vita. Se la bambina non dovesse morire durante la gravidanza o poco dopo la nascita, le possibilità di sopravvivenza sarebbero comunque legate a una gravissima disabilità. Gaia continua a fare domande. Chiede quali possibilità esistano, cosa possa fare, quali percorsi siano previsti. La risposta che riceve la lascia senza parole. “Lei ha superato le 22 settimane. Non possiamo più procedere con l'interruzione terapeutica della gravidanza.”. “E adesso? A chi possiamo rivolgerci?”. Non riceve indicazioni precise. Nessuno le spiega quali siano le alternative, se esistano altri centri, quali siano i tempi o come orientarsi. Prova a chiedere al suo ginecologo di fiducia, ma lì scopre che è obiettore di coscienza: quando capisce che Gaia vuole interrompere la gravidanza, smette di risponderle al telefono. Sui social Gaia legge che bisogna andare all’estero: Belgio, Grecia, forse la Francia anche, ma non è sicura. Deve informarsi sulle leggi, ma non sa nemmeno a quale ospedale rivolgersi e come funziona la procedura. Soli, lei e il suo compagno, senza nessuno che tenda una mano.
Gaia non esiste realmente. Ma la sua storia sì.
Da anni mi occupo di obiezione di coscienza e, da quando faccio la giornalista, ho ascoltato decine di racconti di donne e coppie che hanno dovuto affrontare un'interruzione terapeutica di gravidanza. Ogni storia è diversa: cambiano le diagnosi, le circostanze, il modo in cui ciascuno vive il dolore e prende una decisione che mai avrebbe voluto prendere. C'è però un elemento che, al di là di tutte le differenze, ho ritrovato quasi sempre. La sensazione di essere stati lasciati soli. Senza sapere a chi rivolgersi, quali possibilità esistano, quanto tempo si ha a disposizione. La situazione spesso viene aggravata quando si ha a che fare con personale obiettore di coscienza. Lì le diagnosi diventano volutamente poco chiare, e non si paventa altra possibilità se non quella di proseguire fino alla nascita. Se non si vuole continuare, si è soli.
C'è chi, nonostante una prognosi gravissima, viene comunque incoraggiata a portare avanti la gravidanza perché “non possiamo sapere con certezza quale sarà l'entità della malformazione”. E c'è chi, invece viene “rassicurata” con frasi come: “Dopo la nascita si potrà operare, vedremo come intervenire”. Da quello che ho raccolto parlando con diverse donne, in alcuni casi si tratta di speranze che poi non trovano riscontro nella realtà. Genitori che portano avanti la gravidanza convinti che esistano possibilità concrete di intervento e che scoprono solo dopo la nascita la severità della patologia. È una cosa che mi è stata raccontata più volte e che trovo davvero molto crudele.
Ho deciso di intervistare la ginecologa Silvana Agatone, presidente di Laiga 194, l'associazione che riunisce il personale sanitario non obiettore. Le ho chiesto perché, proprio quando ricevono una diagnosi infausta, tante donne e tante coppie abbiano la sensazione di essere lasciate sole, senza informazioni e senza qualcuno che le accompagni in un percorso già di per sé dolorosissimo.
“Devi capire che la maggior parte dei ginecologi sono obiettori – esordisce Agatone -. Ma c’è anche un altro problema: molti non conoscono i tempi previsti dalla legge, e questo è fondamentale. C'è poi un secondo aspetto importante: i centri di diagnosi prenatale sono quasi tutti in mano a medici obiettori. A loro interessa fare la diagnosi, ma spesso non importa quanto tempo richieda. Non sollecitano gli esami né utilizzano metodiche che consentirebbero di ottenere risposte più rapide. Dicono: ‘Tra un mese ripetiamo la risonanza’, oppure: ‘Tra un mese rifacciamo l'ecografia’. Intanto, però, il tempo passa”.
Ma il problema, spiega Agatone, non riguarda soltanto l'accesso all'interruzione terapeutica. Riguarda anche il modo in cui vengono comunicate le diagnosi e la qualità delle informazioni che ricevono le coppie.
“Negli ultimi anni gli ecografisti sono diventati un po' più sensibili a questo problema. Oggi, invece, le criticità riguardano soprattutto alcuni genetisti. Quando individuano un'alterazione genetica, spesso si limitano a scrivere che quell'alterazione è presente, senza spiegare chiaramente quali possano esserne le conseguenze. Per esempio, non mettono nero su bianco quale sia la probabilità che quella determinata alterazione comporti un ritardo cognitivo, una specifica patologia o altre condizioni cliniche. All'estero, invece, ho visto fornire alle coppie informazioni molto più dettagliate, con percentuali e scenari possibili. Da noi, troppo spesso, queste spiegazioni mancano. E, soprattutto, molti non si rendono conto dell'importanza del tempo. Si dice alla donna: ‘Prima facciamo questo esame, poi quest'altro, poi un approfondimento ulteriore’. Nel frattempo passano le settimane e si arriva sempre più vicini al termine entro il quale l'interruzione può essere eseguita. Il problema non riguarda tanto i test di screening in sé, quanto tutto ciò che viene dopo. Un test può segnalare che esiste un possibile problema, ma da quel momento bisogna approfondire rapidamente. E invece molto dipende dal centro in cui la donna viene presa in carico”.
“Mi chiamano donne da tutta Italia. Mi raccontano di aver ricevuto la diagnosi di un'alterazione genetica oppure di una malformazione cardiaca, ma quando chiedono quali conseguenze concrete comporti, quali interventi saranno necessari, quali probabilità di sopravvivenza esistano e quale qualità di vita possa avere il bambino, scopro che nessuno glielo ha spiegato. Eppure una coppia deve poter decidere avendo tutte queste informazioni”.
C'è poi un'altra questione, meno conosciuta ma decisiva. Riguarda la legge 194 e il motivo per cui, nella pratica, molti ospedali si fermano intorno alle 22 settimane, anche se la legge non indica un limite temporale preciso.
“Infatti la legge afferma che dopo i 90 giorni è possibile ricorrere all'interruzione di gravidanza, ma non indica un limite temporale preciso. Dal punto di vista medico, infatti, il termine ‘aborto’ viene utilizzato fino a circa 25 settimane di gestazione, anche oltre in alcuni casi. La legge, però, non chiarisce questo aspetto”.
Si tratta infatti del motivo per cui in Italia pùò essere davvero complicato accedere all’interruzione terapeutica.
“All'estero è molto diffuso l'utilizzo dell'iniezione intracardiaca – continua Agatone -. È una procedura che provoca l'arresto cardiaco del feto prima dell'induzione del parto. In questo modo, quando l'espulsione avviene, il feto è già deceduto. Personalmente la ritengo una procedura molto più pietosa anche nei confronti del feto. È una pratica difficile anche per il medico che la esegue, ma dal mio punto di vista è più rispettosa. In Italia, invece, questa procedura non è mai entrata realmente nella pratica clinica. Che cosa succede, quindi? Fino a circa 25 settimane poteva capitare che feti un po' più grandi presentassero qualche accenno di respirazione o alcuni movimenti di origine neurologica. Questo non significava che fossero vitali, ma spesso i neonatologi intervenivano comunque tentando di rianimarli. A quel punto poteva accadere che qualcuno all'interno dell'ospedale denunciasse il medico, sostenendo che quel feto avrebbe potuto essere rianimato meglio o che si sarebbe dovuto intervenire diversamente”.
Agatone ricorda anche il caso del Secondo Policlinico di Napoli, dove nel 2008 una segnalazione anonima portò la polizia a intervenire durante un'interruzione terapeutica di gravidanza, con l'apertura di un'inchiesta nei confronti del medico e della donna.
“Per i medici era una situazione pesantissima. Già erano pochi quelli che praticavano le interruzioni di gravidanza; in più rischiavano di affrontare processi che duravano anche dieci anni. Questo significava dover trovare il tempo per andare dagli avvocati, pagare la difesa e convivere per anni con un procedimento giudiziario. Fino ad allora noi medici, in qualche modo, ci eravamo abituati a questo clima. Dal 2008, però, nel caso di Napoli, venne coinvolta anche una donna. Fu proprio uno dei motivi che spinse me e un'altra collega a fondare la nostra associazione. Ci sembrava profondamente ingiusto che una donna, dopo aver ricevuto una diagnosi infausta, dovesse nel giro di pochissimo tempo trovare un medico non obiettore”.
Perché, nella pratica, in molti ospedali italiani il limite si è attestato intorno alle 22 settimane, se la legge 194 non ne indica uno preciso? Secondo Agatone, questa prassi nasce da una riflessione scientifica sviluppatasi negli anni sui parti estremamente prematuri, ma anche dal timore, per i medici, di denunce e procedimenti giudiziari.
Capita che l'ecografia morfologica venga programmata intorno alla ventiduesima settimana. La scelta della tempistica non è irrilevante, perché le 22 settimane rappresentano, nella pratica, il limite oltre il quale molti ospedali italiani non effettuano più interruzioni terapeutiche di gravidanza. Alcuni medici obiettori fissano volutamente l'esame in quel periodo anche per evitare di trovarsi a gestire un'eventuale richiesta di interruzione in presenza di gravi malformazioni fetali.
Proprio perché molte donne si ritrovano senza sapere a chi rivolgersi, Laiga 194 ha deciso di costruire uno strumento pratico per orientarle tra gli ospedali e i servizi disponibili.
“Nella relazione annuale del Ministero della Salute è indicato quanti ospedali effettuano le IVG entro i primi 90 giorni, ma non quanti eseguano le interruzioni oltre i 90 giorni. E ti assicuro che sono pochissimi. Per questo stiamo completando una mappa che indica dove è disponibile l'IVG farmacologica, dove quella chirurgica entro i 90 giorni e dove vengono effettuate le interruzioni dopo i 90 giorni. Ma non ci siamo limitati a questo. Abbiamo cercato di fornire anche tutte le informazioni pratiche necessarie per accedere ai servizi, perché ogni ospedale funziona in modo diverso”.
“Una donna che lavora, magari con un contratto precario, non può permettersi di passare giornate intere a telefonare a numeri che non rispondono oppure essere rimbalzata da un ufficio all'altro. Nei reparti non esistono segreterie dedicate: i medici fanno il loro lavoro e non possono stare continuamente al telefono. Così spesso le donne ricevono risposte frammentarie, quando le ricevono, oppure devono prendere un giorno di ferie solo per andare di persona a chiedere informazioni. Per questo abbiamo cercato di costruire uno strumento che desse indicazioni pratiche e immediate. La mappa è già pronta nei contenuti. In questo periodo la stiamo riorganizzando dal punto di vista informatico per renderla ancora più semplice e accessibile, anche a chi ha poca dimestichezza con gli strumenti digitali”.
Per alcune coppie, quando ormai in Italia non è più possibile intervenire, l'unica possibilità rimasta è rivolgersi a un altro Paese. Ma sapere che questa possibilità esiste non significa sapere come accedervi.
“Per cercare di ovviare a questo problema, negli anni abbiamo costruito rapporti con ospedali e università straniere, perché in molti Paesi le legislazioni sono diverse e, in presenza di gravi patologie fetali, le possibilità di accesso all'interruzione di gravidanza sono differenti. Esiste però un problema giuridico”.
“Il nostro obiettivo non è indurre nessuno ad andare all'estero. Il punto è un altro: le donne hanno diritto a sapere che esistono Paesi con legislazioni diverse dalla nostra. È per questo che, già dal 2015, avevamo iniziato a costruire una rete di professionisti e di legali in tutta Italia. Avevamo la sensazione che il clima politico sarebbe cambiato e volevamo essere pronti a tutelare sia le donne sia i medici. Sono temi estremamente complessi. Io ho lavorato per anni in questo ambito e l'ho fatto in condizioni molto difficili, spesso da sola, circondata da colleghi obiettori. Però per me era fondamentale trovare una soluzione concreta per le donne e per le coppie che si trovavano a vivere un'esperienza tanto drammatica. Nessuno dovrebbe affrontare tutto questo senza un aiuto”.
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Natascia Grbic