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Ieri sono andata a piazzale Clodio a seguire un processo per violenza sessuale aggravata, stalking e sequestro di persona. La fotografia di quello che è stato questo procedimento, dall’inizio alla fine, è emblematico di quanto sia radicata nella nostra società la cultura dello stupro, e come vengono trattate le donne che decidono di denunciare. Ma c’è un’altra fotografia che voglio riportare: quella di decine di donne che sono accorse per sostenere Daria. E fare quello che il femminismo si propone da sempre: stringersi attorno a lei, creare un cordone di protezione collettivo e dirle, in uno dei momenti più difficili della sua vita: “Non sei sola”.

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Daria (il nome è di fantasia per tutelarla) è una ragazza che oggi ha 29 anni. Nel 2023 ha conosciuto E. R., di poco più grande di lei. Si cominciano a frequentare, e da subito la relazione è segnata da una forte gelosia e mania di controllo di lui. Come spesso accade nelle relazioni violente, c’è stata un’escalation: prima il controllo dei messaggi, poi l’eliminazione delle frequentazioni con gli amici “maschi”, con cui non doveva più uscire, poi quella delle amiche, definite “bastarde manipolatrici”. E. R. controlla le cose che Daria pubblica sui social, vuole approvare i video che intende pubblicare su Instagram. Se Daria ha comportamenti che E. R. non gradisce, la insulta, chiamandola “troia che si va a fare gli aperitivi”. Cominciano le offese, le parolacce, le botte. Daria è costretta a tornare da una vacanza con le amiche dopo soli tre giorni, perché l’ossessione di E. R. ha raggiunto livelli impossibili da gestire. Lui le dice: “Se loro escono, tu chiuditi in camera”. Finché Daria, esasperata e terrorizzata, decide di tornare a Roma, soprattutto per non rovinare la vacanza alle altre.

Le cose, come in ogni relazione violenta, non migliorano: E. R. passa alle botte e costringe Daria ad avere rapporti sessuali contro la sua volontà. Quando lei cerca di lasciarlo, lui la minaccia: se mi lasci, le dice, dico ai tuoi genitori che hai usato cocaina, faccio del male a loro e a te. Lei ha paura e continua a stare con lui. Fino al giorno di Natale, quando lui, con una scusa, la attira in macchina. La sequestra per due giorni nella sua abitazione, il 25 e il 26 dicembre, abusando ripetutamente di lei e continuando a ripeterle che, o faceva ciò che diceva lui, o l’avrebbe uccisa. A nulla valgono i tentativi di opporsi. Dopo quella violenza, Daria si confida con la madre e denuncia. E. R. viene arrestato e ora è sotto processo. La sentenza è attesa lunedì.

Perché ti dico queste cose? Perché raccontare questa vicenda? Perché la violenza Daria non l’ha subita solo da E. R. L’ha subita anche nelle aule di tribunale, dove avrebbe dovuto essere tutelata.

L’imputato ha diritto alla difesa: è giusto che sia così. Ma quella difesa non può e non deve distruggere la parte offesa, messa sotto la lente d’ingrandimento, screditata e dileggiata, messa sotto torchio, con i suoi comportamenti – e con nulla che avesse a che fare con le accuse del procedimento in corso – minuziosamente commentati. Perfino le sue scelte riproduttive, che nulla c’entravano con il processo, sono state messe in discussione. Sono state messe alla berlina le sue foto, le è stato chiesto della sua vita sessuale. Un comportamento così irrispettoso che persino il presidente del collegio è dovuto intervenire più volte per interrompere l’avvocato di E. R. – che poi ha lasciato l’incarico – bollando come vergognose le sue esternazioni.

Per questo Daria ha scelto di aprire le porte di queste ultime udienze: per mostrare cosa è avvenuto in quelle aule di tribunale e per riprendere in mano la propria narrazione, che molti giornali non hanno rispettato, riportando dettagli morbosi e intimi della sua vita che lei non aveva scelto di rendere pubblici. Perché sì, anche questo è successo. Accanto a lei, le attiviste di Non Una di Meno e le operatrici dei centri antiviolenza. Descriverlo così non rende, ma quell’immagine, quell’abbraccio collettivo di sorellanza, mi ha lasciato un nodo in gola dall’emozione.

L’avvocata Tatiana Montella, avvocata di parte civile e legale dei centri antiviolenza, ha spiegato così in aula la decisione di tenere le porte aperte: “Le porte di quest'aula sono aperte. E questa non è una semplice formalità logistica. È una scelta. Una scelta che abbiamo deciso di fare, una scelta che avremmo potuto evitare, come prevede la legge, come prevede l'art. 518 del codice di procedura penale, che nei processi per violenza sessuale prevede che le porte siano chiuse, per proteggere la persona offesa, per evitare l'esposizione, per evitare lo sguardo del pubblico. Questo processo doveva essere a porte chiuse. Ma poi è successo qualcosa. È successo che in questi mesi di dibattimento, Daria è stata sottoposta a una violenza che non era quella che aveva denunciato. Era un'altra violenza. Una violenza che non lascia lividi sul corpo, ma che lascia cicatrici nella dignità. E allora abbiamo chiesto di aprire le porte. Non per esporre Daria. Non per mostrarla al pubblico. Ma per non lasciarla sola. Per avere in aula le persone che la sostengono. Le amiche. La madre. Le compagne, le operatrici dei centri, le donne che hanno vissuto cose simili. Per avere in aula qualcuno che le dicesse, con la sola presenza, "noi ci siamo. Non sei sola."

Nel corso del suo intervento, Montella ha spiegato che in aula si è consumata una strategia sistematica e metodica di delegittimazione della persona offesa, andata avanti udienza dopo udienza. Una dinamica molto simile, purtroppo, a quella vissuta all'interno della relazione violenta: un meccanismo continuo volto a farle credere di essere esagerata, di aver capito male, di non ricordare bene i fatti, di mentire. La cosa più grave, ha sottolineato, è che questo stesso meccanismo si è riprodotto nelle aule di tribunale, servendosi degli strumenti e del linguaggio del diritto penale.

Montella ha poi ricordato quanto avvenuto durante il controesame di Daria, il 20 gennaio 2025, sostenendo che la difesa abbia tentato di trasformare ogni aspetto della sua vita privata in un'arma processuale. In particolare, ha richiamato le numerose domande sul consumo di sostanze stupefacenti: se avesse mai fatto uso di droga, se avesse mai chiesto all'imputato di procurargliela e persino se una sua amica facesse uso di cocaina durante la gravidanza. La difesa è arrivata persino a chiederle se le piacesse avere rapporti sessuali con l’imputato e se avesse mai raggiunto l’orgasmo. In queste occasioni, persino il presidente del collegio è intervenuto più volte per interrompere domande dell'avvocato ritenute inaccettabili. Si è parlato, testuali parole, di un "superamento dei limiti dell'umana decenza" ed è stato intimato al legale di non leggere ulteriori messaggi senza il preventivo consenso del tribunale.

È poi successa un'altra cosa molto grave: durante il controesame sui fatti del 28 ottobre 2023, la difesa ha iniziato a fare domande a Daria sulla violenza sessuale subita, soffermandosi, per usare le stesse parole pronunciate in aula, su "particolari molto importanti". Anche in questo caso il presidente del collegio è dovuto intervenire, diffidando l'avvocato dal proseguire con quella modalità.

"Quelle premesse non sono difesa – spiega Montella -. Sono una seconda violenza, sono il victim blaming istituzionalizzato. È come dire alla persona offesa: ‘Se non hai reagito come avremmo voluto noi, se hai continuato a frequentarlo, se gli hai mandato messaggi d'amore, allora non ti crediamo‘".

Il processo penale spiega – non è soltanto un meccanismo di accertamento tecnico. È anche il momento in cui una comunità guarda a ciò che è accaduto e afferma che quel comportamento non la rappresenta e ha violato il patto sociale. Ma dobbiamo chiederci se, come società, siamo davvero esenti da responsabilità. La violenza di genere non nasce dal nulla. Non è un raptus, non è la cocaina, non è un momento di rabbia. È la punta di un iceberg culturale. È culturale l'idea che un uomo possa controllare il telefono della propria compagna. È culturale l'idea che una donna che esce con le amiche sia una "troia che va a farsi gli aperitivi", come scriveva l'imputato in un messaggio del 25 ottobre 2023. È culturale anche il silenzio: il silenzio di chi non vede, il silenzio di chi non sa, il silenzio delle istituzioni che, a volte, anche nei processi per stupro faticano a credere alle persone offese e finiscono per cercare le contraddizioni nella vittima invece che le responsabilità di chi è accusato. Daria non è stata violentata solo da E. R. È stata ferita anche da una cultura che le ha insegnato a giustificare i suoi aguzzini, a vergognarsi e a tacere per non fare danni”.

Quella sui media è una parte importante, troppo spesso sottovalutata: una donna che subisce violenza non perde il diritto all'autodeterminazione sulla propria storia. Il fatto che un episodio diventi di interesse pubblico non significa che ogni aspetto della sua vita privata possa essere esposto, discusso o giudicato. Quando dettagli intimi vengono diffusi senza il suo consenso, o quando la sua credibilità viene misurata attraverso la sua vita sessuale, le sue amicizie o le sue scelte personali, si produce un'ulteriore forma di spersonalizzazione e violenza.

Ancora prima del processo – ha spiegato Montella in aula – Daria si è trovata di fronte ai giornali. Come ha raccontato lei stessa in aula, il 20 gennaio 2025, la sua storia è finita sui quotidiani insieme a dettagli personali, intimi e dolorosi che nessuno aveva il diritto di rendere pubblici. Daria non ha rilasciato interviste, non ha cercato i riflettori. Ha cercato soltanto giustizia. E invece si è ritrovata esposta, giudicata e raccontata da altri. La sua storia è diventata cronaca nera, i suoi traumi titoli di giornale, il suo dolore oggetto di una curiosità morbosa. Anche questa è una forma di violenza: dire a una persona offesa che, oltre a quello che ha subito, deve vedere la propria storia sottratta, distorta e usata contro di lei. Per questo Daria ha chiesto di aprire le porte di quest'aula. Non per esporre se stessa, ma per riprendere il controllo della propria narrazione. Per dire: ‘Se la mia storia deve essere raccontata, voglio che sia raccontata qui, con le regole del diritto e non con quelle del sensazionalismo'. Le porte aperte non sono un'esposizione, ma una riappropriazione. Quando ha trovato il coraggio di parlare, si è trovata davanti pregiudizi, aggressività e tentativi di screditamento che hanno attraversato questo processo per mesi. Oggi avete la possibilità non solo di accertare la verità dei fatti, ma anche di mandare un messaggio a tutte le donne che hanno paura di denunciare perché temono che il processo possa trasformarsi in una seconda violenza. Dovete dire loro che non saranno abbandonate al giudizio di un sistema che le vuole perfette. Che le loro cicatrici, i loro traumi e le loro fragilità non saranno usati contro di loro, ma compresi per quello che sono, restituendo dignità invece di chiedere conto della loro sopravvivenza”.

Ieri E. R. era assistito da un'altra avvocata, che si è detta d'accordo con molte delle considerazioni fatte da Montella. C'è da dire, però, che le argomentazioni portate in aula per chiedere l'assoluzione del suo assistito sono passate ancora una volta attraverso un tentativo di screditare Daria, analizzandone i comportamenti e mettendo in dubbio la sua versione dei fatti. Alcune di quelle affermazioni voglio riportarle, perché aiutano a capire perché tante donne non denunciano e perché, troppo spesso, non vengono credute.

Si è tentato più volte di dire che Daria non ha subito violenza da E. R. perché ha continuato a stare con lui, e che qualsiasi persona normale se ne sarebbe andata dopo le prime avvisaglie. Si tratta di un messaggio pericoloso, che ignora – o peggio, finge di ignorare – che le relazioni violente sono complesse e asimmetriche, fatte non solo di ricatto fisico, ma anche psicologico e, molte volte, economico. Ci sono donne che restano anni accanto al proprio aguzzino e che non riescono ad andarsene: per questo il lavoro dei cav e i percorsi di fuoriuscita dalla violenza sono fondamentali.

Si è detto che Daria era una persona che faceva un uso smodato di cocaina e che potrebbe aver male interpretato i messaggi di E. R. ("Ti taglio la gola", "Ti taglio la giugulare"). Si è detto che sì, l'ha picchiata, ma che "da lì alla violenza sessuale ce ne passa". Che è impossibile sia stata violentata e che, dopo, abbia ringraziato la sorella dell'imputato per averle regalato un profumo. Si è detto che lui, in macchina, durante il sequestro, le ha dato sì delle botte mentre guidava, ma per calmarla. Si è detto che la costola sì, era rotta, ma che ne sappiamo che non se la sia rotta da sola?

Tutto questo mentre l’imputato continuava a fare sorrisetti di scherno, a interrompere e commentare con superbia e arroganza. Io non sono una che tifa per la “galera”, che urla “buttiamo la chiave”. Non sto lì a fare la conta dei giorni che questo tizio dovrà passare in carcere sperando che “ci  marcisca”. Anzi, credo che questo sia un modo deleterio di pensare e che non sia la maniera adeguata per risolvere il grosso problema che abbiamo in Italia con il rispetto del consenso e con la violenza di genere. Spero però che sia riconosciuto ciò che ha passato Daria, e che E. R. sia inserito in un percorso per uomini maltrattanti, lui ma anche chi lo sostiene. La sua famiglia e gli amici che danno manforte. Perché il problema non si risolve nascondendolo sotto il tappeto.

Voglio concludere con una cosa che è successa alla fine. Durante la discussione di ieri, Daria è uscita dall'aula, sopraffatta dall'emozione. Al termine dell'udienza, le forze dell'ordine arrivate per controllare le donne che erano venute a sostenerla – non si è ben capito per quale motivo o cosa si aspettassero – non si sono minimamente preoccupate di predisporre un altro passaggio per l'imputato. Hanno così permesso che uscisse passando a pochi centimetri da lei, nonostante sia sottoposto alla misura del divieto di avvicinamento, e che la provocasse, accusandola di aver messo in scena un "teatrino".

Daria, in quel momento, non era sola: accanto a lei c'erano altre donne, che hanno subito fatto notare l'assurdità di quella gestione. Ma chissà quante altre Daria si sono trovate nella stessa orribile (e pericolosa) situazione.

Ecco, questo fa capire molto di come vengono ancora gestiti i processi per violenza di genere e del livello di consapevolezza che, troppo spesso, c'è dietro anche da chi dovrebbe garantirne lo svolgimento. Zero.

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Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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