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so che Streghe è già uscito questa settimana. Ma la notizia delle chat dei dipendenti Atm necessita una riflessione urgente: altrimenti continueremo a scandalizzarci per episodi di questo tipo, che però continueranno ad accadere. Ed è ciò che bisogna evitare.

Quando ho ideato il format di Streghe avevo in mente una newsletter che andasse oltre il mero racconto del fatto di cronaca. Che, ovviamente, è importante. Ma se vogliamo andare alle radici del patriarcato e capire in che modo agisce e come avvelena la società, dobbiamo fare un passo ulteriore. La notizia della chat dei dipendenti Atm è sulle prime pagine di tutti i giornali ormai da alcuni giorni. Molte persone ne sono giustamente scandalizzate, altre invece minimizzano, sostenendo che si tratti di una chat privata e che quindi ciò che vi accade non debba essere giudicato con gli stessi criteri che utilizziamo nella vita di tutti i giorni.

Ora, stiamo parlando di questa chat perché il caso è esploso ed è finito su social e giornali. Ma gruppi di questo tipo sono presenti nei telefoni di molti nostri amici, compagni, parenti (maschile sovraesteso voluto). Sono le cosiddette “chat del calcetto”: gruppi di uomini in cui il corpo delle donne viene mostrato, commentato, giudicato, svilito e trasformato in oggetto sessuale senza alcun consenso da parte delle interessate.

Spesso tutto questo avviene in un clima di cameratismo, come modo per rafforzare il senso di appartenenza al gruppo.

E so che è successo anche a te. Ti sarà capitato di leggere commenti decisamente inappropriati su una collega, un'amica, una conoscente o persino una partner. Forse li hai trovati fuori luogo, o forse non ci hai nemmeno fatto caso. Perché questo tipo di violenza — sì, stiamo parlando di violenza — è profondamente normalizzato. Per questo fatichiamo a riconoscerla come tale. E so anche che se hai provato a porre il problema ti è stata data dell'esagerata, quando andava bene, e della "matta" o della "nazifemminista" quando andava male (sicuro ti hanno pure detto che le "vere femministe" dovrebbero occuparsi delle cose serie). Un copione visto e rivisto, scene che ormai sappiamo a memoria e che ci hanno un po’ stufato.

Ne ho parlato con Silvia Semenzin, sociologa, ricercatrice, e autrice dei libri “Internet non è un posto per femmine” e “Donne tutte puttane. Revenge porn e maschilità egemone”, scritto insieme a Lucia Bainotti. “Il discorso della goliardata e della goliardia è onnipresente quando emergono fenomeni di questo tipo – spiega -. Nel libro ci siamo concentrate proprio su come certi comportamenti vengano normalizzati attraverso l’etichetta dello scherzo, che in realtà finisce per inibire la comprensione e il rispetto del consenso, che invece è alla base della gestione delle relazioni, anche digitali. La goliardia diventa quindi una scusa per non parlare di ciò che è davvero al centro del discorso. La violazione del consenso prende forma anche online e il suo obiettivo non è affatto innocuo: riguarda il controllo, la ridicolizzazione, l’esercizio di potere e la sorveglianza sulle donne. Di fatto, è quello che ci dimostrano continuamente questi casi”.

La questione su cui mi sto focalizzando ultimamente è anche il modo in cui, quando emergono questi scandali, si finisca quasi sempre per tirare in ballo la privacy. Sempre più spesso, però, non si tratta neppure di una difesa: si è passati all’attacco. Non si dice più soltanto ‘era uno scherzo', ma ‘noi abbiamo il diritto di esprimerci in questo modo' e addirittura ‘siete voi a invadere la nostra privacy, siete voi a entrare nelle nostre chat private'. È un discorso molto pericoloso, perché si concentra sempre sulla privacy di chi compie questi atti e mai sulla privacy di chi ne diventa vittima. È una retorica che portano avanti anche i proprietari delle piattaforme. Pensiamo a Telegram, quando il suo patron sostiene che le chat sono private anche se coinvolgono centinaia di migliaia di persone che ogni giorno si scambiano immagini e video di donne. Per questo dobbiamo chiederci: quando parliamo di privacy, di quale privacy stiamo parlando? Chi sono i destinatari di questo diritto? Perché sembra che della privacy e dell’intimità delle donne non importi nulla, mentre ci si preoccupa soltanto di continuare a difendere chi compie questi atti. Questo è il filo rosso che collega molti casi di violenza digitale in Italia”.

Dopo la denuncia, infatti, a essere presa di mira è stata anche la ragazza che ha pubblicato la foto che mostra le chat. Agostino Ghiglia, esponente di Fratelli d’Italia e componente del collegio del Garante della privacy, ha dichiarato a Il Corriere della Sera che la 26enne ha commesso un illecito, spostando così l’attenzione dalla violenza contenuta in quei messaggi a chi li ha denunciati, invocando un presunto diritto alla privacy di chi li ha scritti.

Alla fine la colpa ricade sempre sulle donne che denunciano – continua Semenzin -. Il focus non è mai sulla violenza. Non c’è mai una riflessione pubblica sul perché questi fenomeni continuino a esistere. Si spostano semplicemente in spazi sempre più privati, ma non smettono di esistere perché chiudiamo un gruppo Facebook o un account Twitter. Diventano soltanto più difficili da intercettare. Allo stesso tempo, però, si radicalizzano. Quando certi gruppi vengono chiusi, molti degli uomini che li frequentavano sviluppano ancora più rancore e ostilità nei confronti delle donne. Questo è il vero problema. Ci racconta che non stiamo facendo alcun lavoro di prevenzione per contrastare questi fenomeni”.

Uno dei nodi principali della questione è che in questi gruppi, la maggior parte delle volte, le immagini vengono girate senza il consenso delle interessate. Si tratta di dinamiche molto simili a quelle emerse nei casi di “Phica” e “Mia moglie”: foto scattate di nascosto, immagini intime della propria partner condivise con amici a sua insaputa, colleghe spogliate con l'intelligenza artificiale. Sono tutti modi attraverso cui si aggira la questione del consenso, nella convinzione che, poiché non c'è un contatto fisico diretto e tutto avviene all'interno di una chat, il danno sia minore o addirittura inesistente.

Questa secondo me è una delle cose più preoccupanti. Era qualcosa che esisteva già dieci anni fa — ormai sono anni che studio e monitoro questi fenomeni — ma oggi continua a permanere questo livello di normalizzazione della violazione del consenso. Anzi, nella misura in cui il femminismo e le donne mettono sempre più al centro del dibattito la necessità di rispettare il consenso, possiamo osservare come una parte del mondo maschile non solo non ascolti queste richieste, ma sviluppi addirittura una crescente ostilità. Questo contribuisce alla proliferazione di spazi in cui questi comportamenti vengono incoraggiati. Sappiamo che esistono in ogni ambiente: nei luoghi di lavoro, nelle chat professionali, nelle chat di Telegram, nelle chat del calcetto. Quello di cui ci dovremmo occupare è tutto ciò che rimane sotto la superficie. Gli scandali che emergono pubblicamente rappresentano soltanto la punta dell’iceberg di un fenomeno molto più vasto”.

Non è un caso che gli uomini decidano di comunicare tra loro usando un linguaggio sessista e degradante che non userebbero mai in altri contesti. Si tratta di un meccanismo, a volte consapevole e a volte no, finalizzato a ottenere approvazione all'interno del gruppo e a vedere riconosciuta, agli occhi dei pari, la propria virilità.

"Secondo me – dice Semenzin – è interessante osservare come la violenza sessuale, anche quando non è digitale, abbia spesso come obiettivo il riconoscimento maschile. È come se le donne venissero viste come un mezzo per ottenere approvazione da parte degli altri uomini. Spariscono come persone e come esseri umani e diventano una sorta di moneta di scambio attraverso cui ottenere amicizia, solidarietà e riconoscimento all’interno del gruppo maschile. Questo ci racconta che molto spesso, nella costruzione della maschilità, ciò che conta è l’approvazione degli altri uomini. Le donne diventano strumenti attraverso cui ottenere quella legittimazione. Quello che interessa è sentirsi riconosciuti come uomini attraverso queste pratiche. È una maschilità ancora fortemente costruita su un’eterosessualità aggressiva e predatoria, che continua a immaginare il rapporto con l’altro genere in termini di dominio e non di parità”.

Uno degli errori più frequenti è pensare che chi partecipa a queste chat sia un soggetto problematico o particolarmente incline alla violenza. In realtà non è così. “Tutto questo ha a che fare con la cultura di genere in cui siamo immersi. Non tutti gli uomini che partecipano a queste chat sono necessariamente violenti nella vita pubblica. Tuttavia il digitale aggiunge complessità e, in alcuni casi, facilita l’esercizio della violenza. La figura del ‘bravo ragazzo’ emerge sempre nei casi di violenza sessuale. Si dice sempre: ‘Era un bravo ragazzo, nessuno se lo sarebbe aspettato’. Eppure proprio quei ‘bravi ragazzi’ sono figli della stessa cultura patriarcale. Se continuiamo a insegnare cosa significa essere uomini attraverso le lenti della maschilità egemonica, non possiamo stupirci se emergono comportamenti di questo tipo. È per questo che il femminismo insiste tanto sull’educazione di genere e sull’educazione affettiva e sessuale. Non perché sia una moda, ma perché abbiamo bisogno di costruire relazioni tra i generi basate sul rispetto, sulla parità e sul riconoscimento reciproco. La cosa più preoccupante è che questo fenomeno si osserva sempre di più anche tra i giovanissimi. Anziché migliorare, sembra che la radicalizzazione maschile stia aumentando. Per questo non mi sorprendo mai quando emergono scandali di questo tipo. Se non si fa prevenzione, possiamo soltanto aspettarci che continuino ad aumentare. Lo dico da anni: tra sei mesi emergerà un altro scandalo e ci ritroveremo a ripetere esattamente le stesse cose”.

Un nodo centrale riguarda le persone più giovani. Ragazzə che comunicano moltissimo oggi con i nuovi strumenti del digitale, privilegiando internet, i social, le chat e in generale le piattaforme online. Che, contrariamente a quanto spesso si pensa, non sono neutre. Anzi, spesso è proprio qui che si radicano sessismo e cultura patriarcale, trovando terreno fertile per il dilagare di idee misogine e violente.

Anche le piattaforme fanno parte di questo sistema – conclude Semenzin -. I social network, soprattutto dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, hanno progressivamente abbandonato molte delle politiche che richiamavano la diversità, l’equità e l’inclusione. Quella che era una sorta di maschera di neutralità o di ‘politicamente corretto’, per quanto imperfetta, è stata in gran parte abbandonata. Oggi vediamo piattaforme che amplificano sempre di più contenuti misogini e antifemministi, dando visibilità a creator che costruiscono il proprio successo attaccando le donne o il femminismo. Viene proposta una visione della maschilità egemonica secondo cui esiste un unico modo legittimo di essere uomini. E ciò che sta accadendo è che anche persone non particolarmente radicalizzate finiscono per consumare contenuti antifemministi. Molte donne mi raccontano di vedere emergere sempre più spesso un immaginario antifemminista nei propri contesti quotidiani. Questo incide inevitabilmente sulla normalizzazione del sessismo. Quando una persona è costantemente esposta a notizie false o allarmistiche sul femminismo, aumenta quel rancore di cui parlavamo prima. È proprio quel rancore che alimenta la radicalizzazione negli spazi della manosfera, nei gruppi incel e nei movimenti per i cosiddetti ‘diritti degli uomini’. L’aspetto più interessante, e al tempo stesso più preoccupante, è che questi discorsi stanno contaminando sempre più anche gli spazi giovanili. Ed è probabilmente una delle ragioni per cui oggi vediamo ragazzi molto giovani ripetere in modo quasi automatico argomentazioni che hanno una matrice chiaramente antifemminista”.

Dobbiamo occuparci seriamente di questi temi. Non possiamo parlarne soltanto quando scoppia uno scandalo e poi dimenticarcene. In Italia spesso questi fenomeni vengono considerati marginali, anche perché coinvolgono persone italiane e quindi si tende a minimizzarli o a considerarli casi isolati. Dobbiamo ascoltare le donne che denunciano, spostare il focus della discussione e costruire strumenti concreti di responsabilizzazione. Su questi temi abbiamo ancora moltissimo da dire e da fare".

💜​Angoletto della lettura femminista

Anche oggi voglio consigliarti un libro. In questo caso, non posso non consigliarti proprio quello di Silvia Semenzin e Lucia Bainotti "Donne tutte puttane. Revenge porn e maschilità egemone". Anche qui si parte da una chat Whatsapp per poi esplorare più nel profondo la natura non consensuale di queste pratiche, mascherate proprio da goliardia e scherzo "tra maschi".

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Ciao!

Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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