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oggi parliamo di odio online, di come la rete favorisca il dilagare della misoginia, e di come questa sia ormai radicata nel nostro quotidiano, tanto da non rendercene conto.

Probabilmente te ne sarai accortə tu: i social, da Facebook a X, sono pieni di post misogini contro le donne. Non appena si tocca un argomento che riguarda temi che hanno a che fare con la violenza di genere, o che raccontano esperienze o storie di donne, fioccano commenti di persone che, con un linguaggio molto violento, denigratorio o offensivo, dileggiano quell’esperienza o quell’argomento. Mi è capitato personalmente, varie volte, di leggere addirittura post inqualificabili di conoscenti che invocavano lo stupro per le donne che si vestivano in modo appariscente, dicendo “è giusto che siano violentate”, attirando il plauso e i like di vari contatti social. Si tratta di persone che mai avrei pensato potessero esprimersi in questo modo, e ancora oggi non mi capacito di molte cose che ho letto negli anni.

Non so te, ma ho sempre avuto l’impressione che siano soprattutto i contenuti e i commenti più violenti a ottenere successo e a girare. Chi vomita odio, chi dice falsità e bestialità, spesso è premiato: migliaia di follower, standing ovation, pieno consenso. Se provi a intervenire con un minimo di buon senso e razionalità, cercando anche di smontare affermazioni chiaramente false diffuse da chi vive alimentando l’odio, finisci per essere attaccata e liquidata come se stessi dicendo sciocchezze. C’è sempre qualcuno pronto a dirti che stai creando problemi inesistenti, che “non si può più dire niente” e che, in fondo, godiamo a farci passare per vittime.

Da poco  è uscito l’ultimo rapporto sull’odio online di Vox Diritti, l’Osservatorio italiano sui diritti, che fotografa la situazione riguardo l’intolleranza in rete. Devo proprio dirlo che lo scenario che ne esce è sconfortante? Il rapporto è uscito un paio di settimane fa: ho deciso di parlarne perché secondo me i dati raccolti sono cruciali per comprendere come la rete possa fungere non solo da veicolo, ma proprio da booster alla misoginia. In cui le persone rafforzano reciprocamente le proprie idee di odio, trovando community disposte non solo ad accogliere, ma anche a fomentare pensieri e atteggiamenti violenti. Che poi si riversano nella realtà, se non in atti concreti, con idee pericolose, discriminatorie e intolleranti.

La forma di odio più diffusa online resta quella misogina. Il dato si attesta al 37%, in diminuzione rispetto al 2024, dove il dato rilevato era del 50%. C’è però poco da sentirsi sollevati: secondo quanto riportato da Vox Diritti, questa diminuzione non è frutto del progresso. Il discorso d’odio di tipo misogino, infatti, non è diminuito, ma si è normalizzato. E quindi queste frasi entrano nel nostro senso comune, e pensiamo sia normale esprimerci in un certo modo. A volte magari nemmeno percepiamo le nostre espressioni come problematiche. Un po’ come le persone che dicono ‘beh ma quella ragazza cercava il diavolo e l’ha trovato’, convinte di dire cose di buon senso, e invece sono di una brutalità incredibile.

Un dato interessante emerso dal rapporto, ma che non deve stupire, è questo: l’odio misogino è per il 43% portato avanti da donne. Perché dico che non dobbiamo sorprenderci? Perché anche noi donne, al pari degli uomini, siamo cresciute in una società sessista e patriarcale. Possiamo opporci, possiamo combatterlo, ma pensare che non abbia avuto effetto su di noi è pura utopia. Senza contare il desiderio di ottenere l’approvazione del gruppo dominante, che ancora oggi detiene un forte potere economico, sociale e culturale: quello maschile. È una dinamica che ha sempre sostenuto le élite: chi si trova in una posizione più marginale o svantaggiata tende ad adeguarsi, nella speranza di accedere almeno in parte agli stessi privilegi.

Per questo cambiare le cose non è semplice, non è in discesa, o privo di contraccolpi.

Del rapporto ho parlato con Silvia Brena, giornalista e co-fondatrice di Vox Diritti. “Il dato finale viene incrociato considerando che abbiamo analizzato tre dimensioni – mi spiega -. C’è innanzitutto una dimensione quantitativa: è un’analisi ‘a strascico’, che raccoglie tutti i lemmi dell’odio e le espressioni semanticamente più o meno cariche di negatività, valutandone il sentimento. Accanto a questa, c’è un’analisi qualitativa, che cerca invece di individuare gli stereotipi associati all’hate speech, in questo caso quelli legati alla misoginia. Di questa analisi fanno parte anche approfondimenti specifici, per esempio sul genere delle persone che esprimono odio o sulla loro collocazione sociale. Per questo diciamo che il fenomeno, pur essendo diminuito in termini assoluti, è in realtà più pericoloso. Incrociando i dati quantitativi e qualitativi, cioè osservando come agiscono i pregiudizi e quanto sia diffuso anche l’odio ‘puro’, emerge il significato della normalizzazione”.

Diventano di uso nel linguaggio comune termini misogini che forse non sono più nemmeno percepiti come tali, ma che contribuiscono a rafforzare e consolidare l’odio verso le donne. “Abbiamo rilevato un odio più diffuso – dice infatti Brena – non sempre diretto contro le donne, ma che utilizza comunque un linguaggio misogino (termini come ‘zoccola’ o ‘troia) come insulto generalizzato, rivolto anche ad altre categorie. Questo significa che quel linguaggio si è normalizzato: non è più usato solo per colpire le donne in quanto tali, ma è diventato una struttura linguistica condivisa. Ed è un dato molto preoccupante, perché quando si normalizza un linguaggio che esprime avversione verso un gruppo — in questo caso le donne — si consolida una pervasività culturale ormai radicata”.

Se ci chiediamo perché proprio le donne siano così bersagliate, la risposta è che l’Italia è un Paese profondamente misogino. L’odio, per come si struttura, tende a colpire le categorie più discriminate e percepite come problematiche o pericolose. Negli ultimi anni abbiamo osservato picchi di odio misogino in concomitanza con momenti di maggiore avanzamento della parità di genere. Durante il Covid, per esempio, si è passati dal body shaming — tipico del discorso misogino — a un attacco generalizzato alle professioni delle donne, come se la sovrapposizione tra lavoro domestico e lavoro professionale avesse incrinato equilibri consolidati, rafforzando reazioni di tipo patriarcale. A incidere sono anche altri fattori: i movimenti femminili, la maggiore presenza delle donne nel mondo del lavoro e la loro autonomia. Tutto questo si accompagna, da un lato, al fenomeno drammatico dei femminicidi e, dall’altro, a un assetto culturale ancora profondamente ancorato a schemi patriarcali. È una tensione alimentata dalla reazione di chi percepisce una perdita di privilegi”.

Se si osservano i grafici del rapporto, emergono picchi molto marcati in corrispondenza di casi di femminicidio. Il valore più elevato si registra nel maggio 2025, in seguito all’uccisione della 14enne Martina Carbonaro da parte del suo ex fidanzato, Alessio Tucci. “Abbiamo osservato che i picchi di odio online coincidono spesso con episodi di femminicidio. Questo conferma un elemento ormai consolidato nella ricerca: esiste una relazione tra hate speech e hate crime. Non sappiamo cosa venga prima, ma sappiamo che i picchi di odio contribuiscono a sdoganare e legittimare comportamenti violenti”.

Un altro aspetto riguarda il cambiamento del linguaggio: gli insulti diventano meno diretti e più diffusi. Da un lato, l’insulto misogino si ‘spalma’, diventando un insulto generalizzato; dall’altro, emerge la deumanizzazione, o meglio l’infraumanizzazione. In questi casi, la persona colpita non viene equiparata a un animale, come avviene in altri tipi di odio, ma considerata comunque inferiore. Questo si manifesta attraverso forme di svalutazione totale — espressioni come ‘non vali niente’, ‘sei meno di zero’ — che non sono insulti strutturati, ma rientrano pienamente in quello che oggi definiamo linguaggio dell’odio. Il fatto che tutto questo avvenga online certamente incide, perché riduce il confronto diretto e quindi anche l’empatia. Tuttavia, il ruolo principale è giocato dagli algoritmi dei social. Questi favoriscono la polarizzazione, premiando i contenuti più estremi, soprattutto quelli negativi, che generano reazioni più rapide e tengono gli utenti più a lungo sulle piattaforme. A questo si aggiunge il fenomeno delle “echo chambers”: vediamo soprattutto contenuti di persone che la pensano come noi, che rafforzano convinzioni, pregiudizi e stereotipi”.

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Ci sentiamo alla prossima puntata. Ti ricordo che Streghe non ha un appuntamento fisso: esce quando serve. E dove serve, noi ci siamo.

Ciao!

Natascia Grbic

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Femminicidi, misoginia e cultura dello stupro dominano la nostra società, intrisa di odio verso le donne. La "caccia alle streghe" non è un fenomeno così lontano nel tempo, perché tra istituzioni indifferenti e media inadeguati o complici, gli uomini continuano ad ammazzare le donne quando non riescono a dominarle.  È ora di accendere i nostri fuochi e indirizzarli dove non si voleva guardare: Streghe è il nostro Osservatorio sul patriarcato, il nostro impegno per cambiare il modo in cui si raccontano le storie alla base di una società costruita a misura di uomo.

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