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E adesso, cosa dovrebbe accadere in un Paese normale?

Lo schiacciante risultato dei referendum su acqua, nucleare e legittimo impedimento dovrebbe indurre a "sagge decisioni" anche i berluscones più irriducibili. Eppure, c'è da giurarci...

E adesso, cosa dovrebbe accadere in un Paese normale?

Ed ora? Cosa succede nel concreto al nostro Paese dopo che la batosta referendaria ha ulteriormente evidenziato quanto abissale sia la distanza fra governanti e governati, fra le stanze della politica e le piazze, reali e soprattutto virtuali?. Già, perchè al di là della valutazione di merito sulla reale incidenza del risultato referendario (che certamente non va sottovalutata nè messa frettolosamente in secondo piano), è chiaro ed inequivocabile il messaggio delle urne: l'incantesimo è finito, è ora di voltare pagina. E' ora di ripensare i modi della comunicazione politica, di ridare dignità alle decine di milioni di cittadini mortificate dalla politica degli annunci, delle promesse, dei miracoli e delle beatificazioni. Ed in questo l'inadeguatezza della classe dirigente del nostro Paese balza agli occhi con lampante evidenza, non solo nella figura (ormai crepuscolare) del Presidente del Consiglio (sulla quale vale la pena di ritornare).

E se già le elezioni amministrative avevano mostrato l'utilizzo piuttosto approssimativo del termine “antipolitica” per definire il nuovo fenomeno della partecipazione e dell'ingresso prepotente in scena di centinaia di migliaia di individui, capaci aggredire le forme tradizionali della pratica politica attraverso l'utilizzo “non convenzionale” della satira, dell'ironia e della “contro – informazione”, ecco che il referendum mostra tutta la devastante potenzialità delle energie “generatesi in quel gigantesco frullatore di anime che è il web 2.0″. Un referendum che ha trovato pochissimo spazio nei media tradizionali, schiacciato fra la disinformazione della tv generalista, i lapsus imbarazzanti del servizio pubblico e la reticenza dei “liberi servi”, mai come ora inadeguati all'immane compito della negazione dell'evidenza. Una consultazione la cui parte in qualche modo “centrale” è rimasta in bilico fino agli ultimi giorni, dopo un fuoco di sbarramento che aveva il sapore di un ultimo disperato “assalto all'arma bianca” nel tentativo di allontanare una inesorabile sconfitta.

Una debacle culturale prima di tutto. Un segno dei tempi che testimonia l'incapacità di una parte politica di interagire con una realtà profondamente mutata, con un'opinione pubblica resa consapevole e disincantata dai nuovi mezzi di accesso al sapere, alla conoscenza, alle informazioni e, dunque, al reale. Come vi raccontavamo qualche ora fa, è abbastanza chiaro il “senso” di ciò che è successo: “Il web non è rimasto nell’etere, è sceso nelle piazze, ha invaso ogni casa, ha inventato nuove forme di partecipazione, ha commosso e stupito”. Ma soprattutto, attraverso i nuovi canali, facebook e twitter in primis, sono circolate idee, immagini, parole e speranze, si è cementata un'unione sostanziale e quasi “spirituale”, una coesione che vede il “Noi” sostituirsi ai tanti piccoli “io”, ma soprattutto opporsi ad un “loro” collocato ad una distanza siderale, forse irrecuperabile. Uno spazio impermeabile alle provocazioni, allo scetticismo, ma aperto al confronto e allo scambio di contenuti, idee e proposte (finanche bufale, certo).

E adesso, dicevamo all'inizio, la politica è chiamata ad un vero atto di responsabilità. Non si tratta solo di “prendere atto” del risultato delle urne, ma di prendere coscienza della fine di un'era, di riconoscere che “la terra trema” e non c'è più spazio per compromessi e operazioni di equilibrismo politico. In un Paese normale, basterebbero le due sberle rimediate a distanza di poche settimane ad aprire una crisi politica e probabilmente a ridare la parola agli elettori. In un Paese come il nostro però neanche questa istanza elementare di “decenza democratica” sembra poter trovare accoglimento e siatene pur certi, alla stregua dei famosi giapponesi nascosti nelle isole del Pacifico, i professionisti della “comunicazione da salotto televisivo” non mancheranno di sostenere che in fondo in fondo si è trattato soltanto di un “test nel merito”, di un “segnale da tenere in seria considerazione che non mette in pericolo la stabilità del Governo del fare”, di un test che non pregiudica la posizione del presidente del Consiglio. Eppure, mai come stasera, queste parole sembreranno così vane, indolori, superflue.

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