Da quasi 6 anni viaggiano in camper con gatto e cane, Sara e Paolo: “Non bisogna per forza spendere troppo”
Sara e Paolo erano partiti da Torino con un’idea precisa: trascorrere un anno in viaggio, raggiungendo il Giappone via terra a bordo del loro camper. Poi la guerra tra Russia e Ucraina, l’Africa, la riapertura delle frontiere e una serie di incontri e opportunità hanno cambiato completamente i loro piani. Quello che doveva essere un anno lontano da casa è diventato un vero e proprio stile di vita, documentato attraverso siti web, social e anche attraverso un libro. In questi ultimi 6 anni hanno attraversato 39 Paesi, vissuto in Europa, Africa, Russia, Giappone, Canada, Alaska e non solo. Sempre insieme ai loro animali: il gatto Sakè, compagno di viaggio fin dal primo giorno, Olimpia, una Rottweiler scomparsa in Mongolia, e Genepi, una Shiba Inu adottata proprio in Giappone. A Fanpage.it hanno raccontato di un’esperienza che ha insegnato loro a vivere con meno, a fidarsi delle persone e soprattutto a non avere paura di reinventarsi.
Siete partiti con l’idea di viaggiare per un anno, cos’è cambiato?
Tutto è nato perché Paolo mi aveva chiesto se mi andava di provare a raggiungere il Giappone via terra a bordo del nostro camper. Appena abbiamo comunicato questa decisione alle nostre famiglie e agli amici, però, è scoppiata la guerra tra Russia e Ucraina. A quel punto avevamo già deciso di lasciare i nostri lavori: io ero igienista dentale e non potevo continuare a fare quel mestiere sulla strada. Così siamo partiti comunque, inizialmente con l’idea di stare via un anno. Abbiamo attraversato l’Europa, siamo arrivati in Spagna e poi abbiamo deciso di andare in Africa, dove siamo rimasti quattro mesi e arrivando fino in Senegal. Mentre eravamo lì, un nostro amico ci ha scritto dicendoci che i confini erano nuovamente aperti e che si poteva provare a raggiungere il Giappone; dopo il Covid, infatti, il Paese era rimasto molto isolato e arrivarci via terra era diventato complicatissimo. A quel punto avevamo già cambiato le nostre vite, stavamo sviluppando nuove competenze e ci stavamo mettendo in gioco: abbiamo quindi deciso di continuare.
Com’è cambiato il vostro modo di viaggiare nel tempo?
Quando siamo tornati dall’Africa, dopo questo primo anno di rodaggio, abbiamo capito cosa ci serviva davvero. Abbiamo migliorato alcuni aspetti del camper, cambiato le batterie per avere maggiore disponibilità energetica e, soprattutto, abbiamo imparato a viaggiare più leggeri. Quando siamo ripassati dall’Italia prima di partire verso il Giappone abbiamo svuotato completamente il camper. Quando fai una vita di questo tipo capisci che le cose materiali di cui hai realmente bisogno sono poche. Per noi è stato un grandissimo insegnamento: imparare a lasciare andare, a essere meno appesantiti dalle cose e a fare più tesoro dell’esperienza emotiva. Alla fine, il viaggio diventa anche un altro modo di vivere.
E come ci si organizza per dormire quando si vive sempre in viaggio?
Dipende molto dal Paese. Durante le grandi attraversate, per esempio in Russia, era facilissimo perché il territorio è enorme e si può dormire praticamente ovunque, sempre rispettando le regole e tenendosi lontani dalle zone militari. In Giappone, invece, dove abbiamo vissuto un anno e tre mesi, è molto semplice grazie alle michi-no-eki, le stazioni stradali. Sono strutture in cui ci si può fermare gratuitamente per una notte, al massimo due, e dove trovi diversi servizi: bagno, supermercato e tutto ciò che può essere utile. È un modo un po’ meno wild, perché sono parcheggi strutturati e spesso vicini ai piccoli centri abitati, ma è molto comodo. Proprio per questo stiamo terminando di scrivere una guida per visitare il Giappone via terra, anche con un’auto o un camper a noleggio.
Dopo 39 Paesi, qual è stato il luogo che vi ha sorpreso di più?
Sicuramente il Kurdistan iracheno. Quando siamo entrati in Iraq non lo abbiamo detto a nessuno, perché esistono ancora molti pregiudizi verso alcune zone del mondo. Invece siamo rimasti due settimane e siamo stati accolti dalla comunità come figli: siamo stati invitati a tre matrimoni semplicemente mentre passeggiavamo per strada. Noi eravamo in tuta, loro erano tutti vestiti elegantissimi, e ci abbracciavano. Abbiamo anche conosciuto il capo spirituale degli Yazidi, una popolazione che era stata vittima delle persecuzioni e degli eccidi dell’ISIS. È stato un insieme di incontri quasi paradossali, ma proprio per questo ci hanno lasciato tantissimo. Il Kurdistan iracheno è sicuramente un posto che ci porteremo nel cuore per sempre. Anche il Senegal ci è piaciuto moltissimo, soprattutto per le persone: vivono con poco, ma sono capaci di darti tantissimo. Poi la Georgia, per i paesaggi incredibili e il cibo, e il Kosovo, che per noi è stata una scoperta bellissima. Lì molti anziani ci ringraziavano ancora per l’aiuto ricevuto dall’Italia durante la guerra e ci facevano sentire davvero benvenuti.
C’è un incontro che più di altri ti è rimasto nel cuore?
Mi ritrovo sempre a citare un incontro avvenuto in Iraq. Un uomo mi ha ringraziata per strada per avergli sorriso. Era stato in prigione fino a pochi giorni prima e mi ha detto: "Nessuno mi ha più sorriso". Mi ha colpita moltissimo. Nonostante quello che aveva vissuto, quel semplice gesto per lui aveva avuto un significato enorme, è stato un momento che mi ha restituito ancora più fiducia nell’essere umano. C’è stato poi l’incontro con una donna francese di 91 anni conosciuta in Marocco, che ogni anno guida la sua roulotte fino a lì, e che ci disse di continuare a vivere per davvero fino all’ultimo barlume di energia. Anche un 85enne in Alaska che si sposta con il quad perché ha male alle ginocchia ma vuole continuare a vedere tutto ciò che può con i suoi occhi; Fabrizio, un ragazzo paraplegico in seguito a un incidente, che non abbiamo ancora incontrato di persona purtroppo, ma che ci scrive sempre per ringraziarci perché vede e vive il mondo con noi.
Il viaggio vi ha insegnato anche a fidarvi delle persone?
Forse è proprio questo il cambiamento più grande: abbiamo imparato di nuovo a fidarci delle persone. Viviamo in un mondo in cui abbiamo paura gli uni degli altri, perché ogni giorno succede qualcosa e siamo bombardati da notizie negative. Per noi, invece, l’insegnamento più grande della quotidianità è fidarsi di chi si incontra. Devo dire che ci è sempre andata bene; per questo, attraverso i contenuti che realizziamo, cerchiamo di essere portavoce anche di questo: non vogliamo dire necessariamente di essere ottimisti, ma vogliamo condividere la bellezza che esiste ancora tra gli esseri umani.
Viaggiate con gli animali fin dal primo giorno. Come si sono adattati?
Sakè è un po’ il filo rosso di tutto quello che ci succede. Esce al guinzaglio con noi e, quando non lo portiamo fuori, spesso se ne sta appollaiato sul vetro frontale del camper. In tantissime occasioni è stato proprio lui ad avvicinarsi alle persone. Avere degli animali con sé facilita molto la comunicazione: è facile che qualcuno si fermi per guardarli o accarezzarli e questo crea immediatamente un contatto. Sakè è partito con noi dal primo giorno. Per un gatto adattarsi alla vita in camper e continuare a spostarsi sembrava quasi impossibile, invece è stato abituato fin dall’inizio e non ha mai mostrato particolari disagi. Genepi, invece, l’abbiamo adottata in Giappone, aveva due mesi quando è salita sul camper ed è subito diventata parte della famiglia. Diciamo sempre che è il miglior souvenir che potessimo trovare in Giappone. È una cagnolina gioiosa e tutti ci dicevano che gli Shiba Inu non sono così amichevoli, mentre lei si fa accarezzare da chiunque. Per noi sono a tutti gli effetti due membri della famiglia: pensiamo prima al loro benessere che al nostro, ma è una cosa che ci viene completamente ripagata.
E Olimpia, la vostra Rottweiler, viaggiava con voi?
Sì. All’epoca con noi c’erano Sakè e Olimpia. Lei purtroppo è venuta a mancare in Mongolia a causa di un tumore: era anziana, aveva 12 anni, che per un Rottweiler sono tanti, ma è stato comunque un colpo bassissimo. È stato il momento più brutto del nostro viaggio. Eravamo lontani da casa, ma l’umanità che ci ha circondato in quei giorni è stata meravigliosa. Soprattutto l’équipe medica in Russia ci ha sostenuti come se fossimo una famiglia: è qualcosa che non dimenticheremo.
Quali sono state le difficoltà più grandi incontrate sulla strada?
A livello pratico, l’unico vero problema con il camper è stato in Senegal, quando ci hanno spaccato un vetro e hanno rubato il telefono di Paolo. Però è un episodio che avrebbe potuto succedere ovunque. Una situazione più complessa è stata quando dovevamo lasciare il Giappone: stavano per scadere il nostro visto e il permesso del camper e, contemporaneamente, era scoppiata la guerra tra Stati Uniti e Iran. Non si capiva bene se le spedizioni dei veicoli fossero aperte o meno. Eravamo su un’isola dall’altra parte del mondo e nel frattempo i prezzi della benzina, delle spedizioni e degli aerei stavano salendo alle stelle. È stato soprattutto un problema logistico: capire dove andare e come organizzarci. Ma alla fine, in tutti questi anni non ci è mai capitato nulla di veramente drastico.
C’è qualcosa che vi manca della vita di prima?
Forse ci manca un po’ la stabilità dei legami. Essendo lontani da tanto tempo, mantenere le amicizie e i rapporti storici diventa difficile, perché spesso puoi farlo soltanto attraverso uno schermo. Anche creare nuove amicizie sulla strada non è semplice se sei molto itinerante e non ti fermi a lungo nello stesso posto. Si creano quelle che una persona l’altro giorno ha definito “amicizie di un’ora”: possono essere profondissime e bellissime, perché ti lasciano tantissimo, ma poi è difficile rivedersi. Ci sono persone che avrei voluto incontrare il giorno dopo e quello successivo ancora, ma non è stato possibile perché le nostre strade avevano preso direzioni diverse.
E cosa, invece, non lascereste mai della vita on the road?
La capacità di adattarsi. E non lo considero affatto un limite, ma un grande vantaggio. Questa vita ti mette davanti ogni giorno a una sfida nuova e ti permette di crescere, di non adagiarti e di non lamentarti delle piccole cose e ti insegna anche a reinventarti continuamente. Devi sempre cercare di vedere l’opportunità, metterti in gioco e non restare fermo sui tuoi risultati. Devi cogliere, chilometro dopo chilometro, quello che il mondo può offrirti.
Avete cambiato anche il vostro lavoro. È possibile reinventarsi davvero?
Assolutamente sì. Se prima, per esempio, uno dei miei sogni era fare la scrittrice e scrivere libri, erano quelle classiche cose che ti dici: “Lo fanno tutti, lascia perdere, non ti porterà niente”. A un certo punto mi sono detta: se è un’opportunità, perché non farlo? E così ho scritto un libro e ci siamo reinventati in tanti modi diversi. È bello scoprire che si può fare qualcosa in cui si crede, spesso bisogna soltanto smettere di avere paura di osare e provare.
A chi dice che viaggiare così tanto sia possibile solo per chi ha molti soldi, cosa rispondete?
È una critica che ci arriva quotidianamente. Proprio per questo, dal primo giorno in cui siamo partiti, abbiamo deciso di tenere pubblicamente traccia sul nostro sito delle spese che sosteniamo per viaggiare. È facile dire: “Questi hanno i soldi, possono permetterselo”. È facile nascondersi dietro a una banconota. Noi, invece, abbiamo voluto dimostrare che viaggiare non significa necessariamente spendere tantissimo e che si può farlo anche in modo più sostenibile. Cerchiamo di mantenere lo stesso budget che avevamo quando vivevamo a casa: quello per la spesa, per la gestione degli animali e per le nostre necessità quotidiane. Un esempio? Abbiamo appena finito di girare l’Alaska. Molti vanno a vedere gli orsi partecipando a escursioni che possono costare anche 1.000 dollari. Noi li abbiamo visti spendendo zero, perché sono semplicemente passati davanti al camper. È vero, per arrivare fino in Alaska abbiamo sostenuto delle spese. Ma quello che cerchiamo di dimostrare è che, una volta lì, non è necessario investire chissà quale capitale per vivere un’esperienza straordinaria.
Quindi viaggiare può davvero diventare un modo diverso di vivere?
Sì. Il viaggio ci ha insegnato che possiamo avere meno cose materiali e più esperienze, che possiamo fidarci delle persone e che possiamo continuare a reinventarci. Alla fine non si tratta soltanto di quanti Paesi hai visitato. Si tratta di quello che ti rimane dopo averli attraversati: gli incontri, le persone, gli animali, le difficoltà superate e soprattutto la consapevolezza che, forse, per cambiare vita non serve avere tutto sotto controllo. A volte bisogna semplicemente avere il coraggio di partire.
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