Svelato a Piacenza il murale per Giorgio Armani, l’artista Kotè sulle critiche: “Stereotipi da classisti”

Pochi giorni prima di quello che sarebbe stato il suo 92esimo compleanno e proprio nella sua città di nascita, è stato inaugurato un murale in onore di Giorgio Armani. Piacenza con questo gesto ha voluto rendere omaggio a un professionista apprezzato ovunque, che ha portato l'eccellenza del Made in Italy all'attenzione del mondo intero. Il murale è stato affidato al pittore e urban artist Kotè (Antonio Cotecchia), vincitore del bando comunale nato per celebrare il re della moda, all'indomani della sua scomparsa avvenuta il 4 settembre 2025. L'opera rientra in verità in un progetto ben più ampio, con un duplice scopo: da un lato raccontare e valorizzare la straordinaria vicenda personale e professionale dello stilista, dall'altro riqualificare il quartiere. Intervistata da Fanpage.it, la sindaca di Piacenza Katia Tarasconi ha ben spiegato la scelta della Farnesiana: un invito ai giovani, per incentivarli a coltivare le proprie passioni, a impegnarsi per realizzare i propri sogni, per dare loro speranza in un futuro migliore, possibile anche partendo dal basso. Eppure proprio questa scelta ha suscitato alcune polemiche: qualcuno non ha colto questo messaggio e si è fermato all'apparente poca assonanza tra una figura tradizionalmente associata al lusso e un quartiere poco centrale. Allo stesso modo, molti hanno criticato il murale, giudicato poco aderente alla visione artistica di Armani, alla palette che era solito adoperare nelle sue collezioni, alle sue nuance preferite. A tal proposito, Kotè ha spiegato a Fanpage.it perché ha volutamente lavorato con colori sgargianti come blu e magenta e ha raccontato la genesi del suo lavoro, ciò che la sua opera vuole trasmettere. Tra l'altro, per ribadire il profondo legame tra le donne e la poetica di Armani, il murale è stato svelato con un'azione performativa. È stata calata a terra l’installazione tessile che lo ricopriva, un arazzo con la scritta "Abito me stessa, il vestito più elegante". È stato realizzato con materiali di scarto, lavorato dalle volontarie e dalle donne del Laboratorio di Sartoria del Centro antiviolenza di Piacenza: un riferimento al ruolo rivoluzionario che lo stilista ha avuto nell'emancipazione femminile, all'attenzione che aveva per le donne. Basti pensare alla giacca maschile destrutturata pensata per loro, liberate dalle costrizioni dell'iper-decorativismo.

Antonio, che immagine di Giorgio Armani hai voluto restituire col tuo murale?
Quando mi approccio a rappresentare un personaggio famoso, il mio intento è quello di dargli un significato diverso rispetto a quello che si è fissato nella memoria collettiva. Io divido i volti a metà. Anche qui c'è una parte che rappresenta ciò che le persone vedono, poi c'è l'altra metà, la parte più profonda che alberga in un personaggio. È quella, che mi permetto di immaginare, che mi interessa di più. Io scendo al livello di un bambino: lavoro sulla meraviglia, sulla purezza dello sguardo infantile, privo di quelle sovrastrutture che hanno solo gli adulti. In questo caso mi sono rifatto ai racconti, per avere riferimenti sulla vita di Armani e ho letto la sua autobiografia, non avendolo conosciuto personalmente. E mi sono imbattuto in una frase, nel libro, in cui lui raccontava il suo rammarico per essere inscatolato nella memoria collettiva solo come lo stilista dei colori scuri, della palette fangosa. È lì che mi è venuta l'idea di dargli una specie di riscatto. È stato come liberarlo. Ho visto una mostra dove c'erano tutti i suoi bozzetti degli anni Ottanta, ed erano colorati. Per me è stato come decostruire un personaggio per dargli una seconda possibilità, una seconda vita, una seconda lettura. Tutti si aspettavano che potessi fare una rappresentazione più descrittiva. Invece ho lavorato in un altro modo: ho trovato divertente il fatto di dargli un riscatto, perché per tutti era uno stilista rigoroso, ombroso, ma invece lui era assolutamente pieno di colori. È stato un decontestualizzare la figura di Armani, così come è concepita: questo Armani così scintillante e pieno di colore a me piace molto.
Ed è piaciuto anche alla famiglia? Tu ti sei confrontato anche con loro?
Attraverso l'amministrazione è stato sottoposto alla famiglia il primo bozzetto e loro mi hanno mandato una lettera per complimentarsi, erano entusiasti. Ti dico anche di più: avevo fatto due bozzetti, perché a un certo punto ho avuto anche un ripensamento. Il primo era un Armani che guardava lontano, verso destra: verso il futuro. Però studiando, leggendo la biografia ne ho disegnato un altro, quello definitivo che si vede ora, in cui lo sguardo di Armani incrocia quello di chi lo guarda. Li abbiamo mandati entrambi alla famiglia, io ero più propenso per il secondo e loro mi hanno risposto dicendo che erano d'accordo con me. Mi hanno fatto i complimenti sugli occhi, che pare sia la cosa che più manca a tutto lo staff e alla famiglia. Quando sono venuti all'inaugurazione mi hanno detto proprio questa cosa qua. Io poi lavoro molto sugli occhi, per me è fondamentale cercare quella luce che c'è nello sguardo. Loro si sono commossi, perché hanno ritrovato proprio la luce dello sguardo di Giorgio Armani.

Il palazzo e il quartiere dove hai realizzato il murale perché sono stati scelti?
Quando sono andato a cercare il muro sapevo di volerne uno che avesse un impatto visivo importante, che mettesse quasi soggezione, ma in senso artistico. La street art ha senso proprio quando restituisce connotazione artistica a un posto che non è concepito come tale. Quindi perché non la periferia? Ma poi Giorgio Armani è nato proprio a pochi chilometri da lì. Invece le persone diventano classiste. Solo perché una persona abita nelle periferie, non ha il diritto di sognare, vivere, cambiare la sua condizione? Quello è un quartiere omogeneo, ci sono persone di ogni tipo. Ma è lì che si trova bellezza. C'erano due bambini africani che mi hanno accompagnato tutto il tempo, andavamo a mangiare i gelati insieme. Le signore della Sardegna, di Napoli, della Sicilia, della Calabria mi portavano la frutta e l'acqua.
Oltre a questa umanità e questo sostegno, hai ricevuto critiche?
Sono aperto alle critiche e al confronto. Alcune persone si sono sentite indignate dal fatto che avessi usato una palette di colori che non apparteneva ad Armani. Altri si sono lamentati della posizione, lontano dal centro: ma sono stereotipi. Ma perché togliere il senso della street art per essere classisti? Portiamo la bellezza dove deve andare, dove può ispirare ragazzi. Io quando lo guardo, vedo un muro nel mondo, mica vedo un muro a Piacenza. Il muro è nel mondo e anche noi. I confini non esistono, è un'invenzione della natura umana.