Daniela e Dario vivono in camper e girano il mondo: “Fino al giovedì stiamo fermi per lavorare, poi esploriamo”
Quando li chiamo, Daniela e Dario sono in Svezia, direzione Capo Nord. Sono partiti da Torino il 18 luglio e contano di trascorrere i prossimi mesi in camper attraversando la Scandinavia, tra piccoli villaggi, foreste, laghi, parchi naturali e strade panoramiche. Ma per loro arrivare a Capo Nord non è l’obbiettivo principale: il vero viaggio è quello che succede lungo la strada. Daniela e Dario amano viaggiare, ma farlo a modo loro: lentamente, senza la necessità di spuntare una lista di destinazioni e cercando soprattutto i luoghi meno conosciuti e più lontani dalle rotte turistiche. La loro storia, però, è iniziata molto prima del camper, con un viaggio di un anno e mezzo tra Sud-est asiatico, Australia e Nuova Zelanda, prima zaino in spalla e poi a bordo di un van. Quell’esperienza ha fatto capire loro che vivere con meno, cambiare continuamente prospettiva e poter decidere ogni giorno dove andare era qualcosa che li faceva stare bene. Tornati in Italia, hanno quindi scelto di trasformare quella sensazione in un vero e proprio modo di vivere. Oggi il camper, che hanno soprannominato Edvige in quanto grandi fan di Harry Potter, è casa, cucina, ufficio e rifugio. Entrambi lavorano da remoto e hanno organizzato il piccolo mezzo per essere il più possibile autonomi: pannelli solari, power station, doccia e persino una scrivania rimovibile. Ma la vita on the road non è sempre fatta di paesaggi spettacolari e falò nella natura. Ci sono anche problemi meccanici, parcheggi nei supermercati, spese da tenere sotto controllo e giornate in cui semplicemente bisogna fermarsi. A Fanpage.it Daniela e Dario hanno raccontato come hanno scelto questa vita, come si sono organizzati concretamente per trasformare un camper nella loro casa, quanto costa viaggiare in questo modo e quali sono i luoghi, gli incontri e le esperienze che più li hanno cambiati.
Quando avete iniziato a pensare che una vita più “on the road” potesse diventare qualcosa di stabile?
La nostra idea iniziale era quella di finire l’università e partire per un anno zaino in spalla. Dovevamo farlo nel 2020, ma è arrivato il Covid e siamo rimasti bloccati. Abbiamo iniziato entrambi a lavorare: io sono infermiera e Dario è ingegnere informatico. A un certo punto, però, ci siamo detti: “È ora di farlo. Se non lo facciamo adesso, quando?”. Nel 2023 siamo quindi partiti per un viaggio zaino in spalla. Siamo stati un anno e mezzo tra Sud-Est asiatico, Australia e Nuova Zelanda. In Australia abbiamo lavorato per un periodo e comprato il nostro primo van. Abbiamo girato con quello e poi siamo andati in Nuova Zelanda, sempre con un van. È lì che abbiamo capito che questo stile di vita ci piaceva davvero. Dario, tra l’altro, era già abituato perché era cresciuto con genitori che facevano le vacanze in camper o in roulotte. Quando siamo tornati in Italia abbiamo quindi pensato: perché non provare a farlo anche noi?
Come siete arrivati concretamente a scegliere il camper come vostra casa? Che mezzo avete scelto e quanto avete dovuto modificarlo?
Siamo tornati in Italia e nell’autunno scorso abbiamo comprato il camper, lo abbiamo sistemato e siamo ripartiti per girare l’Europa e il mondo. Lo abbiamo chiamato Edvige, per il nostro amore per Harry Potter: è tutto bianco, quindi ci sembrava perfetto. È un camper monoscocca in vetroresina, abbastanza piccolo. Abbiamo sacrificato un po’ di comodità per avere più agilità. Dopo essere stati in Australia e Nuova Zelanda, però, ci sembrava già una reggia: aveva persino un tavolo dove potersi sedere! All’inizio avevamo pensato di prendere un van, ma ci siamo resi conto che, dovendoci vivere e lavorare, avevamo bisogno di un minimo di spazio. Con mio padre abbiamo realizzato una mini scrivania rimovibile che posso agganciare a uno degli sportelli e usare per lavorare in piedi. È una cosa molto semplice, ma ogni tanto salva la schiena.
E per quanto riguarda l’autonomia? Avete fatto altri interventi per attrezzarlo per viaggi così lunghi?
La cosa più importante è stata tutta la parte energetica. Abbiamo una collaborazione con Bluetti che ci ha fornito delle power station, i pannelli solari e, per questo viaggio, abbiamo aggiunto un caricatore che permette di ricaricare direttamente la power station dall’alternatore. In questo modo siamo completamente autonomi e non dobbiamo necessariamente andare in campeggio per ricaricare le batterie. Abbiamo poi eliminato il WC chimico, che inizialmente avevamo, perché ci legava molto alla necessità di andare ogni due giorni a scaricarlo. Siamo passati a un WC compostabile. È un argomento abbastanza delicato sui social, perché viene molto criticato, però per noi è una comodità e ci permette di essere più indipendenti dai campeggi. Rimangono principalmente le acque grigie, per le quali è più facile trovare degli scarichi. Abbiamo anche una doccia con boiler. Non è enorme, naturalmente, ma rispetto al van piccolissimo che avevamo in Australia è tutta un’altra cosa. Lì avevamo una soluzione molto fai da te, con un boccione d’acqua sul tetto e una pompa. Ma era un altro clima: il boiler non serviva.
Com’è, nella pratica, vivere in due in pochi metri quadrati per settimane o mesi? Come gestite la quotidianità e anche i vostri momenti di privacy?
Noi lavoriamo entrambi dal camper e abbiamo trovato un’organizzazione che funziona. Dario continua a fare l’ingegnere informatico da remoto, mentre io gestisco le nostre pagine social e alcuni progetti legati al territorio da cui veniamo, nel Canavese e nelle Valli di Lanzo. Di solito dal lunedì al giovedì stiamo fermi in un posto e lavoriamo, mentre dal venerdì alla domenica ci spostiamo e andiamo a esplorare. Questo ci permette anche di vivere i luoghi con più calma. Per il resto, cuciniamo, facciamo la spesa e ci organizziamo normalmente, solo in uno spazio molto più piccolo. Il fatto di avere una cucina e una doccia ci rende molto più autonomi rispetto alle esperienze che avevamo fatto in passato.
Quali sono invece gli aspetti meno “instagrammabili” di questa vita?
Tante persone vedono il viaggio come una missione: bisogna arrivare a Capo Nord, possibilmente il più velocemente possibile, con un mezzo preciso. Noi, avendo la fortuna di lavorare dal camper, non abbiamo questa necessità. Preferiamo cercare posti meno turistici, meno presenti nelle classifiche e nelle ricerche online. Naturalmente, se un posto è turistico un motivo c’è e spesso è bellissimo, ma questo non significa che non esistano luoghi altrettanto belli fuori dalle rotte più conosciute. E poi bisogna ricordarsi che non è tutto “lago, fuocherello e marshmallow sul fuoco”. Sabato, per esempio, ci siamo dovuti fermare perché il camper aveva finito le pastiglie dei freni. Avevo preso ferie e quindi ho dovuto stare fermo. Sono cose che possono creare ansia e che sui social naturalmente non si vedono.
Quanto costa davvero vivere viaggiando in camper? Avete un budget?
Per il primo anno e mezzo di viaggio avevamo un budget giornaliero e cercavamo di stare molto attenti. Adesso non abbiamo una cifra prefissata al giorno: teniamo traccia di tutte le spese e a fine mese facciamo un conteggio, cercando eventualmente di aggiustare qualcosa nel mese successivo. Non siamo super rigidi, soprattutto perché vogliamo mangiare bene. Dopo aver viaggiato tanto zaino in spalla, quando mangi quello che trovi e quello che capita, ora apprezziamo molto la possibilità di cucinare e avere tutto a disposizione. Il fatto che lavoriamo entrambi dal camper ci permette inoltre di non dover fare una vita estremamente attenta dal punto di vista economico. Naturalmente ci sono carburante, spesa, manutenzione e tutte le altre spese legate al mezzo, ma con un po’ di organizzazione si può fare.
Prima del viaggio verso Capo Nord avete già attraversato moltissimi Paesi. Quali sono stati i viaggi che vi hanno lasciato di più?
A livello di esperienza direi sicuramente il Vietnam. Abbiamo affittato una moto per tre settimane e abbiamo girato il nord del Paese con lo zainetto. È stata un’esperienza molto pesante dal punto di vista fisico e mentale, ma quando ti guardi indietro ti rendi conto dei paesaggi che hai visto. Eravamo in zone dove normalmente, se non hai un mezzo tuo, non arrivi. A volte eravamo praticamente gli unici occidentali. Come luogo, invece, la Nuova Zelanda. Dal punto di vista naturalistico è incredibile: passi dai vulcani alle montagne, dai laghi al mare: ogni curva è pazzesca. È un po’ quello che speriamo di trovare anche in Norvegia.
Ora state attraversando la Scandinavia lentamente, verso Capo Nord. Com’è cambiato il viaggio entrando in Svezia?
Per ora la Svezia è bellissima. Siamo partiti da qui perché in Norvegia c’era tantissima gente e abbiamo incontrato persone che erano state prima lì e ci hanno raccontato di vere e proprie code. Questo rischia di togliere un po’ di magia al posto. Abbiamo quindi deciso di salire dalla Svezia, dove abbiamo incontrato comunque parecchi turisti ma non così tanti, e poi scendere lentamente verso la Norvegia quando farà un po’ più freddo, passando dalla Finlandia. La cosa che ci ha colpito di più della Svezia sono i laghi. Ci sono foreste, laghi, tantissimo verde. Ma soprattutto ci ha colpito il rapporto con la natura. Nei parchi naturali, durante il weekend, trovi tantissimi svedesi che fanno passeggiate, pescano, dormono in tenda o negli shelter. Ci sono strutture pubbliche dove puoi andare, accendere un fuoco e dormire gratuitamente. A volte trovi persino la legna già tagliata e pronta. È come se ci fosse un messaggio molto chiaro: “Staccatevi e andate nella natura, vivetevela”. È una cosa che secondo noi stiamo perdendo molto.
Uno degli aspetti più interessanti del viaggio sono gli incontri lungo la strada. Qual è la storia che vi è rimasta più impressa?
È difficile sceglierne una. Noi siamo abbastanza timidi e, soprattutto nel Sud-Est asiatico, viaggiando in coppia non è sempre facile legare con le persone. Abbiamo però incontrato altre coppie che avevano scelto di fare un’esperienza simile alla nostra. Una coppia, per esempio, gira ormai da cinque o sei anni. Lavora per un periodo, mette da parte dei risparmi e poi riparte, soprattutto verso il Sud-Est asiatico. Queste persone ci hanno fatto capire che, quando siamo partiti, forse ci sentivamo un po’ quelli strani che volevano fare qualcosa di diverso, ma in realtà esistono tante persone che hanno fatto la stessa scelta. Abbiamo conosciuto pochi italiani, mentre per francesi, olandesi e soprattutto australiani questo stile di vita è molto più normale: in Australia avevamo un coinquilino che era già al suo terzo viaggio di un anno. Lì è molto diffusa anche l’idea di avere una roulotte o un fuoristrada con una tenda per andare nei weekend nel nulla, accendere un fuoco e stare nella natura.
In Vietnam invece stavamo girando in moto e siamo andati a mangiare in un ristorante praticamente in mezzo al nulla. Succedeva spesso che le famiglie che gestivano questi ristoranti avessero dei figli e li mandassero a mangiare con noi per permettere loro di parlare un po’ di inglese. Così finivi la cena a parlare con un bambino di Cristiano Ronaldo e delle classiche domande: “What’s your name?”, “What’s your favourite colour?”: per loro era un’occasione per esercitarsi e per noi era bellissimo. Un altro episodio è successo in Sardegna. Siamo andati in un pastificio a comprare le sebadas, poi abbiamo pubblicato una storia dicendo che erano buonissime. Ci ha scritto il nipote della proprietaria, una nonna che le prepara ancora a mano. Era felicissima che ci fossero piaciute. Sono piccole cose, ma ti fanno anche scendere un po’ la lacrima. Un semplice riconoscimento può significare tantissimo.
Dopo tutto quello che avete vissuto, pensate che questa sia una parentesi della vostra vita o che il viaggio possa diventare davvero il vostro modo di vivere anche in futuro?
Sicuramente ci ha cambiato la prospettiva sul futuro. Io ero quello un po’ più restio, mentre Daniela era quella che spingeva maggiormente verso questa scelta. All’inizio sembra una cosa difficilissima, poi quando la fai ti rendi conto che non è così impossibile. Per noi era un’eccezione, perché vedevamo tutti quelli che facevano una cosa del genere come persone un po’ matte. Lo abbiamo vissuto anche con le nostre famiglie: soprattutto per Daniela, che era infermiera, lasciare tutto sembrava una cosa molto rischiosa. Io mi sono sempre detto una cosa: non voglio crescere e poi guardarmi indietro pensando “Avrei voluto fare quella cosa e non l’ho mai fatta”. Se ho questa idea in testa, voglio provarci. Quando inizi a viaggiare e incontri persone che hanno fatto scelte diverse, ti si apre un po’ la visione. Non significa che sarà tutto più facile, anzi, a volte ti mette ancora più in crisi perché vedi tante possibilità e pensi: “Mamma mia, e ora?”. Però bisogna anche riconoscere il privilegio di vivere in una parte del mondo in cui possiamo scegliere: possiamo prendere e partire. In alcuni Paesi sarebbe molto più difficile.
E cosa direste a chi sogna di mollare tutto ma continua a rimandare per paura di non avere abbastanza soldi o di non essere pronto?
Il primo passo è quello più difficile. Una volta fatto, ti rendi conto che non era così difficile e che tutto il resto viene dopo. Non significa che sia sempre tutto in discesa, però. Non è tutta una vacanza e non è tutto quello che sembra nelle foto. Bisogna avere spirito di adattamento e accettare che possano esserci problemi, imprevisti e giornate meno belle. Però i budget giornalieri si possono calcolare e ci si può organizzare: in qualche modo ce la si fa. Noi continueremo a farlo finché ci farà stare bene. Se un giorno diventerà un peso, smetteremo. E saremo capaci di prendere anche quella decisione.
Quali sono i vostri programmi per i prossimi viaggi?
Adesso vogliamo continuare a girare la Scandinavia con calma, fino a quando non inizierà a fare troppo freddo. Quello probabilmente sarà il momento in cui ci fermeremo. In inverno ci piacerebbe invece girare di più l’Italia. Abbiamo viaggiato tantissimo all’estero, ma ci siamo resi conto di non aver vissuto il nostro Paese con lo stesso spirito. Lo abbiamo capito soprattutto in Sardegna, dove siamo rimasti due mesi: viverla fuori stagione, senza tanta gente, è completamente diverso, è tutto più tranquillo, più lento.
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