Louis Vuitton vince contro il brand cinese Molly Tea per il logo copiato: nel Paese calano le vendite della Maison
Cosa hanno in comune una grande Maison del lusso come Louis Vuitton e una piccola azienda cinese chiamata Molly Tea? Il logo, a quanto pare. La Casa di Moda, infatti, ha portato la catena locale di negozi di tè in tribunale per violazione del marchio: un logo troppo simile a quello del colosso francese, famoso per il suo monogramma col fiore a quattro petali. A luglio, la legge ha dato ragione al colosso francese. Un tribunale della città orientale di Suzhou ha stabilito che effettivamente il logo dell'azienda violava il monogramma registrato di Louis Vuitton. Così, ha condannato al brand cinese di pagare alla Maison ben 10,3 milioni di yuan ( pari a1,5 milioni di dollari).
L'azienda ha annunciato che presenterà ricorso in appello. La difesa di Molly Tea ha puntato sul fatto che il disegno del fiore a quattro petali che caratterizza la Casa di Moda da 130 anni, derivi proprio da motivi risalenti all'antica Cina, in particolare al baoxianghua della dinastia Tang. Ha quindi accusato l'azienda francese di essersi appropriata di un motivo tradizionale appartenente a un altro Paese, a un'altra cultura, a un'altra storia. La sentenza ha evidenziato proprio questo problema, ben più ampio, che va oltre la diatriba Louis Vuitton – Molly Tea: una lacuna giuridica nella tutela del patrimonio e dei simboli antichi cinesi.
In Cina la vicenda ha avuto enorme risonanza. Infatti serpeggia un certo malcontento tra i cittadini e i potenziali acquirenti, dovuto all'appropriazione di una fetta di patrimonio cinese da parte di un marchio straniero. Nel Paese non è stata presa bene la condanna alla piccola azienda, "schiacciata" da un colosso: parliamo di un marchio che su Instagram ha appena 15.000 follower. È un piccolo un marchio locale e tanti ritengono che Louis Vuitton abbia intrapreso un'azione sproporzionata nei confronti di una realtà che non può assolutamente essere considerata concorrente né lontanamente alla pari.
Secondo il South China Morning Post, le notizie sul verdetto hanno raccolto circa 400 milioni di visualizzazioni su Weibo. Starebbe circolando anche un hashtag creato per dare sostegno e appoggio a Molly Tea, che avrebbe già superato i 30 milioni di contenuti. Tutto ciò sta facendo non pochi danni alla Casa di Moda. Quest'ultima si trova dunque a fronteggiare le polemiche e una grave crisi di brand reputation, proprio in uno dei suoi mercati più floridi e cruciali. L'accaduto, infatti, si sta riversando sulle vendite e quindi sui guadagni della Maison. Il tempo darà risposte, sugli effetti a lungo termine di questa crisi reputazionale. Come aveva detto a Fanpage.it il Reputation Manager Andrea Barchiesi, a proposito di un'altra crisi del mondo fashion: "Una crisi è probabilistica: non dipende dalla questione in sé, ma dipende molto dalla percezione della questione stessa".
Intanto, però, ci sono alcuni numeri. Secondo Jl Warren Capital (società di ricerca che monitora i marchi internazionali in Cina) le vendite in Cina sono diminuite di circa il 30% a luglio e del 20-25% ad agosto. È significativo, visto che ad agosto cade anche il Qixi Festival, il cosiddetto San Valentino cinese, notoriamente un'occasione per fare acquisti e regali. Sono solo stime basate sul monitoraggio delle boutique, non di dati ufficiali di vendita, ma fotografano comunque una crisi, un rallentamento, una minore domanda e meno acquisti. La Cina, tra l'altro, per il lusso è un mercato strategico fondamentale. Secondo Ubs, i consumatori cinesi rappresentano circa il 30% delle vendite complessive del gruppo Lvmh (a cui Louis Vuitton appartiene).