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Volandri protegge Sinner: “Non si lamenta mai, demonizzarlo non serve”

Ai microfoni di Fanpage.it Filippo Volandri, capitano non giocatore dell’Italia di Coppa Davis, ha parlato del momento magico di Sinner dopo la vittoria a Pechino, raccontando anche le difficoltà del suo ruolo che gli impone scelte importanti molte volte, come nel caso Fognini, oggetto di critiche.
A cura di Marco Beltrami
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Prima giocatore d'alto livello, poi direttore tecnico e capitano della Nazionale italiana di Davis. Filippo Volandri ha lasciato e sta lasciando un segno importante nel nostro tennis, proprio come faceva in campo con il suo eccezionale rovescio ad una mano.

Il classe 1981 di Livorno si è tolto numerose soddisfazioni in carriera raggiungendo la 25a posizione del ranking ATP e vincendo due titoli entrambi sulla terra rossa, una superficie a lui gradita. Memorabile l’exploit agli Internazionali di Roma nel 2007 quando raggiunse la semifinale battendo l’allora numero uno del mondo Roger Federer. Dopo il ritiro nel 2016, Volandri ha dato un contributo importante al movimento tennistico italiano in un'altra veste.

Dal 2016 ricopre infatti il ruolo di Direttore Tecnico Nazionale che gli permette di lavorare sulla formazione dei nuovi talenti. Nel 2021 poi l'incarico di capitano non giocatore della squadra italiana di Coppa Davis con cui ha raggiunto quarti e semifinali. In questa edizione contraddistinta anche dalle polemiche per il "caso Fognini", è riuscito a raggiungere i quarti dove affronterà l'Olanda.

Ai microfoni di Fanpage.it Filippo Volandri ha parlato sia del momento magico di Sinner, reduce dalla vittoria nelle scorse settimane a Pechino dopo le polemiche per l'assenza in Coppa Davis, che della sua esperienza da capitano. Un'avventura tutt'altro che semplice per lui che è chiamato a fare scelte importanti, che spesso dividono l'opinione pubblica e il mondo dei social.

Volandri a Roma dopo la vittoria su Roger Federer
Volandri a Roma dopo la vittoria su Roger Federer

Filippo, dopo le polemiche per l'assenza in Coppa Davis, Sinner ha messo tutti d'accordo vincendo a Pechino.
"Jannik è quello che ti dà il 100% di quello che ha quel giorno senza lamentarsi. Poi è ovvio che quando non è al 100% dell’integrità fisica, perché ha fastidi muscolari o di stomaco piuttosto che febbre, si vede ma non si lamenta, ed è questa la differenza con gli altri. L’anno scorso lui non era al 100% e lo sapevamo noi che eravamo a stretto contatto con lui. Andava in campo e non sembrava essere straripante fisicamente, il motivo c’era ma lui lo teneva per sé".

Adesso sono tutti sul carro del vincitore Sinner, ma come sono andate le cose quando c'è stato il forfait in Davis?
"Io e Jannik, così come con Vagnozzi e Umberto Ferrara, che è il suo preparatore atletico e ha allenato anche me, abbiamo un rapporto 365 giorni all’anno. Quello che ho detto è che non serve a nessuno demonizzare un nostro campione, a prescindere da chi sia e da che sport faccia. Non serve a lui, perché non lo fa sentire realmente parte di un gruppo, di una squadra, di una nazione, e non serve a noi parlarne eccessivamente. Non aiuta nessuno".

L'abbraccio con Sinner dopo la vittoria
L'abbraccio con Sinner dopo la vittoria

Dopo le ultime gioie c'è chi ha fatto paragoni o si è espresso su Sinner. Non pensi che certe volte sia meglio semplicemente godersi il risultato di questo campione italiano?
"Sicuramente, ma questo purtroppo fa parte di una cultura nostra. Io vado avanti per la mia strada dimostrando che c’è sempre un pensiero logico dietro le mie scelte, però per curiosità sono andato a leggere la stampa e i giornali spagnoli dopo la Davis, tralasciando quelli italiani, e lì non è successo niente. Alcaraz non è andato a giocare e non è successo niente, la Spagna non si è classificata in una manifestazione che organizza la fase finale e non è successo niente. David Ferrer esordisce da capitano, non passa il girone e non è successo niente. Questa è una roba molto nostra che io vorrei cambiasse e farò tutto quello che posso per cambiarla, ma sono una goccia nell’oceano. Però se le gocce diventano più di una magari riusciamo a raggiungere l’obiettivo".

Hai svelato che Sinner è stato costantemente vicino alla squadra durante la Coppa Davis, cosa vi diceva?
"Abbiamo una chat per la Davis, di cui lui ovviamente fa parte, e in più scriveva personalmente a me. Poi ognuno di noi è fatto in maniera diversa. Matteo Berrettini viene anche se non gioca perché sa che può aiutare noi e la Davis può aiutare lui".

Hai avuto modo di lavorare a stretto contatto con lui: dove può realmente arrivare Jannik?
"Può arrivare a giocare le stesse partite e battere gli stessi giocatori nei Masters 1000 e negli Slam. Sappiamo che sono tornei più complicati perché durano di più, perché si gioca tre su cinque e lui sa perfettamente che ha bisogno ancora di lavorare per arrivare  in alto, ma lo sta facendo e lo sta facendo alla velocità della luce. Quindi bravo lui e chi gli sta vicino".

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Tornando sulla Coppa Davis, il gruppo azzurro sembra comunque molto forte e compatto anche perché è un momento magico per il tennis maschile italiano.
"Il nostro spirito di squadra è piuttosto evidente, anche il modo di affrontare le difficoltà visto che ce ne sono spesso. Mi piace che da anni facciamo interviste e sono anni che sentiamo dire di affrontare il momento d’oro. Io faccio il direttore tecnico da sette anni e quindi questo mi inorgoglisce molto. Abbiamo una squadra forte e una rosa lunga, altrimenti con tutte le difficolta che abbiamo avuto tra infrazioni alle costole, stiramenti, tendiniti, problemi addominali, non saremmo arrivati terzi l’anno scorso e non avremmo passato il girone quest’anno".

Il tuo compito non è dei più facili alla luce dei tanti giocatori importanti.
"Certo, questo rende il mio lavoro molto complicato anche se alle volte non traspare. Ma è realmente difficile avendo una rosa di giocatori molto ampia, perché la mia logica non mi porta a schierare il numero uno e il numero due d’Italia come spesso succede ed è successo. Valuto le caratteristiche del giocatore, le superfici, l’avversario e poi mettiamo insieme tutto con la mia squadra che mi segue in questo. Si cerca così di schierare chi offre più garanzie, non è una legge matematica perché il tennis è tutt’altro che questo".

Le critiche però sono feroci, soprattutto sui social quando i risultati non arrivano.
"Ci stiamo avvicinando al calcio e questo è un lato positivo (in termini di popolarità, ndr). Oggi con i social ognuno può dire qualsiasi cosa, purtroppo, perché è una piaga il fatto che si possa scrivere pubblicamente senza assumersi le responsabilità. Fa parte del gioco e della società in cui viviamo, e dobbiamo avere per questo le spalle larghe. Difficile però, e arrivo alla mia esperienza degli ultimi due anni e mezzo, pensare e giudicare se non si hanno tutti gli elementi. Questi ce li ha solo chi fa parte della squadra a prescindere dal ruolo".

Da quando hai smesso di giocare ad oggi ne sono cambiate di cose, con i tennisti che devono fare i conti anche con i social.
"È cambiato tutto. A prescindere da quello che ti viene scritto e riguarda i giocatori. Ho smesso di giocare sette anni fa e spesso i giocatori denunciano quello che gli scrivono senza filtri, senza regole e senza rispetto. E che scrivono direttamente a te, sulla tua pagina. Non è positivo"

Hai mai pensato di essere stato d'esempio per tanti tennisti con i tuoi risultati, in un momento particolare del movimento maschile?
"I giocatori sono un esempio. L’era d’oro del tennis che stiamo vivendo non ce l’abbiamo grazie ai miei risultati, ma solamente grazie ai risultati di Matteo, Jannik, Musetti, e prima ancora di Cecchinato che ha fatto semifinale Slam e di Fabio (Fognini, ndr). I miei risultati hanno poco a che vedere con quello che sta succedendo ora. Però lo si è sempre un esempio, a prescindere da chi è arrivato dopo di me, e lo sono questi ragazzi di oggi, quelli che stanno arrivando come gli Arnaldi di turno e quelli che arriveranno dopo. Perché nonostante ci sembri sempre di aver raggiunto il massimo, ci miglioriamo continuamente anche in termini di numero di giocatori. Tuttavia la nostra, pur essendo una buona nazione, non ha nulla a che vedere con chi ha la potenza di fuoco data dall’avere uno Slam di casa che ti porta ad investire anche in maniera più importante".

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E proprio questa situazione forse rende ancor più inspiegabili le critiche.
"Scrivono quelli che vedono il bicchiere mezzo vuoto, mentre quelli che vedono il bicchiere mezzo pieno non scrivono. È un insieme di fattori enorme: ci sono gli investimenti, una federazione, il canale televisivo, un settore tecnico che ha rivoluzionato il modo di operare, la possibilità di dare wild card ogni settimana per Futures e Challenger per i nostri ragazzi. Ovviamente se i ragazzi non ce li hai non acceleri nulla, ma se ce li hai il sistema funziona".

Quanti anni di vita hai perso nell'ultima parentesi Davis iniziata con il caso Fognini e il flop col Canada?
"Non è stato sicuramente rilassante, ma stimolante sì. Questo a prescindere dal fatto di esserci qualificati, perché anche se non lo avessimo fatto sarebbe stato formativo. Ho iniziato due anni e mezzo fa con una squadra totalmente nuova. Aldilà di Fognini che ha giocato due partite negli ultimi due anni e mezzo e di Simone che spesso c’è ma spesso lo perdiamo per infortunio, tutti gli altri ragazzi sono esordienti e per questo ci vuole un po’ di tempo. Siamo comunque più avanti rispetto a quello che pensavo ci volesse per creare prima un gruppo, poi una squadra e poi, ovviamente, portare risultati. Ho avuto la squadra al completo due-tre volte su dodici partite e ciononostante abbiamo raggiunto un quarto di finale, una semifinale e ora siamo ancora in gara e ce la giochiamo".

Tornando sulla polemica con Fabio, quanto è stato difficile blindare il gruppo?
"Sono stati bravissimi. Non mi aspettavo il pre (riferito alle polemiche di Fognini, ndr) e non ci aspettavamo di perdere col Canada 3-0, così come poi siamo stati bravissimi nel ricompattarci ancora di più e vincere quella che era la sfida più difficile portando a casa la qualificazione. La Davis è così, i valori e le classifiche vengono appiattiti da una competizione in cui ci sono partite secche su superfici rapide indoor. Noi la polemica la facciamo sempre, però poi quando vinciamo è il ribaltamento della polemica. Ce l’abbiamo nel sangue, a priori".

Con Fognini la situazione è rimasta al post-Svezia, con le tue dichiarazioni perentorie, o è cambiato qualcosa?
"Metto sempre la Davis e la squadra davanti a me. Quindi io faccio sempre, o penso di fare, il bene della squadra. Questa è la differenza rispetto a quello che è successo. C’è chi mette se stesso prima della Davis e chi mette la Davis davanti a sé. Io vado avanti per la mia strada, la Davis rimane ed è più grande dei giocatori. Di conseguenza si cerca sempre di fare il meglio per la competizione e per la nazionale".

Puoi spiegarci nel dettaglio cosa comporta il tuo lavoro di capitano di Davis e se è più una questione tecnica o psicologica?
"Non sono l’allenatore dei ragazzi. Raramente vado in panchina quando giocano, io li prendo sotto la mia responsabilità tre settimane all’anno, quindi pensare di fare un lavoro tecnico è impossibile. Il lavoro degli allenatori dura tutto l’anno ed ecco perché loro sono sempre i benvenuti in Davis. Non sono io che posso cambiare le loro routine o qualcosa di tecnico in tre settimane, ecco perché c’è un rapporto quotidiano con condivisioni di idee che vengono più o meno portate avanti. Io poi ho un incarico manageriale, motivazionale, tecnico, ma sempre in accordo con gli allenatori durante le settimane di Davis. Non è che viene Sinner in Davis e gli cambio un gesto tecnico".

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E durante i match come intervieni?
"Le partite vengono preparate da me e dall’allenatore insieme al giocatore. Prepariamo anche gli allenamenti tutti insieme. Poi è ovvio che durante la partita quello che vedo io lo riporto al giocatore in quel momento".

Per la sfida contro l'Olanda l'Italia potrà fare affidamento anche su Berrettini?
"Con l’Olanda una bella sfida. Speriamo che Matteo ci sia, ma manca ancora un sacco di tempo e le convocazioni fatte un mese prima sono totalmente inutili. In un mese con tornei importanti nel mezzo può cambiare tutto e io sono contrario".

Cosa c'è dopo l'avventura di direttore tecnico e di capitano della Davis? Ti piacerebbe in futuro magari allenare un giocatore in particolare?
"Sì e no, nel senso che sono felicissimo di avere il ruolo che ho perché l’ho scelto e sono contento di portarlo avanti. Quando accetto qualcosa la porto avanti per tutta la vita, anche se so che le cose cambiano e non mi aspetto di restare 20 anni sulla panchina dell’Italia. Sono molto fiero di quello che sto facendo e al momento non valuto altro".

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