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Simone Vagnozzi ricorda il primo dialogo con Sinner: “Speravo non mi dicesse che era contento. Così fu”

Simone Vagnozzi ricorda bene cosa gli disse Jannik Sinner nel loro primo colloquio dopo che era diventato suo coach nel 2022: “Lo speravo”.
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Simone Vagnozzi ricorda bene il momento in cui la sua vita cambiò, senza nulla voler togliere alla carriera da tennista del 43enne marchigiano, issatosi fino al numero 74 al mondo nel 2011, e anche a quella da coach, che prima di unirsi a Jannik Sinner aveva portato Marco Cecchinato alla semifinale del Roland Garros nel 2018. E tuttavia è innegabile che c'è un prima e un dopo il febbraio del 2022, quando Vagnozzi prese il posto di Riccardo Piatti come allenatore di Sinner.

Come è nato il rapporto di coaching tra Simone Vagnozzi e Jannik Sinner: era il 2022

Simone già conosceva Jannik, in precedenza c'era stata qualche collaborazione in modo saltuario, ma fu con l'addio al suo mentore Piatti – abbastanza sorprendente all'epoca – che Sinner scelse di farsi seguire a tempo pieno da Vagnozzi. Il punto di contatto tra i due fu Alex Vittur, storico amico-manager dell'altoatesino: "Il suo manager è il mio testimone di nozze, ci conosciamo da una vita. Fu Vittur a chiamarmi per allenarlo dopo la separazione da Piatti. Mi misero in prova ma, evidentemente, ha funzionato".

Simone Vagnozzi e Jannik Sinner in allenamento
Simone Vagnozzi e Jannik Sinner in allenamento

Quattro anni dopo, il ricordo del primo colloquio con Sinner è vivissimo nella mente di Vagnozzi, che capì subito che tra loro era scattato il feeling che poi si sarebbe tradotto nella scalata impetuosa alla vetta della classifica: "Speravo non mi dicesse che era contento di essere il numero 10 del mondo – ricorda al Corsera – E così fu. Voleva diventare il numero uno. Lui in quel momento faticava con Nadal, Djokovic, Tsitsipas. Per diventare leader bisognava migliorare tante cose. Era già fortissimo, ma bisognava potenziare il lato fisico e muscolare, lavorare sull'aspetto mentale. Se ripenso a Jannik di cinque anni fa, quando abbiamo iniziato, oggi lo vedo completamente diverso".

La grande chimica tra i due fin dal primo momento: da lì lavoro e lavoro, fino ad arrivare al numero uno

La chimica tra i due fu evidente fin dai primi allenamenti assieme: quello che Jannik percepiva in campo coincideva perfettamente con le letture che Simone faceva da fuori. Da allora, grazie anche all'ingresso nel team dell'altro coach Darren Cahill nell'estate del 2022, Sinner non ha mai smesso di lavorare per migliorare, implementando ogni aspetto del suo gioco: dal servizio alla smorzata, dalle discese a rete ai colpi slice, insomma arricchendo di mese in mese, di anno in anno, tutto l'arsenale a sua disposizione, facendo delle variazioni di ritmo e soluzioni un'arma devastante per gli avversari in aggiunta al suo martellamento coi colpi di rimbalzo da fondo campo.

L'abbraccio di Sinner con Vagnozzi e Cahill dopo aver vinto le ATP Finals nel 2025
L'abbraccio di Sinner con Vagnozzi e Cahill dopo aver vinto le ATP Finals nel 2025

L'attitudine al lavoro di Sinner è ormai leggendaria quanto già lo è la sua carriera, con cinque Slam vinti e 82 settimane da numero uno (ma già è sicuro che arriverà a 88 allo US Open di settembre). "Sì, è davvero pauroso – conferma Vagnozzi – Forse in cinque anni avrò dovuto motivarlo due o tre volte. Lui è sempre il primo che vuole sacrificarsi per migliorare ed è molto bravo ad ascoltare. Non lo abita la presunzione che avrebbe il diritto di avere. Anche se lo prendi a muso duro dopo una partita, lui il giorno dopo ci pensa, reagisce e accetta quello che gli hai detto. La sua più grande qualità è volere al fianco persone che gli dicano quello che lui non vuole sentirsi dire".

Il peso di Vagnozzi nell'ultimo salto di Sinner: è l'ingegnere che ha trasformato il lavoro sul campo nell'eccellenza

Un compito non facile: Vagnozzi e Cahill in questi quattro anni non si sono mai tirati indietro, costruendo una macchina perfetta che va oltre il colpire una pallina con una racchetta. E senza nulla togliere all'australiano, così come alle fondamenta messe da Piatti, la verità è che Simone è stato l'ingegnere senza cui Jannik Sinner non sarebbe mai diventato il dominatore assoluto del tennis mondiale. Quando il 24enne di San Candido lo ha scelto a inizio 2022, la sua era una scommessa clamorosa e rischiosa: salutare un guru del tennis per affidarsi a un giovane coach italiano privo di blasone internazionale.

È stata un'operazione che ha funzionato clamorosamente. Se Cahill ha immesso la mentalità vincente di chi aveva allenato gente come Hewitt e Agassi portandola al numero uno, Vagnozzi ha fornito le armi sul campo, arricchendo la fame di imparare di Sinner con un lavoro incessante, smontando e ricostruendo tassello dopo tassello il servizio, la palla corta, le discese a rete del campione azzurro. Siamo a 82 settimane da numero uno e il tassametro corre.

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