Fabio Colangelo: “Arnaldi al Roland Garros sbatteva contro gli armadietti. I complotti mi fanno ridere”

Il tennis italiano sta vivendo un'età dell'oro senza precedenti, ma dietro i successi da copertina si nasconde un microcosmo fatto di equilibri delicati, sbalzi climatici improvvisi e una gestione fisica ed emotiva logorante. Tutti aspetti di cui tenere conto se si vuole restare al top, ma anche per poter competere senza il rischio di un crollo. Nessuno lo sa meglio di Fabio Colangelo: ex tennista, apprezzatissimo commentatore di Sky Sport (per cui continuerà a lavorare durante Wimbledon) e, soprattutto, coach di Matteo Arnaldi, uno degli "alfieri" della nuova generazione azzurra.
Reduce dalle grandi emozioni del Roland Garros, dove un'incredibile cavalcata si è interrotta sul più bello a causa di un violento virus intestinale, il team di Arnaldi è già proiettato sul "tempio" di Wimbledon. Ai nostri microfoni, Colangelo ha analizzato a mente fredda lo straordinario cammino di Parigi, smontando con fermezza le bizzarre e assurde teorie dei "leoni da tastiera" sul ritiro del suo assistito e svelando la reale entità del problema di salute che ha colpito Matteo. Un'occasione anche per soffermarsi sul malessere accusato da Jannik Sinner. Dal non semplice passaggio tecnico sulla complicatissima erba londinese fino alla straordinaria empatia che unisce il gruppo Italia, ecco il racconto sobrio ed efficace del tecnico milanese alla vigilia dello Slam più prestigioso del mondo.
Fabio dopo il Roland Garros è stata più la gioia per una cavalcata così straordinaria di Matteo, oppure la delusione e l'amarezza per un epilogo così beffardo?
"No, assolutamente la gioia. Senza il minimo dubbio. Io sono una persona che, in generale, cerca sempre di guardare il lato positivo delle cose, di vedere quello che c'è di buono. E in questo caso ancora di più".

Infatti ti abbiamo visto spesso molto emozionato, anche in tribuna. Penso soprattutto alla partita con Tiafoe, si percepiva chiaramente.
"Sì, quella è stata una partita davvero speciale per come si è sviluppata. Sembrava praticamente persa e invece Flavio è riuscito a ribaltarla. Il livello di tennis espresso da entrambi è stato altissimo e anche il finale è stato incredibile. Quella è stata sicuramente una delle emozioni più forti. Ma, più in generale, ero felicissimo per lui. Quando ho iniziato a lavorare con Matteo ho trovato un ragazzo che stava vivendo un momento di grande difficoltà. Non riusciva più a esprimersi, non stava bene in campo e faceva fatica a ritrovare serenità. Rivederlo felice su un campo da tennis è stata la soddisfazione più grande".
Adesso come sta? Ci sono stati strascichi o particolari attenzioni dopo quello che è successo? Nella conferenza stampa di Eastbourne ha detto che non è stato ben chiaro come abbia contratto quel virus.
"È stato male, come può succedere a tutti. Ha avuto un classico problema intestinale. Per tre o quattro giorni è stato davvero poco bene. Aveva problemi di stomaco, mangiava pochissimo e ovviamente ha perso anche un po' di peso. Poi, con calma, ha iniziato a stare meglio, ha ripreso a mangiare e gradualmente è tornato ad allenarsi. Direi che è stata una normale influenza intestinale, come può capitare a chiunque. È chiaro che a Eastbourne non poteva essere al cento per cento. Probabilmente il fatto di aver giocato così tante ore a Parigi aveva anche debilitato un po' l'organismo e questo non lo ha aiutato a contrastare il virus. Ma, da quel punto di vista, non ci sono particolari preoccupazioni".

Immagino che adesso il lavoro più delicato sia stato proprio il passaggio dalla terra all'erba. Quali sono le principali difficoltà da affrontare in sede di preparazione?
"Nello specifico l'erba è una superficie complicatissima. Prima di tutto perché praticamente non ci si gioca mai durante l'anno. Si disputa solo questo mese della stagione, non ci si allena quasi mai sopra e questo, ovviamente, rende tutto più difficile. È una superficie talmente particolare che è normale incontrare delle difficoltà. Si gioca proprio sull'erba, una superficie naturale, servono scarpe specifiche perché altrimenti non si riesce nemmeno a stare in piedi. Anche il modo di muoversi cambia completamente. Negli ultimi anni abbiamo visto qualche scambio in più rispetto al passato, però a volte sembra quasi di muoversi sulle uova. La differenza principale sta nei rimbalzi. La palla salta pochissimo e quindi bisogna adattarsi prima di tutto a un modo diverso di spostarsi. È una cosa che vale anche passando dalla terra al cemento e viceversa, ma sull'erba è ancora più evidente. Cambiano completamente anche i rimbalzi e il modo di giocare".
Si parla ultimamente di "erba battuta", quanto è cambiato l'approccio a questo tipo di superficie?
"Non è più l'erba di vent'anni fa, quando senza serve and volley praticamente non si poteva competere, però resta comunque una superficie dove gli scambi sono più brevi, il servizio è determinante e anche il modo di rispondere deve essere completamente diverso rispetto alla terra battuta o al cemento. Ci sono davvero tantissimi aspetti sui quali lavorare per adattarsi il più rapidamente possibile a una superficie tanto speciale quanto diversa".
Ma un giocatore fisico ed elastico come Arnaldi ha più difficoltà di altri sull'erba?
"Ogni giocatore ha superfici che si adattano meglio o peggio alle proprie caratteristiche. Nel caso di Matteo c'è un aspetto molto chiaro. Uno dei colpi su cui dovremo lavorare tanto è il servizio, perché sappiamo che, almeno in questo momento, non rappresenta ancora la sua arma principale. E siccome sull'erba il servizio è probabilmente il colpo più importante, partire senza avere un'arma dominante in quella situazione significa inevitabilmente partire con un piccolo svantaggio. Dall'altra parte, però, Matteo è un grandissimo ribattitore, e anche questa sull'erba è una qualità importante. È chiaro però che, se dall'altra parte trovi un giocatore che serve benissimo, per quanto tu possa rispondere bene, spesso la palla non riesci nemmeno a toccarla. Per questo motivo, su questa superficie il servizio continua a essere il colpo decisivo. Poi ci sono altri aspetti su cui lavoreremo sicuramente. Per me Matteo può imparare a prendere la rete con maggiore frequenza, a sviluppare schemi più offensivi e a sfruttare meglio quella zona del campo".
Adesso potrebbe sfruttare anche la scia dell'entusiasmo di Parigi?
"Sono tutte cose che richiedono tempo. E nelle ultime settimane, fortunatamente per i risultati ottenuti, ma inevitabilmente a discapito del lavoro, non abbiamo avuto molto tempo per allenarci. La buona notizia è che Matteo è ancora giovane. Ci sarà tutto il tempo per renderlo un giocatore sempre più efficace anche sull'erba. Del resto è lui stesso a dire che, fino a oggi, in carriera aveva vinto una sola partita in un tabellone principale su questa superficie. I risultati, finora, raccontano abbastanza chiaramente la situazione".
Nella sfortuna dell'epilogo del Roland Garros, mi è piaciuto anche il clima e l'empatia con il resto del gruppo azzurro e in particolare con Cobolli.
"Sì, assolutamente. Quello che si vede è esattamente quello che c'è nella realtà. I ragazzi si vogliono davvero bene. Si rispettano tantissimo. Poi è chiaro che, come in tutti i gruppi, essendo tanti, ci sono persone con cui magari condividi un po' più di tempo rispetto ad altre. Ma non perché ci siano rapporti migliori o peggiori, semplicemente per una serie infinita di motivi. Il rispetto e la stima reciproca sono davvero molto forti. La cosa più bella di Parigi è stata vedere Flavio, Matteo e gli altri andare avanti insieme nel torneo. Essendo nella stessa parte di tabellone, giocavano tutti lo stesso giorno. Vinceva uno, poi entrava in campo l'altro e vinceva anche lui. È stato davvero bello vivere questa specie di effetto domino. Mi ha colpito molto anche l'interazione tra i due Matteo".
Loro praticamente giocavano sempre insieme essendo dalla stessa parte di tabellone.
"Berrettini aveva appena vinto gli ottavi contro Shelton e, subito dopo, è entrato in campo Arnaldi. Vederli insieme prima dell'inizio della partita è stato un momento molto bello. C'è davvero un clima positivo. Anche tra noi dei vari team c'è un ottimo rapporto. Ci conosciamo praticamente tutti da anni, sia gli allenatori sia chi lavora intorno ai giocatori. E sarebbe stato davvero bellissimo vedere una semifinale tutta italiana. La cosa che mi dispiace di più è proprio questa: i quarti di finale non si sono conclusi come avrebbero dovuto per l'infortunio di Matteo e quella semifinale storica non si è potuta giocare. Questo lascia un po' di amaro in bocca. Però il tennis è anche questo. Ci sono gli infortuni, le malattie, i virus. Bisogna accettarlo".
Dopo il ritiro di Sinner al Roland Garros, avete sentito una responsabilità maggiore? Magari uno spostamento dell'attenzione mediatica su di voi oppure siete andati avanti senza pensarci?
"No, sinceramente no. Anzi, ti direi l'esatto contrario. Paradossalmente tutta l'attenzione si è concentrata ancora di più su Jannik, proprio per il modo in cui è uscito dal torneo. La pressione maggiore, secondo me, l'ha avvertita lui. Noi, così come credo anche gli altri team italiani, eravamo semplicemente concentrati sulle nostre partite e sul nostro percorso. C'era il nostro torneo da giocare. Nulla di più. Ovviamente ci è dispiaciuto tantissimo vedere Jannik stare male. Anche perché, se ci pensi, alla fine tre italiani sono usciti dal torneo per problemi fisici o di salute. È andata così. Ma, più che sentire una responsabilità diversa, abbiamo provato soltanto dispiacere nel vedere un altro bravissimo ragazzo, a cui tutti vogliono bene, perdere una partita per motivi di salute. Quello è stato il sentimento predominante".
A proposito di motivi di salute si è scatenato un po' uno psicodramma sulle condizioni di Sinner dopo il Roland Garros. Giusto sottoporsi a controlli per questi ragazzi che comunque restano umani. Non credi che spesso si esageri nel vederli come cyborg?
"L'unica cosa che ho cercato di sottolineare, senza voler dare spiegazioni assolute, è un aspetto che secondo me è passato un po' inosservato. È chiaro che in Italia il tema Sinner è quello che attira più attenzione. Però il clima che abbiamo trovato durante quella prima settimana a Parigi è stato davvero particolare. Questi ragazzi sono abituatissimi a giocare con il caldo. Vanno in Australia a gennaio e si muore di caldo. Vanno negli Stati Uniti d'estate e si muore di caldo. L'anno scorso faceva un caldo incredibile anche in Cina. Però non sono abituati a trovare temperature del genere in questo periodo della stagione. Ad aprile e maggio si gioca in Europa. A Roma, quest'anno, faceva tutto tranne che caldo. Poi siamo arrivati a Parigi e ci siamo trovati davanti un caldo anomalo perfino per Parigi. L'organismo normalmente si adatta quando sai che andrai a giocare in Australia o negli Stati Uniti. Arrivi qualche giorno prima, fai tornei di preparazione, hai il tempo di acclimatarti. Questa volta invece no".

Questo ha provocato praticamente uno shock?
"Siamo arrivati e da un giorno all'altro è cambiato completamente tutto. Mi ricordo che ci raccontavano che fino al giorno prima la gente seguiva le qualificazioni con giacca, cappuccio e sciarpa. Da quando siamo arrivati noi, invece, sembrava piena estate. È stato uno sbalzo enorme. E secondo me questo ha creato difficoltà a tutti, non soltanto a Jannik. Il problema è che Sinner ci ha abituati a fare cose fuori dal normale. Per questo, quando un giorno lo vedi stare male come può succedere a qualsiasi persona, quasi non ci credi. Poi che sia stato il caldo, una notte in cui ha dormito male, un pasto digerito peggio o altro, questo non lo so. Però capita a tutti. Se una notte dormi male, oppure mangi poco o hai lo stomaco sottosopra, il giorno dopo non puoi essere al cento per cento. Lui è talmente forte che normalmente queste situazioni riesce a gestirle e magari vince comunque. Questa volta, semplicemente, il problema è stato più importante. Ed è qualcosa che può succedere. Lo stesso discorso vale per Arnaldi".
Eppure qualcuno è riuscito anche a lamentarsi della sua mancata presenza in campo.
"Tanti mi hanno chiesto: "Ma come ha fatto a non entrare nemmeno in campo per una semifinale Slam?". Io rispondo sempre con una domanda. Chiunque abbia avuto un'influenza intestinale sa perfettamente cosa significa. Quando passi la giornata in bagno, non hai energie, qualsiasi cosa mangi la rimetti fuori dopo pochi minuti, hai mal di schiena e fai fatica perfino a stare in piedi… Come puoi pensare di affrontare una partita di tennis che può durare quattro ore, correndo continuamente da una parte all'altra del campo?".
Cosa avete pensato quando avete letto che qualcuno addirittura tirava fuori teorie strane sul suo ritiro, pro-Cobolli?
"No, no. I leoni da tastiera, quelli con il nickname e senza nemmeno il coraggio di mettere nome e cognome, fanno soltanto ridere. Diverso è quando magari a stupirsi è qualcuno che dovrebbe conoscere un po' meglio questo mondo. Non mi fa arrabbiare, ma mi lascia perplesso. Perché sembra quasi che non abbia mai avuto un'influenza intestinale. L'abbiamo avuta tutti. E sappiamo tutti quanto possa debilitarti. Magari dura un giorno, magari due. Nel caso di Matteo è durata tre o quattro giorni. Ma anche soltanto nel giorno peggiore non riesci a stare in piedi. Noi eravamo negli spogliatoi, stavamo decidendo cosa fare prima della partita. A un certo punto lui si è alzato e ha rischiato di andare a sbattere contro gli armadietti perché non riusciva nemmeno a camminare dritto. Come si può pensare di giocare una semifinale Slam di quattro ore in quelle condizioni? E poi, cosa avrebbe dovuto fare? Entrare in campo, fare la foto, quattro palleggi, quattro servizi e ritirarsi sul 4-1?".

Impossibile pensare di giocare così, è follia.
"Anche i medici del Roland Garros, che pure avevano tutto l'interesse a far disputare quella partita, gli hanno detto chiaramente che, andando in campo in quelle condizioni di disidratazione, avrebbe rischiato seriamente di procurarsi uno strappo o un altro infortunio muscolare importante. Gli hanno detto: "La decisione è tua, ma il rischio è concreto." Per questo, quando poi leggi teorie secondo cui ci saremmo messi d'accordo, per combine, o altre assurdità del genere, sinceramente viene solo da sorridere. Le accuse che abbiamo letto anche noi".
D'altronde tutti hanno avuto problemi simili, quindi è davvero assurdo.
"Perché si dovrebbe sapere perfettamente che un'influenza intestinale ti svuota completamente. Se hai la febbre magari prendi una Tachipirina e stringi i denti. Ma qui il problema è diverso. Il corpo ha bisogno di nutrirsi, di assorbire liquidi, di reintegrarsi. Se non riesci a mangiare, se qualsiasi cosa ingerisci la rimetti fuori dopo pochi minuti, semplicemente non hai l'energia necessaria per affrontare una partita di quel livello. Ed è una cosa che dovrebbe essere evidente a chiunque anche a chi abbia praticato sport".
Ti sentiremo anche a Wimbledon in sede di commento per Sky che detiene i diritti TV del torneo in esclusiva?
"Rispetto agli ultimi mesi il mio impegno televisivo, inevitabilmente, si è ridotto. Per Wimbledon, però, succederà una cosa molto bella. Sky mi ha dato la possibilità di restare qui e questo mi permetterà di fare entrambe le cose. Seguirò Matteo e, allo stesso tempo, commenterò alcune partite direttamente da Wimbledon. Mi verranno incontro anche con l'assegnazione degli incontri e questo mi fa davvero molto piacere. In generale, come già accadeva quando lavoravo con Lorenzo, dovrò diminuire la mia presenza su Sky, ma non smetterò del tutto. Perché mi piace. Perché mi diverte. E anche perché, da allenatore, commentare il tennis è estremamente formativo. Quando sai che devi raccontare una partita in televisione la osservi con un'attenzione completamente diversa. Cerchi dettagli, situazioni tattiche, dinamiche che magari da semplice spettatore ti sfuggirebbero. Se sei sul divano ti distrai, guardi il telefono, ti parla tuo figlio, succedono mille cose. Quando invece sei in telecronaca devi cogliere tutto. E questo, indirettamente, aiuta anche il mio lavoro di allenatore".