Corrado Barazzutti: “Sinner a Wimbledon, è sempre la stessa storia. Alcaraz è un oggetto misterioso”

Quando Corrado Barazzutti parla di tennis, ci si ferma ad ascoltare. Icona dell'Italia che vinse la storica Davis del '76 ed ex Capitano azzurro per quasi vent'anni, Barazzutti appartiene a quella rara categoria di addetti ai lavori che va sempre dritto al punto, in modo chiaro e con una visione totale delle cose, di campo e non. A pochi giorni dalla conclusione di un Wimbledon 2026 che ha consacrato per la seconda volta consecutiva Jannik Sinner re di Londra, lo abbiamo intervistato ai microfoni di Fanpage.it per fare il punto della situazione. Una chiacchierata a tutto campo sui temi più caldi del momento: dalla supremazia del numero uno del mondo alla gestione fisica dopo i problemi del Roland Garros, fino alle note dolenti legate ai troppi infortuni di Lorenzo Musetti e al "mistero" che avvolge l'infortunio al polso di Carlos Alcaraz. Senza dimenticare un dogma tennistico a cui magari farà riferimento anche Sinner in ottica di programmazione dei prossimi impegni: "Alla fine, a fare la storia sono soltanto gli Slam".
Corrado, c'è stato un momento della finale di Wimbledon in cui hai pensato che Zverev avrebbe potuto vincere?
"L'avevo detto già uno o due giorni prima: secondo me sarebbe stata una finale a senso unico, con Sinner vincitore. Insomma, l'ennesima vittoria contro Zverev, perché mi sembra che non abbia praticamente mai perso nelle ultime partite contro di lui. E non si è trattato solo di sconfitte: in diverse occasioni sono arrivate anche delle vere e proprie lezioni. Per questo non ho mai avuto la sensazione che potesse esserci una sorpresa. Continuo a pensare che, in questo momento, l'unico giocatore realmente sul livello di Sinner sia Alcaraz. Tutti gli altri sono un gradino sotto, c'è un divario netto".
Eppure Sascha forse galvanizzato dal trionfo al Roland Garros per quasi due set ha martellato Jannik.
"Zverev è sicuramente un campione e non voglio assolutamente sminuire la sua forza né i risultati che ha ottenuto, che sono molto importanti, compresa la vittoria di uno Slam. Però, quando si arriva al livello dei migliori, secondo me resta comunque un gradino sotto. Non c'è niente da fare. Sinner avrebbe vinto comunque questa finale".

Niente di nuovo sotto il sole dunque per un Sinner che come l'anno scorso ha trasformato la delusione di Parigi in una gioia immensa.
"Parliamo di un Sinner che arrivava da Parigi, dove aveva avuto quel problema, si era sottoposto ad accertamenti, era rimasto anche fermo e si era presentato a Wimbledon senza giocare tornei intermedi. Credo quindi che fosse nelle condizioni peggiori possibili per affrontare un torneo importante come Wimbledon e riuscire addirittura a vincerlo. Eppure ci è riuscito, e secondo me lo ha fatto anche esprimendo un livello di gioco particolarmente alto. È proprio questo l'aspetto che, a mio avviso, evidenzia la grande differenza che oggi c'è tra lui e tutti gli altri: è arrivato a Wimbledon in una situazione tutt'altro che ideale e, nonostante tutto, ha vinto il torneo".
C'era molto scetticismo infatti per le condizioni in cui Sinner arrivava a Wimbledon, lui comunque ha dato un'ulteriore dimostrazione di forza non credi?
"Pur arrivando, secondo me, in condizioni non ideali per affrontare un torneo come Wimbledon, alla fine Sinner riesce sempre a portare a casa il risultato. A volte è costretto a lottare, come è successo anche in questa occasione, ma nei momenti decisivi trova sempre il modo di vincere. Ed è proprio questo l'indicatore dei giocatori nettamente più forti: la capacità di gestire al meglio le situazioni delicate, soprattutto dal punto di vista emotivo. È lì che emerge la differenza, la forza di un giocatore che appartiene a un'altra categoria".
Ma hai visto anche tu un Sinner diverso dopo Parigi? Ti è sembrato più attento nella gestione delle energie?
"A dire il vero, secondo me in questa finale Sinner non ha nemmeno espresso il suo miglior tennis. L'ho visto giocare molto meglio, soprattutto sull'erba, che ormai è una delle sue superfici preferite. Va però riconosciuto anche il merito di Zverev, che è entrato in campo con grandissima determinazione. Ha servito molto bene, ha spinto tanto ed è stato molto più aggressivo del solito, proprio per impedire a Sinner di sviluppare il suo gioco. Poi, però, è successo quello che spesso accade: dopo due set molto equilibrati, nel terzo e nel quarto è calato leggermente. E proprio nei momenti più importanti è venuto meno quello che dovrebbe essere uno dei suoi colpi migliori, il dritto. È mancato, come gli è capitato altre volte. Alla fine, quindi, Sinner ha conquistato questo Wimbledon. Al di là della qualità della sua prestazione, resta il fatto che si trattava pur sempre di una finale contro un avversario molto agguerrito. Sinner, però, l'ha gestita benissimo: nei momenti difficili ha saputo contenere uno Zverev scatenato e, non appena l'avversario ha aperto un piccolo varco, lo ha travolto, chiudendo la partita. Insomma, alla fine è sempre la stessa storia".

Ma tu Corrado in fin dei conti che Sinner hai visto, dall’inizio alla fine del torneo? Siamo sempre abituati troppo bene con lui.
“Obiettivamente io ho visto un Sinner meno brillante del solito. Per quello che ho visto io, naturalmente. L'ho visto giocare tantissime volte e, in alcune occasioni, ha espresso un tennis davvero stratosferico. Secondo me, però, questo Wimbledon lo ha affrontato soprattutto gestendo una serie di situazioni. La prima era legata a quello che gli era successo a Parigi. Poi c'è stato il periodo di stop che, a mio avviso, è stato necessario. Infine è arrivato a Wimbledon senza disputare tornei intermedi, quindi preparandosi soltanto con gli allenamenti e avendo avuto poco contatto con l'erba. Per questo credo che Sinner e tutto il suo team siano stati bravissimi. Sono riusciti a portarlo nelle condizioni di giocare bene Wimbledon e, soprattutto, di gestire il torneo nel modo migliore”.
C’è stato un cambio di marcia poi o un crescendo?
"Ripenso alla splendida semifinale contro Djokovic, una partita importantissima. Non dico la più importante, perché la finale resta sempre la finale, ma sicuramente una sfida di enorme valore, anche perché Djokovic voleva a tutti i costi vincere un altro Slam. È proprio in questo che Sinner è stato eccezionale: ha saputo gestire una situazione piena di punti interrogativi. Lo ha detto lui stesso: hanno fatto dei cambiamenti, hanno capito cosa non stava funzionando, anche se nessuno può escludere che certi problemi possano ripresentarsi. Vedremo. Per questo motivo dico che sono stati bravissimi. Sinner è stato bravissimo perché è riuscito a vincere Wimbledon pur non essendo, secondo me, nelle condizioni ideali sotto tutti i punti di vista".
E ora che succede? Si parla tanto della programmazione e del sogno di vincere tutti i Masters 1000 in questa stagione, ma secondo te quanto può essere importante alla fine come stimolo per Sinner?
"Alla fine di una carriera, io credo che l'unica cosa che conti davvero per un giocatore, soprattutto per campioni di quel livello, siano gli Slam. Anche nel mio caso. Sono stato un buon giocatore, ma se guardo alla mia carriera, le cose che contano davvero e che la gente ancora ricorda sono le due semifinali raggiunte negli Slam. Mi raccontava una volta Wojciech Fibak, il giocatore polacco, che aveva avuto più o meno la mia stessa classifica: eravamo a Flushing Meadows e alcune persone si avvicinavano a chiedermi un autografo ricordandosi della mia semifinale contro Connors. Lui mi disse: Vedi, Corrado, la differenza? Anch'io sono stato numero 7 del mondo come te, ma di me non si ricorda nessuno. Sai perché? Perché gli unici tornei che alla fine contano davvero sono gli Slam".
Insomma gli Slam e quindi gli US Open hanno la priorità e bisogna arrivarci nel migliore dei modi.
"Non so se per qualcuno possano avere più valore i Masters 1000, ma credo che, alla fine, quando ricordiamo giocatori come Djokovic, Nadal o Sampras, li ricordiamo soprattutto per gli Slam che hanno vinto. Poi certo, vengono anche tutti gli altri record: il numero di partite vinte, le settimane da numero uno, i Masters 1000 conquistati, i titoli ATP 250, e così via. Ma alla fine sono gli Slam quelli che fanno davvero la differenza. Poi c'è la Coppa Davis, che forse in passato aveva ancora più prestigio di oggi, e credo che anche le Olimpiadi stiano assumendo un'importanza sempre maggiore. Ma per un tennista, seguendo la tradizione di questo sport, gli Slam restano il punto di riferimento assoluto. Di Nole ricorderemo certamente tantissime cose, la medaglia olimpica, tutti gli altri successi, ma quando ci si chiederà chi è stato il più forte, il primo dato che verrà preso in considerazione sarà sempre lo stesso: quanti Slam ha vinto".
La tua collaborazione con Musetti è ormai finita da un po’, è un vero peccato che non possa competere e debba fare i conti con questi infortuni in una stagione pesantemente condizionata.
“La mia collaborazione con lui è terminata l'anno scorso. Successivamente ha scelto come allenatore Perlas, anche se ho visto che hanno interrotto il rapporto circa un mese fa. Mi dispiace molto vederlo fuori dal circuito a causa degli infortuni. L'ho sempre detto: secondo me Musetti ha tutte le caratteristiche per stare lassù insieme a Sinner e Alcaraz. Gioca davvero benissimo a tennis e possiede un potenziale enorme. Purtroppo, però, è continuamente frenato dagli infortuni, che di fatto gli impediscono di avere continuità. Questo è un problema serio e mi auguro che il suo team riesca a risolverlo, perché evidentemente c'è qualcosa che va analizzato più a fondo. Bisogna capire perché questi problemi fisici si ripetano con una frequenza così elevata”.
Peccato perché magari con l’assenza di Alcaraz avrebbe potuto anche lui lottare maggiormente per obiettivi prestigiosi fino in fondo non credi?
“È inevitabile essere amareggiati nel vederlo fermo proprio in un momento in cui avrebbe potuto approfittare di determinate circostanze. Ho visto che dovrebbe rientrare a Washington, ma dopo uno stop così lungo è normale immaginare che abbia bisogno di qualche torneo per ritrovare ritmo e condizione. Spero naturalmente che tutto vada per il meglio, ma è realistico pensare che all'inizio possa incontrare qualche difficoltà nel ritrovare il clima agonistico. La cosa più importante, però, è che torni in campo e riesca finalmente a recuperare con continuità”.
A proposito di infortuni e di Alcaraz, che idea ti sei fatto per lo spagnolo?
“È diventato un oggetto misterioso. Gioca a Montecarlo e perde con Sinner. Poi va a Barcellona, vince la prima partita e il giorno dopo si ritira. Da quel momento non gioca più per tre o quattro mesi a causa di un problema al polso. Almeno per quanto mi riguarda, non avevo mai sentito parlare di questo problema. Io non sono un giornalista, quindi magari voi eravate più informati, ma personalmente non avevo mai avuto alcuna avvisaglia che avesse un problema al polso o che stesse male. Per questo faccio fatica a capire. Non so quale sia esattamente il problema, ma evidentemente dev'essere qualcosa di serio, visto che ancora oggi non si parla concretamente di un suo ritorno. Il polso, poi, è una parte del corpo molto delicata per un tennista. Non saprei davvero cosa dire. Ma, almeno per quello che è stato reso pubblico, non si sa praticamente nulla".