Francesco Cigarini: “Hamilton mi ricorda Schumacher in Ferrari. Leclerc va protetto come facemmo con Massa”

La Ferrari riparte dal GP di Barcellona con una fotografia interna molto diversa da quella di inizio stagione: Lewis Hamilton ha conquistato la sua prima vittoria in rosso, Charles Leclerc vive il momento più delicato da quando è diventato il volto tecnico ed emotivo di Maranello, mentre sullo sfondo della Formula 1 2026 cresce il peso di Kimi Antonelli, italiano, leader del Mondiale con la Mercedes e ormai riferimento della nuova generazione. La svolta di Hamilton, il cambio di approccio sul simulatore Ferrari, la scelta di Leclerc di seguire il compagno anche sul fronte freni passando a dischi e pastiglie Carbon Industrie, il clima nel box e il possibile cambio di gerarchie tra i piloti sono diventati i temi centrali del momento. Per questo Fanpage.it ha intervistato Francesco Cigarini, ex meccanico del team del Cavallino Rampante, per leggere la situazione non dal punto di vista del pilota o dell'ingegnere, ma da quello di chi per anni ha vissuto dentro il garage di Maranello.
Il tecnico bresciano ha lavorato per oltre vent'anni nella scuderia Ferrari, attraversando l'era vincente di Michael Schumacher, gli anni di Kimi Raikkonen, Fernando Alonso, Sebastian Vettel, fino alla fase più recente con Leclerc. Oggi racconta il motorsport e continua a muoversi nel mondo automobilistico e meccatronico, portandosi dietro uno sguardo raro: quello di chi sa quanto pesino fiducia, leadership, rapporto umano e percezione interna nel rendimento di un pilota. Nell'intervista a Fanpage.it spiega perché quanto la parabola di Hamilton gli ricordi "come dinamica" quella di Schumacher , perché la Ferrari deve fidarsi di lui "perché sa come si vince", perché Leclerc oggi invece va protetto "come fu con Massa davanti ad Alonso" e perché Antonelli, pur correndo per Mercedes, rappresenta una novità che Maranello non può ignorare. Ne viene fuori un racconto fatto da chi conosce bene la Ferrari dall'interno, tra gerarchie, pressione, talento e vecchi fantasmi che tornano attuali.

Hamilton ha vinto a Barcellona la sua prima gara con la Ferrari dopo mesi in cui sembrava cercare una macchina più sua: da ex uomo del box Ferrari, è la vittoria di Hamilton o il segnale che la scuderia ha iniziato ad ascoltarlo?
"È la prova che la Ferrari, ascoltando i segnali che dà un pluricampione del mondo, deve fidarsi di lui. Perché è lui che sa come si vince. Lui ha guidato macchine vincenti, sa quali sensazioni deve provare per portarle al limite. Deve avere delle certezze e deve avere gente che spinge tantissimo per lo sviluppo. Sta succedendo questo: stanno arrivando gli ingredienti che voleva lui per tornare a essere Hamilton".
Da cosa si è visto questo cambiamento?
"Si vede anche dal fatto che Lewis non digeriva le macchine a effetto suolo: troppo rigide e vincolate nell'assetto del posteriore, perché non dovevano perdere le altezze per far lavorare il fondo. Passato questo regolamento, torna a essere Lewis: ha fiducia in se stesso e riesce a regolare la macchina in una maniera più vicina al suo modo di guidare".
Arrivare in Ferrari, una scuderia con sistemi e abitudini consolidate, e chiedere di cambiare metodo, componenti e pratiche: quanto è difficile?
"Prima di tutto devi convincere le persone, devi fare in modo che credano in te. Questa cosa l'anno scorso non poteva succedere, perché il primo feedback è sempre il cronometro. Se non dai risultati, la prima cosa che si mette in dubbio è il pilota. Invece lui ha fatto la goccia che scava la roccia: ha insistito per uniformare la squadra a quello che voleva lui. Chiaramente è stato aiutato da Vasseur e dalle persone che credono in lui".

Quindi è anche una conquista politica interna di Hamilton?
"È una conquista di Lewis, però è stato aiutato. Il criticato Vasseur può essere che in questo caso si sia prodigato per Lewis, abbia fatto un'ottima scelta e abbia mosso le coscienze. È una cosa che i grandi campioni sanno fare. Oltre al pilota, l'input di dare retta a questo metodo deve arrivare dal team principal: è lui che deve spingere gli uomini a farlo".
Questo però porta all'altro lato della medaglia: Leclerc. Con il contratto lungo e il ruolo di uomo simbolo della Ferrari, ora si ritrova a inseguire una strada aperta da Hamilton. Quanto può pesare questo cambio di gerarchia?
"Su Leclerc pesa, perché è una sfida nuova che probabilmente non ha mai affrontato. Da quando è in Formula 1, e anche nelle serie minori, ha sempre dimostrato di essere più veloce del compagno di squadra. Era una sfida che riusciva sempre a vincere: riusciva a imporre la sua velocità e anche a mettere in difficoltà i suoi compagni. In questo caso un Lewis Hamilton così in forma, che riesce ad aggiustare la macchina e cucirsela addosso, crea difficoltà a Charles".
Perché lo mette così tanto in difficoltà?
"Perché Charles, per una delle sue caratteristiche, getta il cuore oltre l'ostacolo. Va in overdriving, cerca di entrare più forte in curva per fare il tempo e lì si mette in balia dell'errore. Leclerc è uno che si espone come modo di guida. Vedendo Hamilton veloce, si espone ancora di più. E più ti esponi, più vai oltre il limite".

Leclerc ha deciso di seguire Hamilton anche sui freni, passando a dischi e pastiglie Carbon Industrie. È il segnale che ha trovato una soluzione o che ha perso certezze?
"Può essere che sia un po' in confusione. Quello che è successo a Monte Carlo gli ha fatto cambiare idea sulle sue certezze, perché il comportamento dei freni non era come voleva lui, è andato in difficoltà e ha sbattuto. È chiaro che quei freni li aveva scelti lui mesi fa: quando Lewis ha preso questa decisione, avranno sottoposto anche a Charles quell'impianto frenante, lui l'avrà provato e avrà preferito restare con Brembo. Nessuno l'ha forzato a restare con Brembo".
Adesso però ha cambiato strada.
"Adesso ha visto, e probabilmente gli hanno fatto vedere, che le caratteristiche dei freni Carbon Industrie possono aiutarlo, o quantomeno non generano il problema che ha avuto a Monte Carlo, e ora deve adattarsi alle caratteristiche di dischi e pastiglie nuovi. Attenzione: l'impianto è Brembo, dischi e pastiglie sono Carbon Industrie. È chiaro che va a seguire la linea di Hamilton. E questo non può far altro che rafforzare quello che sta facendo Lewis e dare in mano lo scettro a lui".
Dentro il box, anche senza che venga detto ufficialmente, questa situazione viene letta come un cambio di gerarchie tra i piloti?
"Sì, si può leggere così. Però siamo di fronte a professionisti e quindi la squadra che segue Charles dovrà fare il passo di tenerlo motivato, concentrato e fargli sentire che crede ancora in lui. Charles non è perso, si sta riadattando e sta cercando se stesso alla luce del fatto che Lewis ha ritrovato se stesso. Il dovere di quelli che lavorano con lui è andare più nel dettaglio e cercare di metterlo il più possibile in comfort. Lui deve sentire la squadra cucita addosso".

Ti è già capitato di vivere una situazione simile in Ferrari?
"È un po' come successe con Felipe Massa ai tempi di Alonso. Con la squadra, con Smedley e con tutti, si capiva che dovevamo far sentire Felipe accolto, benvenuto e supportato. Perché di fronte a un colosso come Fernando, uno schiacciasassi così, l'altro pilota subisce. Questi grandi campioni, come Max, Sebastian, Michael, Fernando e Lewis, lavorano anche per entrare nella testa del compagno di squadra. È un gioco sottile, ma è così. Loro devono primeggiare e, per primeggiare, prima di tutto devono far capire al compagno chi è il primo. Questo è un bell'esercizio per Charles: deve riuscire a venirne fuori e la squadra lo deve aiutare".
Hai visto Schumacher, Raikkonen, Alonso, Vettel, Leclerc e Sainz in Ferrari. In Hamilton vedi qualcosa di diverso rispetto ai campioni arrivati a Maranello e poi in qualche modo "bruciati" dalla Ferrari?
"Hamilton, come dinamica, mi ricorda un po' Michael. Il campione deve far capire che è un campione e deve far capire quello che vuole. È chiaro che molto lo fanno le persone che sono attorno al campione: devono essere stimolate, devono raccogliere quello che dice e metterlo in pratica. Questa è la differenza".
In passato non sempre è successo?
"In alcuni casi in passato non l'ho vista questa cosa. Il campione è campione, ma all'interno della squadra, sia in pista che a Maranello, devono essere guerrieri e al servizio di quel campione. Devono crederci fortemente. Io vedo segnali incoraggianti nel progetto Ferrari, perché a differenza degli altri anni ha fatto scelte importanti, scelte che nessun altro aveva fatto. Questo va benissimo, perché quando fai scelte fuori dal progetto e pensi a cose alle quali gli altri non hanno pensato, significa che hai dinamicità, che stai sbloccando le idee. Se invece fai una macchina figlia delle regole e poi guardi gli altri per copiarli, sei già indietro".
C'è qualcosa nell'atteggiamento di Hamilton che ti ricorda proprio Schumacher?
"Le caratteristiche dei grandi campioni: quello che si porta dietro tutta la squadra, che crea empatia, che coinvolge gli uomini del team a spingere, a dare di più, ad avere idee, a sbloccarsi. È tipico dei grandi campioni".

Tu già l'anno scorso dicevi che Ferrari avrebbe dovuto seguire Hamilton, anche quando andava male. Perché?
"Perché se tu lasciavi andare Hamilton l'anno scorso e dicevi: ‘Poverino, è cotto', rimanevi fermo nelle idee. Invece l'insistenza di Lewis, la voglia di far vedere che non era finito, e anche il cambio di regolamento che ha modificato le carte in tavola, hanno portato a vedere una Ferrari che mette in campo idee innovative. Questi sono segnali chiari di un progetto che può dare belle soddisfazioni".
Hamilton ha anche deciso per un periodo di non usare più il simulatore Ferrari e di fidarsi più dell'istinto. È una cosa da grande campione?
"Quando hanno detto che non usava più il simulatore e voleva mettere a posto la macchina non seguendo le indicazioni del simulatore, io ho detto ad alcune persone: ‘Questo è il miglior pacchetto di aggiornamenti che poteva portare la Ferrari'. Lewis che prende in mano la macchina e convince il suo team a dire: ‘Adesso lasciamo perdere quello che dice il simulatore'. Perché delle volte, ingegneristicamente parlando, tu resti fermo ai dati, mentre le sensazioni del pilota sono fondamentali".
Hamilton quindi ha chiuso con il simulatore?
"No, io penso che Lewis probabilmente adesso stia usando ancora il simulatore, ma lo stia usando con gli assetti e con le cose che ha scelto in pista. Ha ignorato il pre-masticato del simulatore che lavora su assetti dai quali ci si allontana poco, perché tutti i dati ti dicono che devi stare in quella finestra. Lui invece ora ha preparato il menù come piaceva a lui.
In pratica prima ha sistemato la macchina in pista e poi ha riportato quella direzione al simulatore?
"Esatto. Lui ha fatto una pausa, ha sistemato la macchina nel modo in cui la sentiva funzionare in base alle sue sensazioni, ha dimostrato che in pista quel setup funziona e adesso lavorerà sul simulatore con quello che ha trovato in pista".

La capacità di Hamilton di settare la macchina e farla rendere di più sembra evidente. È questo, invece, il limite su cui deve lavorare Leclerc?
"Charles ha un grande dono che in alcuni casi può diventare un limite. Riesce a spingere al massimo qualunque macchina gli diano, perché ha un grandissimo controllo. E questo, paradossalmente, è il suo limite. Forse anche perché non ha mai guidato una Formula 1 che gli consentisse di vincere un Mondiale, quindi non ha mai capito fino in fondo come mettere giù una macchina e quali sensazioni debba dare per lottare per il titolo".
In che senso?
"Charles è cresciuto con una guida con il posteriore molto libero e ha un gran controllo. Quando Sebastian provava a portarsi sugli assetti di Charles faceva la figura dello scemo, perché non sentiva più il posteriore e si girava. Infatti è stato preso in giro per quello. Però Charles prendeva la macchina e la portava al limite con il suo stile. Vettel, che ha vinto i Mondiali, così come Max Verstappen, Lewis Hamilton e Fernando Alonso, vogliono un posteriore molto solido: devono sentirlo, deve dare loro grande fiducia".
Quindi la velocità di Leclerc può aver indirizzato Ferrari su una strada rischiosa?
"Lui si adatta alla macchina, mentre gli altri hanno saputo indicare che cosa serviva per vincere. Se una macchina non dà fiducia ai campioni del mondo e loro si girano, questo dovrebbe essere un campanello d'allarme. Però in quel momento Charles andava più forte dei campioni del mondo, quindi il cronometro faceva decidere alla Ferrari che quella fosse la via da percorrere. Lewis ha rotto questo circolo vizioso".
Ti è mai capitato, dentro il box Ferrari, di vedere un pilota fino a quel momento riferimento assoluto perdere centralità nel progetto?
"Vettel. Quando è arrivato Charles, Sebastian era già in una parabola un po' discendente, perché non si sentiva più seguito come nel 2015 o nel 2016. Poi è arrivato Charles, che andava decisamente più forte per la sua peculiarità, e a quel punto Sebastian ha perso anche il suo ruolo di riferimento per la Ferrari. Per un pilota penso sia una mazzata psicologica. Charles ha ‘scavato un po la fossa' a Sebastian".

Passiamo a Kimi Antonelli. È italiano, leader del Mondiale, l'enfant prodige della Formula 1. Tu che hai vissuto la Ferrari dall'interno: dentro Maranello un talento italiano così viene guardato con orgoglio, fastidio o rimpianto?
"Deve essere guardato come un pilota che porta freschezza al Mondiale e alla Formula 1, per il suo modo e per i risultati che sta ottenendo. Però non è come se fosse in Ferrari, perché la pressione è diversa. Un italiano in Ferrari bisogna vedere come reagisce. È chiaro che quello che sta facendo è bello e dà fastidio, perché quando sei nel box Ferrari vedere vincere Vettel o Verstappen in Red Bull dà fastidio. Però devi ammettere che sei di fronte a un talento. E soprattutto è italiano".
Sarebbe stato diverso se Antonelli fosse cresciuto direttamente in Ferrari?
"Sarebbe stata più delicata come operazione se l'avessero fatta in Ferrari con Antonelli, proprio perché è italiano. Però nel 2018 la Ferrari non aveva una struttura attrezzata per arrivare fino lì, a prendere i talenti e seguirli da giovanissimi. Mercedes invece sta continuando a farlo, perché ha ingaggiato Perico e lo sta seguendo da quando era molto piccolo. Adesso anche Ferrari si sta muovendo. È chiaro che se le grandi squadre vedono questi risultati, vanno a cercare i talenti abbassando l'età".
È un bene o un rischio prendere piloti sempre più giovani?
"Da un certo punto di vista è bello, da un altro il bambino o il ragazzino non corre più solo per passione, ma inizia un percorso da professionista. La cosa positiva è che viene seguito e, economicamente, è un grande sostegno, perché il motorsport costa tantissimo. Però bisogna vedere come reagisce e come matura negli anni".
Ti aspetti un altro ricambio generazionale a breve?
"Sì. La Formula 1 si deve preparare perché arriverà un'ondata di piloti giovanissimi, un'ondata di Antonelli. Piloti nati in questa bolla, nati digitali, che imparano molto in fretta e diventano velocissimi in pista perché sono seguiti e perché le tecnologie di oggi riescono a far nascere i talenti. Questi talenti sono alle porte e scalzeranno i buoni piloti che sono nel mezzo della carriera, quelli veloci ma che non hanno mai dimostrato una velocità assoluta".

Se Antonelli dovesse vincere il Mondiale con Mercedes, per Ferrari diventerebbe pericoloso anche simbolicamente? Potrebbe dividere il tifo italiano?
"No, non credo. Penso che un ferrarista possa dire: ‘Ok, se non vince la Ferrari, almeno che vinca un italiano'. Penso sia doveroso da parte degli italiani supportarlo, senza farlo già diventare un mito, perché deve ancora crescere e dimostrare".
Adesso però Antonelli avrà contro Hamilton nella lotta al titolo. Che prova sarà per lui?
"Adesso che si sta scatenando il mastino, uno che sa come vincere i Mondiali, bisogna stare molto attenti. Avere alle spalle George Russell è un conto. Lo stai sconfiggendo, gli stai entrando nella testa e lo stai mettendo in difficoltà. Ma adesso hai come opponente al titolo uno che ha vinto tanti campionati del mondo, uno che ha messo in difficoltà di testa Rosberg e altri piloti. Avrà a che fare con una persona molto più consapevole. Questo metterà ancora alla prova Antonelli".
A Barcellona, prima del ritiro, Antonelli aveva recuperato su Russell e lo aveva superato. Che segnale è stato?
"Se Kimi non si fosse fermato per quel problema avrebbe finito la gara davanti a Russell e gli avrebbe dato un altro bel colpo a livello morale, di testa. Un po' gliel'ha dato comunque, perché gli ha recuperato sette secondi quando ha deciso di andarlo a prendere. Questa è la questione: stai combattendo con un compagno veloce, al quale stai entrando nella testa".
Qual è la caratteristica che ti colpisce di più di Antonelli?
"La cosa che mi piace di Antonelli è che impara molto in fretta. Secondo me non è arrivato in Mercedes e in Formula 1 come il più veloce in assoluto, ma ha questa capacità di imparare rapidamente".
Hai un esempio?
"In Canada, nella Sprint Race, ha provato a sorpassare Russell in tutti i modi, perché sorpassarlo significava dargli un colpo alla testa, dimostrargli di essere più veloce. Lì ha fatto degli errori. La domenica, invece, Antonelli è andato in pista correndo per cercare di far sbagliare Russell. Non più per vincere di forza, ma per metterlo in difficoltà in modo che fosse lui a sbagliare. Ha cambiato tattica da un giorno all'altro e questo ha pagato. Significa avere un'intelligenza agonistica molto sviluppata".
Antonelli ti ricorda qualcuno dei piloti con cui hai lavorato?
"No, perché si sta formando. È un pilota che sta crescendo e non voglio neanche pensare a chi possa ricordarmi. Voglio godermelo così, senza aspettarmi che si comporti come un pilota in particolare. Lui è la somma delle sue esperienze e di quello che sta facendo in pista. Non voglio paragonarlo a nessuno".