Oggi avrebbe compiuto 51 anni. Non si sa perché ma quel condizionale usato per Marco Pantani è sempre doloroso, sempre malinconico, sempre insopportabile. Eppure in questi anni, per non parlare del terribile 2020, sono andati via pezzi interi dello sport internazionale, monumenti che al pari di Pantani hanno dato felicità e bellezza alla gente attraverso le loro discipline sportive.

Eppure per Marco Pantani proviamo forte quel senso di incredulità che non ce lo fa chiudere in un cassetto della memoria, pensando solo a ieri, vorremmo ancora Pantani qui e ora perché troviamo ingiusto che un uomo giovane e forte sia morto. Se a questo poi si lega il come e il perché della morte, il mistero si rabbuia e la fine diventa ancora più ingiustificabile.

L’ultimo Pantani scriveva ovunque, come se avesse voglia in qualche modo di spiegarci, quello che ora non riusciamo ancora a credere. E scriveva come un torrente, ribelle e inestricabile, come forse era davvero lui stesso. Grazie al libro “ Un uomo in fuga” di Manuela Ronchi e Gianfranco Josti conosciamo le parole scritte sul passaporto, durante il suo penultimo viaggio, prima che andasse a Rimini e si chiudesse (come, con chi, per quale motivo, tutti dubbi che fanno ancora male) nella stanza al quinto piano dell’Hotel “Le Rose”. Sono parole senza fine, finisce lo spazio ma ci rendiamo conto che rintronano nella testa ancora e ancora e ancora.

“Aspetto con tanta verità sono stato umiliato per nulla e per 4 anni sono in tutti i tribunali, ho solo perso la mia voglia di essere come tanti altri sportivi ma il ciclismo ha pagato e molti ragazzi hanno perso la speranza della giustizia e io mi sto ferendo con la deposizione di una verità sul mio documento perché il mondo si renda conto che se tutti i miei colleghi hanno subito umiliazioni in camera, con telecamere nascoste per cercare di rovinare molti rapporti fra famiglie”.

Verità, speranza, giustizia. Pantani chiama in causa grandi idee, enormi ingranaggi di vita. Non può fare altro che invocarle, la meschinità delle piccole cose lo ha sommerso e non può che guardare al cielo, anche se è immerso nel fango della sua umanità.

“E dopo come fai a non farti male. Io non so come ma mi fermo, in casi di sfogo, come questi, mi piacerebbe che io so di avere sbagliato con droghe ma solo quando la mia vita sportiva soprattutto privata è stata violata ho perso molto e sono in questo paese con la voglia di dire che basta la vittoria è un grande scopo per uno sportivo ma il più difficile è di avere dato il cuore per uno sport con incidenti e infortuni e sempre sono ripartito, ma cosa resta se tanta tristezza e rabbia per le violenze che la giustizia a te ti è caduta in credere…”.

“E dopo come fai a non farti male?”. Quando credi così tanto in uno sport e ne fai una ragione di esistenza oltre che di vita. E quello sport ti vuole abbandonare, forse perché anche tu lo hai tradito. Ma quali amori restano uguali per sempre? È una delle poche frasi che parlano di un fatto concreto, del dolore della depressione, del dolore fisico della depressione, che non si attenua con niente che non siano cose appunto gigantesche e inafferrabili come la verità, la speranza e la giustizia.

“Ma andate a vedere cosa è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo a la torrida tristezza per cercare di ritornare con i miei sogni di uomo che si infrangono con droghe ma dopo la mia vita di sportivo e se un po di umanità farà capire e chiedere cosa ti fa sperare che con uno sbaglio vero, si capisce e si batte per chi ti sta dando il cuore questo documento è verità e la mia speranza è che un uomo vero o donna legga e si ponga in difesa di chi come si deve dire al mondo regole per sportivi, uguali e non falso mi sento ferito e tutti i ragazzi che mi credevano devono parlare”.

Nella prima parte di questo periodo c’è tutto Pantani, tutto quello che ci manca e per cui ancora oggi soffriamo. “Andate a vedere cos’è un ciclista e quanti uomini vanno in mezzo a la torrida tristezza per cercare di ritornare con i miei sogni di uomo” è una frase che colpisce al cuore, che in un attimo richiama alla mente la fatica per diventare e continuare a essere ciclista, la paura che in ogni metro d’asfalto quel sogno possa svanire, il tormento del sogno che è sempre a un passo dal diventare realtà.

Pantani ci ha raccontato l’animo di un uomo pedalando. Le sue gambe parlavano d’amore, dolore, passione, speranza e sofferenza. E queste cose noi le capivamo benissimo, non c’era bisogno che qualcuno te le dovesse spiegare. Erano lì, in televisione o sulla strada, senza filtri.

Era semplicemente un ciclista, come dice lui stesso, ma noi grazie a lui abbiamo capito cosa volesse dire esserlo. Dopo di lui, è sempre brutto creare una distanza con il passato ma Pantani la fa emergere senza pietà, ciclista è voluto dire tante cose, belle e brutte, come la vita in fondo. Ma solo Pantani ci portava nella sua vita, cosa che nessun altro ha più fatto. Questo ce lo fa ricordare con maggiore dolore e vicinanza. E ci fa esprimere quell’impronunciabile condizionale, facendoci sentire ancora forte un grumo di lacrime dentro la pancia.