In ospedale lo hanno riconosciuto nonostante avesse il volto nascosto dalla mascherina e dall'attrezzatura necessaria per evitare i contagi. A Frederico Varandas, 40enne presidente dello Sporting Lisbona, i malati chiedevano una foto in quel momento così difficile, dove il tuo orizzonte non va oltre il giorno successivo e le aspettative fanno a cazzotti con il quadro clinico. Per un po' ha messo da parte lo sport, il mondo del calcio, la classifica, le voci di mercato e s'è dedicato unicamente alla cura dei pazienti.

È un dottore prima di tutto e sa bene come la vita sia un valore precipuo, che non ammette deroghe, né pause. Non devi mollare, non puoi se porti addosso (e dentro di te) la responsabilità della salute altrui. Ecco perché nel periodo più acuto della pandemia ha "traslocato" nel reparto di terapia intensiva dell'ospedale militare di Lisbona, dove ha lavorato per 12 ore al giorno, sei giorni alla settimana. Il settimo si riposò? Forse. Nemmeno lo ricorda.

Mai avrei immaginato di vivere una situazione del genere, è qualcosa impossibile da dimenticare – ha ammesso Varandas nell'intervista al New York Times -. Ed è stato incredibile vedere che tutto si è fermato e in quel momento ho pensato che il modo migliore per essere utile al mio Paese era fare il mio mestiere, il dottore.

Impossibile da dimenticare. Incredibile. Concetti che, espressi dal medico/presidente, fanno venire i brividi e si associano alle immagini di dottori, infermieri, personale sanitario che in Italia ha vissuto in prima linea, sulla propria pelle, la sofferenza delle persone, la morte, l'angoscia e il dolore scanditi dal suono delle sirene. Eppure Varandas dovrebbe essere abituato a situazioni peggiori: dieci anni fa è stato medico militare in Afghanistan e ha rischiato di morire sotto i colpi del fuoco nemico. Oggi come allora ha imparato che la morte ha molte facce.

Dal 2018 è presidente di uno dei 3 club più seguiti del Portogallo. Lì il calcio è vissuto con molta passione. Non è solo questione di rivalità tra società ma qualcosa di endemico. Eppure, Varandas, proprio non riesce ad accettare come il mondo del pallone sembri sopravvivere in una dimensione propria, parallela rispetto alla realtà.

I calciatori sono sottoposti a più test di quanti ne facciano ai dottori che lavorano negli ospedali. E credo sia una cosa stupida. Capisco la motivazione di questa cosa ma dal punto di vista scientifico lo trovo ridicolo. Il calcio in Portogallo è una cosa pazzesca. È come una religione, una malattia.