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Stefano Cusin: “In Sud Sudan vedevo cadaveri andando al campo. Alle Comore in ritiro non si presentò nessuno”

Stefano Cusin racconta Fanpage.it il suo percorso da allenatore giramondo, tra esperienze in Africa e Medio Oriente, dalla Libia all’Iran passando per Palestina, Sud Sudan e Isole Comore. Un viaggio che attraversa calcio, culture diverse e visioni profonde su gestione, tattica e meritocrazia.
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Ci sono allenatori che costruiscono la propria carriera dentro percorsi lineari, la comfort-zone, e altri che scelgono il mondo. Stefano Cusin appartiene senza dubbio alla seconda categoria. Nato in Canada, cresce e si forma tra  Francia e Italia ma negli anni successivi per lui il calcio diventa un viaggio continuo attraverso culture, paesi e realtà profondamente diverse tra loro. Dalla Libia all’Iran, passando per Palestina, Sud Sudan e Isole Comore, il tecnico nato a Montréal ha allenato spesso lontano dai riflettori europei, confrontandosi con contesti estremi, pressioni enormi e sfide che vanno ben oltre il campo.

A Fanpage.it Stefano Cusin ripercorre le tappe di una carriera fuori dagli schemi, parlando di tattica, gestione umana, scouting, meritocrazia e delle contraddizioni del calcio italiano. Il tutto con la lucidità di chi ha vissuto spogliatoi di ogni tipo, stadi da novantamila persone e paesi in guerra, senza mai perdere una cosa: la passione assoluta per il calcio.

Mister, la sua ultima esperienza è stata con la nazionale delle Isole Comore: ce la racconta?
"Sì, ho fatto due anni e mezzo con le Comore, un percorso molto importante per me. Abbiamo fatto un lavoro eccellente perché siamo riusciti a crescere di circa 30 posizioni nel ranking FIFA, che rappresenta la progressione più grande in Africa e una delle più importanti anche a livello mondiale. Alla fine ho ritenuto che il ciclo fosse concluso. Avevo voglia di qualcosa di diverso, di un progetto più ambizioso. Mi era stato proposto di rinnovare, ma ho deciso di non farlo. Dal primo marzo quindi sono libero. Un po’ di riposo ogni tanto serve, anche se in realtà riposo vero ce n’è poco, perché nel frattempo sono arrivate diverse offerte, soprattutto in un periodo come questo di mercato".

La domanda sorge spontanea: com'è arrivato mister Cusin alle Comore?
"Ci sono arrivato dopo l’esperienza in Sud Sudan, dove ero sia allenatore della prima squadra sia direttore tecnico delle nazionali giovanili. Lì avevamo fatto qualcosa di straordinario: la qualificazione alla Coppa d’Africa sia con l’Under 17 che con l’Under 20. Per dare un’idea, solo Senegal e Nigeria erano riusciti a fare una cosa simile senza avere un vero movimento giovanile strutturato, lavorando praticamente solo su scouting e giocatori locali. Le Comore invece avevano una squadra piuttosto anziana, con molti giocatori sui 33-34 anni. Serviva un lavoro di ringiovanimento e di ricostruzione. Quando finii il ciclo in Sud Sudan, arrivò la proposta delle Comore tramite il mio agente. Ci fu un incontro a Parigi con il presidente e da subito trovammo una grande sintonia su come impostare il progetto. Da lì è partito tutto: scouting, inserimento di giocatori bi-nazionali, miglioramento dell’organizzazione federale. Il mio ruolo era praticamente da manager generale della nazionale, infatti nel contratto era proprio indicato così. Abbiamo raggiunto la qualificazione alla Coppa d’Africa da primi in un girone difficilissimo con Tunisia, Madagascar e Gambia. Siamo stati anche in corsa mondiale per un lungo periodo. L’unico grande limite è stato giocare sempre fuori casa per due anni, perché lo stadio non era omologato. In Africa questo incide tantissimo. Però siamo cresciuti moltissimo: 30 posizioni nel ranking e da 3 a 22 milioni di valore della rosa. Questo dimostra la crescita complessiva del progetto".

È vero che al primo raduno non si presentò nessuno?
"Sì, è vero. Ma in realtà, dopo esperienze come quelle che ho vissuto, certe situazioni non ti destabilizzano più. In Sud Sudan, ad esempio, andavo agli allenamenti passando accanto ai cadaveri, era guerra vera e propria. Quando vivi cose del genere, tutto il resto lo relativizzi. Anche in Libia, all’Al Ittihad, ho lavorato in contesti molto difficili ma ad alta pressione. Quindi la gestione mentale di queste situazioni diventa più semplice. Quando arrivai alle Comore scoprii che c’era un problema tra federazione e giocatori legato ai premi. I giocatori decisero di non presentarsi. Provai a mediare per giorni, ma alla fine eravamo a pochi giorni dalla partita con solo tre giocatori disponibili. A quel punto decisi di puntare sui giovani, chiamando anche l’allenatore dell’Under 20 come assistente. E giocammo comunque. Il risultato fu clamoroso: vincemmo 2-1 contro Capo Verde, una squadra molto più esperta e forte. Da lì iniziò un percorso di ricostruzione vera, anche attraverso dialogo diretto con i giocatori dissidenti, che poi sono rientrati nel gruppo".

Si può dire, banalmente, che ogni paese ha un approccio diverso al calcio?
"Assolutamente sì. Il calcio è sempre lo specchio di un paese. Non puoi pensare di allenare in Iran come alleni a Palermo o in Inghilterra come in Svizzera. Ogni contesto ha cultura, abitudini e mentalità diverse. Il primo passo è essere accettati come persone, inserirsi nel tessuto sociale. Solo dopo puoi portare le tue idee e i tuoi metodi".

Un'altra esperienza molto importante per lei è stata in Iran: ce la racconta?
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L’Iran è un paese enorme, con un livello calcistico molto alto. Il derby di Teheran davanti a 90.000 persone è qualcosa di impressionante. Le squadre sono forti, organizzate, con infrastrutture importanti. Molte squadre potrebbero tranquillamente competere ai livelli medio-alti europei. È stata un’esperienza molto positiva, anche se purtroppo segnata dal periodo del Covid. Abbiamo comunque raggiunto la fase a gironi di Champions asiatica partendo dai preliminari".

Prima ha nominato l’Al Ittihad, con cui ha vinto un campionato in Libia. Che ambiente era?
"Un ambiente molto intenso, con 80.000 spettatori e grande pressione. Ma anche lì serviva adattamento e conoscenza del contesto".

Lei ha allenato in tanti paesi del Nord Africa e Medio Oriente. Che idea si è fatto?
"Il calcio lì è molto sottovalutato in Europa. Ma è competitivo, organizzato e con grandi investimenti. Bisogna conoscere la cultura prima di lavorare".

Mister Cusin ha lavorato anche in Palestina, dove ha vinto Coppa nazionale e Coppa di Lega: più che dell'esperienza sportiva le volevo chiedere come ha vissuto quel periodo, perché sappiamo bene quali sono le condizioni di vita in quei territori?
"Una realtà difficile logisticamente, con checkpoint e viaggi complicati. Ma umanamente straordinaria. Un’esperienza molto intensa. Considera che quella era una squadra al secondo anno in Serie A ed era una squadra giovane: l'obiettivo quando loro mi hanno chiamato era semplicemente di mantenere la categoria, non di vincere, era impensabile per loro vincere. La Palestina è un paese piccolo, però ovviamente ci sono dei checkpoint in alcune zone del paese, quindi noi eravamo a Hebron, ma quando tu vai a giocare nel nord a Nablus, che normalmente ci vorrebbe un'ora e mezza, ci puoi mettere anche 7-8 ore perché non puoi utilizzare alcune autostrade occupate dall'esercito israeliano. Passata la montagna, sono strade tortuose e ci sono blocchi, file, code, controlli e quindi le difficoltà per viaggiare ci sono. Poi la fortuna che io ho avuto quell'anno lì, il 2015, è stato che era un periodo di relative calma per il paese quindi siamo stati abbastanza tranquilli. C'è stato qualche episodio di violenza però è stata una cosa abbastanza gestibile".

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Ogni paese vive il calcio in maniera diversa e ha una storia a se stante dal punto di vista sportivo: come adatta la sua filosofia, la sua idea, alla cultura che si trova di fronte?
"Io parto sempre dai giocatori che ho. Non esiste un sistema fisso. Se hai certi giocatori, devi costruire il gioco su di loro. ‘Se hai i limoni, fai una limonata', come diceva Zenga. Il problema è quando si parte da moduli fissi senza considerare la rosa. Quello è un errore. Vincere è difficile, giocare bene è facile. Bisogna essere flessibili ed equilibrati".

Ha nominato Walter Zenga, con cui ha lavorato molti anni. Come è nato il vostro rapporto?
"Il rapporto con Zenga nasce per caso. Ci siamo conosciuti in una partita amichevole quando lui era al Catania e io allenavo il Botev Plovdiv. Abbiamo parlato di calcio e da lì è iniziato tutto. Da lì è nato un rapporto umano e professionale molto forte. Abbiamo lavorato insieme in Arabia Saudita e altrove, con ruoli complementari: lui più emotivo, io più analitico. È stato un rapporto fondamentale per la mia crescita".

Lei è nato in Canada, cresciuto in Francia e formato in Italia. Questo mix quanto l’ha influenzata?
"Essere nato in Canada, cresciuto in Francia e formato anche in Italia ha influenzato tantissimo il mio modo di vedere il calcio. In Francia ho imparato la tecnica. In Italia la tattica. Ho unito le due cose. Questo è il mio modo di lavorare oggi".

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La Francia ha fatto un lavoro fantastico negli ultimi anni a livello giovanile e sono stati bravi a capire come e dove migliorare: ora potrebbero portare tre nazionali ai Mondiali. Lei cosa pensa del movimento calcistico francese?
"La Francia oggi è un modello. Hai ragione, fare tre nazionali e tutte andrebbero ai Mondiali. È il risultato di un lavoro lungo, multietnico e strutturato. Anche l’Italia negli anni ‘90 ha influenzato la Francia, soprattutto sul piano tattico. Gli stessi Platini, Zidane, Deschamps hanno sempre parlato di quanto il nostro paese li abbia arricchiti calcisticamente".

Mister, abbiamo fatto un bel viaggio ma ora mi tocca una domanda banale: qual è il filo rosso che unisce tutte le sue esperienze in 15 paesi diversi?
"Il filo rosso è uno solo: la passione per il calcio. Io farei questo lavoro anche gratis. Non è una questione economica, ma di amore per ciò che faccio".

Non le ho chiesto perché non allena in Italia perché immagino sia una domanda ricorrente…
"Sì, me la fanno sempre. Diciamo che alcune opportunità ci sono state e ci sono. Sto parlando con squadre italiane, francesi e svizzere. Sto aspettando il progetto giusto. Non voglio scegliere a caso, voglio qualcosa che abbia senso. In Italia il problema è il sistema, non è meritocratico. Ci sono tanti allenatori bravi, ma spesso non viene dato spazio a chi lo meriterebbe. Francesco Farioli, ad esempio, è un allenatore moderno e ha dimostrato valore all’estero, ma fatica a trovare spazio in Italia. Questo è un limite culturale".

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