Salah al Trabzonspor, perché la Serie A ora prende lezioni sul mercato anche dal campionato turco

Mohamed Salah è l'ultimo nome in ordine di tempo che accende i riflettori sul campionato turco. Dopo aver lasciato il Liverpool da svincolato, l'attaccante egiziano indosserà la maglia Trabzonspor con un contratto che vale circa 17 milioni di euro netti a stagione, un'offerta ricca e fuori parametro per molte società del ‘vecchio continente', a cominciare dalla Serie A.
Non è un caso isolato. Negli ultimi anni la Serie A turca ha attirato calciatori come Victor Osimhen, Mauro Icardi, Alvaro Morata, Dries Mertens, Leroy Sané, Milan Skriniar, Edin Dzeko, Ciro Immobile, Dusan Tadic, Fred, Allan Saint-Maximin e decine di altri giocatori provenienti dai principali tornei europei. E nelle prossime ore potrebbe varcare la soglia anche Dusan Vlahovic, da svincolato della Juve. Molti di loro hanno lasciato l'Italia proprio per scegliere una meta migliore (non solo perché a fine carriera). Altri hanno preferito Istanbul o altre città turche come opzione di prospettiva a prescindere dal blasone e dal passato.
Ecco perché adesso la domanda non è più perché un singolo calciatore vada in Turchia ma un'altra: come fa il campionato turco a competere a livello economico a cui l'Italia non arriva più? E dove trova risorse così ingenti per agevolare operazioni finanziarie costose? La risposta è molto articolata.
La Turchia non è percepito come un campionato di passaggio, l'Italia sì
La considerazione è molto amara ma fotografa la realtà dei tempi: quella turca non è più vista come una destinazione di passaggio ma una destinazione, a differenza della percezione che c'è attualmente all'estero della Serie A. Che sia "cimitero degli elefanti" oppure vetrina per svezzare talenti di belle speranze che poi volano all'estero, il prodotto non cambia: il campionato tricolore ha perso appeal in maniera progressiva. Per anni la Super Lig è stata considerata il torneo dove i grandi campioni concludevano la carriera. Oggi lo scenario è diverso.
Galatasaray, Fenerbahçe, Besiktas e, più recentemente, Trabzonspor non acquistano soltanto calciatori oltre i 35 anni. Sempre più spesso investono su giocatori ancora nel pieno della carriera o comunque ancora decisivi ad alto livello. Victor Osimhen, per esempio, è uno di questi. Così come una star come il Faraone ex Liverpool è un colpo molto forte che alimenta la competitività del campionato, fa crescere all'estero l'aura del torneo turco e alza l'asticella delle ambizioni sportive.
Gli stipendi sono ormai competitivi con quelli dei grandi campionati
Il punto di forza delle società turche è la possibilità di offrire ingaggi elevatissimi, pareggiando se non addirittura migliorando notevolmente le proposte economiche per i calciatori (e i procuratori). Come fanno? Piuttosto che distribuire il budget su molti giocatori, preferiscono concentrare gran parte delle risorse su poche stelle capaci di aumentare prestigio, ricavi commerciali, merchandising e appeal internazionale. È come far all-in sapendo che non è una scommessa e che l'investimento produrrà (quasi) sicuramente un ritorno economico importante. Ed è un modello diverso da quello della Serie A, dove il controllo dei costi imposto dai bilanci rende molto più difficile offrire stipendi da 10, 15 o addirittura 20 milioni netti all'anno.
Perché i club della Turchia possono permettersi costi del genere? In molti casi intervengono sponsor, accordi commerciali, diritti d'immagine e partnership che alleggeriscono il peso dell'investimento direttamente sui bilanci dei club, consentendo operazioni che dall'esterno sembrano difficili da sostenere.
Il modello fiscale alimenta l'appeal della Turchia
C'è poi un elemento che fa tutta la differenza ed è la fiscalità. Storicamente i contratti dei calciatori in Turchia hanno beneficiato di un sistema fiscale molto favorevole rispetto a molti Paesi europei. Le agevolazioni annoverano un'aliquota fissa del 20% sui redditi da lavoro dipendente, ben inferiore rispetto al 40-50% applicato nei principali campionati europei. Tale vantaggio consente ai club turchi di offrire ingaggi lordi economicamente molto competitivi negoziando coi giocatori il "netto" dei contratti. Cosa vuol dire? Che sono le società ad assumersi direttamente il peso fiscale di certe remunerazioni garantendo ai tesserati, soprattutto quelli più forti e che fanno brand, ingaggi molto vantaggiosi (e ricchi)
In Italia il Decreto Crescita aveva reso la Serie A molto attrattiva per gli stranieri, ma il ridimensionamento di quel vantaggio fiscale e una maggiore rigidità dei bilanci hanno piano piano chiuso una porta a operazioni del genere, lasciando spazio ad altri mercati.
Sponsor, ricavi commerciali, bacino d'utenza e di tifosi molto ricettivo
Le agevolazioni fiscali, però, rappresentano sono un lato della medaglia, la fetta più consistente fa riferimento a tutto quanto entra nel corredo accessorio degli introiti che derivano da altre voci. Il notevole bacino d'utenza di tifosi fa dell'investimento sportivo un prodotto commerciale che viene monetizzato seguendo diverse strategie e altrettanti canali. Un esempio? La vendita di maglie e tutto quanto rientra nel mondo del marketing applicato al calcio rappresentano una fonte preziosa di risorse per i club turchi.
Altro aspetto tutt'altro che trascurabile. In molti dei contratti dei calciatori sono inserite clausole che assicurano quote anche consistenti dei ricavi frutto del merchandising, la possibilità di negoziare i diritti d'immagine senza troppi lacci oppure garantirsi almeno una parte di rilievo della torta.
Perché l'Italia oggi fatica a competere
La domanda sorge spontanea: perché oggi l'Italia fatica a competere? Buona parte del fenomeno si può spiegare riconducendo la ragione a riforme strutturali mai avviate, asset patrimoniali che sono nulla nel confronto con altri club continentali. E, a fronte di ricavi televisivi che negli anni si sono erosi, ci sono molte società impegnate nel risanamento dei conti e altre che hanno virano con decisione (e da tempo) verso una maggiore sostenibilità finanziaria.
In questo contesto è difficile competere quando un club turco può presentarsi con un'offerta da oltre 15 milioni netti a stagione, soprattutto per giocatori sopra i trent'anni. E il trasferimento di Mohamed Salah al Trabzonspor (non certo una società di primissima fascia) rappresenta soltanto l'ultimo capitolo di una tendenza negativa per l'Italia e la Serie A.