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Massimo Morales: “Berlusconi mi chiamò ad Arcore, rifiutai un posto in politica. Sono finito in Africa”

Massimo Morales racconta la sua storia da allenatore giramondo: gli inizi con Trapattoni nello spogliatoio del Bayern, la proposta di Silvio Berlusconi ad Arcore, le incredibili avventure in Africa.
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Massimo Morales ha veramente una vita da romanzo. Cresciuto nella periferia napoletana, ha girato il mondo, voleva fare il calciatore, non ci è riuscito, è diventato giornalista e soprattutto allenatore, da giovanissimo. Morales non ha mai avuto paura delle sfide. A 30 anni si è trovato a fare il vice di Trapattoni al Bayern Monaco, poi è andato ad allenare in Ghana e ci è tornato sul finire degli anni '90, dopo aver detto di no a una proposta di Berlusconi, che pensava a lui per una carriera extra sportiva. Olanda, Repubblica Ceca, Ungheria, Stati Uniti, il calcio vissuto a tutto tondo, anche in Italia, con una valigia piena di ricordi e di esperienze, raccontate pure nella sua autobiografia, che magari un giorno potrà diventare anche un prodotto cinematografico o televisivo. Tutte queste esperienze Morales le ha raccontate in una intervista a Fanpage.it.

Massimo, hai avuto una parabola particolarissima, praticamente unica. Sei sbucato dal nulla ad altissimi livelli e ti sei ritrovato, giovanissimo, vice del Trap al Bayern, poi sei transitato per il Milan e successivamente sei finito in Ghana, come ci sei riuscito?
Si, è tutto vero. Far parte dello staff di Trapattoni è stato un onore e un piacere. Ho imparato tanto da lui. All'epoca era uno dei tre migliori allenatori d’Europa, con Sacchi e Cruyff. Come ho fatto a vivere una vita così avventurosa l'ho scritto in un libro autobiografico, dal titolo ‘L'ombra del mister’. Un libro che ho pubblicato da solo nel quale racconto la mia storia che, come dicevi tu, è stata davvero particolare.

Nel tuo libro cosa volevi raccontare?
Non è una classica autobiografia. Io parto dalla mia infanzia, che ho vissuto nell’hinterland napoletano. Sono nato a Caserta e sono casertano, ma nel 1972 ci trasferimmo a Casoria, dove sono cresciuto. Quindi parto raccontando di me bambino a San Pietro a Patierno e a Secondigliano. Pensa che non c'erano ancora le Vele e noi bambini giocavamo su quei terreni. Da lì parte questa storia e racconto tutto quello che è successo nella mia vita, inclusa la carriera di allenatore.

Sei nato nel 1964 e a 30 anni, senza aver fatto il calciatore, ti ritrovi al fianco di Trapattoni: come ci sei riuscito?
Sognavo di fare il calciatore, ci ho provato andando all'estero. Ho iniziato a viaggiare da giovane come aspirante calciatore e l'ho fatto tra Francia, Danimarca, Svezia, poi ancora la Francia e la Danimarca, prima di arrivare in Olanda dove finisco nella seconda squadra dell'Ajax del mio idolo Johan Cruyff. Da lì nasce tutto il resto perché da calciatore ho perso il treno, quindi divento giornalista. Poi mi trasferisco in Germania dove faccio un lungo percorso finché effettuo il primo corso di allenatore. Lo faccio in Germania perché in Italia non me lo fecero fare all'epoca, e arrivo al Bayern. Frequentavo l'ambiente del Bayern e quando Trapattoni venne ingaggiato io ero già da due anni nel settore giovanile.

Un incontro decisivo per la tua carriera, ma in generale per la tua vita, quello con Trapattoni.
Lui mi copta e lo fa attraverso una serie di sliding doors e capisce che gli posso essere d'aiuto. La società mi mette a disposizione, da lì nasce tutto, nasce la mia carriera da allenatore. Il momento in cui mi affiancano a Trapattoni è stato il momento esatto dell'ingresso nel mondo del professionismo.

Tu eri un giovane allenatore e praticamente avevi l’età di alcuni calciatori del Bayern e di qualcuno eri anche più giovane. Come si comportò quello spogliatoio con te?
I giocatori rispettavano pure me, è chiaro io ero un allenatore del settore giovanile, ero giovane, più o meno avevo l'età di una parte dei calciatori, esattamente 30 anni, quindi mi trattavano un po' come un compagno di squadra minore. Però diciamo che loro poi quando si trattava di lavorare erano seri, facevano i tedeschi. Un giorno ci fu un episodio spartiacque. Lothar Matthäus chiamò a raccolta i suoi compagni e disse loro: "A questo ragazzo da oggi lo chiamate Mister, ok?". Così fu. Lothar era un vero leader, c’era anche Papin in quella squadra, veniva dal Milan e parlava italiano, ma non tedesco. Erano due Palloni d’Oro e con entrambi ebbi un ottimo rapporto.

Giovanni Trapattoni, Massimo Morales e Klaus Augenthaler (foto Morales).
Giovanni Trapattoni, Massimo Morales e Klaus Augenthaler (foto Morales).

Fu un bel momento quello vissuto con Matthäus, in poche parole i calciatori del Bayern dovevano rispettarti per quello che eri.
Lothar stava sempre con me, io gli facevo fare un allenamento specifico. Poi ti dico una cosa che può sembrare banale, ma non lo è: chi è un campione non lo è soltanto per quello che fa in campo, lo è anche per la persona che è, questo vale per tutti. Lui in un certo senso mi sdoganò, poi mi sono guadagnato sul campo il rispetto di calciatori come Scholl, Kahn e anche Jorginho, che pochi mesi prima divenne campione del mondo con il Brasile.

Quanto è cambiato il Bayern dai tuoi tempi a oggi? Prima a gestirlo c'erano miti del club come Beckenbauer, Hoeness, Rummenigge, il compianto Gerd Muller.
Se oggi è una società di questo livello lo si deve a quegli ex calciatori che hanno costruito e seminato. Il calcio sta cambiando velocemente. Ora hanno un allenatore, non perché è un grande allenatore, ma perché riesce a comunicare con questi ragazzi. Perché questa è la scelta di Kompany. Lui ha dimostrato di essere bravo, ma gli imputo una cosa: non è riuscito a dare ordine alla fase difensiva. Un allenatore che in due anni non ci riesce ha un problema: o dipende dalla mentalità o è perché non lo sa fare. Hanno vinto il campionato sì, realizzando oltre 100 gol, ma come ben sai il Bayern vuole vincere la Champions. Quindi nessuno arriva a tre anni su quella panchina senza quel trofeo.

Poi sei transitato dal Milan, hai conosciuto Berlusconi che aveva voluto incontrarti per proporti anche qualcosa extra calcio. È vero?
Si, lui mi convocò ad Arcore. Mi prelevarono e mi portarono da lui perché voleva parlare di calcio, ma subito dopo mi fece capire che gli interessavo anche per cose extra calcistiche. Era entrato in politica da poco e mi teneva sotto osservazione.

Qual era il ruolo che ti voleva affidare Berlusconi?
Lui mi parlò di cosa mi avrebbe fatto fare esattamente. So che alcuni esponenti del partito di Milano gli avevano parlato bene di me e tramite alcuni suoi uomini fidati arrivai lì. Partimmo parlando dello scouting dei calciatori e del lavoro. Rimasi con il Presidente a parlare anche di temi politici. Facemmo una passeggiata, parlammo dei giocatori, dell’allenatore del futuro. Loro avevano preso Zaccheroni, lui non era molto convinto. Poi mi disse: "Sai cosa stiamo mettendo in piedi, ciò che stiamo facendo. Sei un ragazzo brillante, parli tante lingue. Potresti fare qualcosa di bello con noi".

Insomma, stava andando tutto bene. Però tu rifiuti.
Sì. L’idea di stare tutto il giorno con giacca e cravatta, dalla mattina alla sera ed entrare in quel giro, anche no. Non faceva per me. Magari sarei diventato anche un ministro. chi lo può sapere. Ma dissi di no. Mi defilai e non ci furono altri incontri.

Lasciasti il Milan e passasti al Ghana, dove hai lavorato con tutte le nazionali giovanili.
Tornai in Ghana per la seconda volta. Ripensandoci adesso. Lascio il Milan e vado in Ghana può sembrare una cosa folle, no? Mi faccio convincere da Domenico Ricci, un procuratore che ora non c’è più purtroppo. E dopo aver allenato una squadra di club passo alla nazionale con Dossena capo allenatore che aveva anche la responsabilità delle squadre giovanili.

Dal Milan al Ghana dove hai vissuto grandi avventure.
Abbiamo vinto la Coppa d’Africa Under 20, giocando in casa, e ci qualificammo per il Mondiale Under 20 che si giocò in Nigeria. Arrivammo non ricordo se ai quarti o agli ottavi, perdemmo ai rigori con la Spagna, che vinse la coppa con Casillas e Iniesta. Avemmo anche la responsabilità dell’Under 23 che era di fatto la nazionale olimpica, ma non riuscimmo a qualificarci. In quel caso il cammino fu un po' complicato.

Cosa successe?
Diciamo che c’era qualche calciatore un po’ più grande in rosa e noi non lo sapevamo. Solo dopo scoprimmo che in rosa c'erano giocatori di 25, 27 o 28 anni tra i nostri Under 20, questa cosa l'ho scritta anche nel libro. Ne beccammo un paio e ovviamente li abbiamo esclusi subiti. Accadde tutto quando eravamo in ritiro in Italia, arrivò un fax della FIFA che ci comunicò che c’erano tre calciatori dell’Under 20 che in realtà avevano 27 o 28 anni e andavano tolti. Ricordo bene quel momento. Eravamo in ritiro a Venezia, dove all’epoca c’era come direttore Beppe Marotta. Avevo collaborato con lui, e in società c’era anche Gianni Di Marizio che ricordo con affetto.

Morales sulla panchina del Ghana in coppia con Beppe Dossena (foto Morales).
Morales sulla panchina del Ghana in coppia con Beppe Dossena (foto Morales).

E così avete tolto dalla vostra Under 20 calciatori che non avevano quell’età?
Arrivò il fax della della FIFA mentre eravamo in albergo e il segretario della federazione ci informò. Noi eravamo lì, in quest'albergo di Mestre, per un periodo di allenamenti intensi, giocammo anche un'amichevole con l'Udinese e una con il Venezia di Novellino. Il segretario della federazione con questo fax tra le mani dice: "Guardate, hanno beccato questi giocatori nella lista".

Al di là di questo, hai altri ricordi particolari rispetto alla tua vita in Ghana?
Una volta ci hanno aggrediti in Camerun e quella è stata una delle cose più scioccanti della mia vita. Ma considera che durante la mia prima esperienza in Africa ho avuto un incidente stradale. Siamo finiti con la macchina direttamente in un fiume e ci stavo lasciando le penne. Quello fu il motivo per cui lasciai l'Africa la prima volta.

Un incidente terrificante.
Non lo dimenticherò mai. C’erano le vacanze di Natale, il mio autista mi stava portando all’aeroporto di Accra, era mattina presto, dovevo prendere l’aereo per tornare in Europa: lui si addormentò al volante, uscimmo di strada e ce la cavammo per un pelo.

Invece in Camerun cosa accadde?
Con il Ghana Under 20 andammo a giocare in Camerun. Quando scendemmo dal nostro bus ci assaltarono prima di andare in albergo. Ci bloccarono all'aeroporto di Douala. Saltammo sul bus e quasi scappando andammo in hotel, dove ci chiusero dentro. Mi salvò la la sorella di Rigobert Song, lo ricordi? Era venuta in albergo per salutarci. Staccarono la luce, furono momenti veramente concitati. Lei mi prese con sé, mi guardo e mi disse: "Ci penso io". E risolse la situazione.

Ci voleva un bel coraggio.
No, vabbè, ma sai, erano altri tempi, poi c’era lo spirito di avventura, la voglia di allenare, la voglia di girare, la voglia di viaggiare. I ragazzi di oggi stanno a casa, si mettono le cuffiette. Noi eravamo gente di Far West. Perché sai, uno che cresce a pietrate, a Casoria o a San Pietro a Patierno o a Secondigliano, non può aver paura di andare in Africa ad allenare. In un certo senso eravamo dei pionieri. Non era come adesso che ti fanno ponti d’oro per allenare in Arabia Saudita. Poi devi considerare anche un'altra cosa, che chi come me era un giovane allenatore ma non aveva fatto il calciatore doveva accettare tutto. Se nascevo vent'anni dopo adesso magari allenavo direttamente il Chelsea.

In Europa hai girato molto: a un certo punto sei stato in Ungheria, Svizzera e di nuovo in Olanda.
Ho allenato la Honved ed è stato fantastico. Giocavamo nello stadio in cui era stato protagonista Puskas. Ora hanno rimodernato tutto anche lì, pure i centri d'allenamento, purtroppo solo in Italia siamo rimasti all'età della pietra. Per quanto riguarda l'Olanda devo dire che c'è stata un'involuzione, perché l'Olanda che ho conosciuto io era quella dei grandi club e dei grandi giocatori. Il campionato era competitivo davvero con squadra d’elite e giocatori di altissimo livello, quando allenai c'era un bomber come van Nistelrooy. Ora il campionato se n’è sceso parecchio. Però la mentalità è sempre offensiva.

Invece negli Stati Uniti com’è andata?
Avevo da sempre tanta voglia di andare lì e accettai la proposta del Daytona. Quando andai il terreno era ancora fertile per lavorare. Non riuscì ad arrivare nell’MLS, ma accettai l’USL, che è una lega minore. Pensai di fare questa esperienza perché la squadra era in Florida. Le cose sono andate bene. Ho trovato atleti molto forti fisicamente e atleticamente, perché allenavo ragazzi che venivano dal college quindi già formati, ragazzi intelligenti che studiavano anche. Mi sono trovato ad allenare ragazzi volitivi a cui piaceva il calcio. Ragazzi appassionati che giocavano con piacere anche se su molti campi di erba sintetica, quelli con le linee del football americano.

Massimo Morales ha allenato letteralmente in tutto il mondo: dalla Germania all'Olanda, passando per Ungheria, Ghana e Stati Uniti.
Massimo Morales ha allenato letteralmente in tutto il mondo: dalla Germania all'Olanda, passando per Ungheria, Ghana e Stati Uniti.

In mezzo hai trovato anche la vittoria di un campionato in Repubblica Ceca. 
Sì, in Repubblica Ceca vincemmo il campionato e andammo in massima serie con il Pribram. Arrivai a metà stagione ottenemmo la promozione e poi anche la salvezza. Pure quella è stata una bella esperienza, perché all'epoca il campionato ceco si giocava con Slavia Praga e Sparta Praga che erano anche in campo in Champions. Oggi purtroppo è più complicato per squadre di altri campionati giocare e battere squadre dei cinque principali campionati europei, alla fine anche nel calcio c’è stata la gentrificazione.

Dove vivi adesso?
Io vivo a Monaco di Baviera, sempre. Ormai sono più di 30 anni che sto qui. Si vive bene a Monaco. Questa è una delle città con la migliore la qualità della vita, posso dire che è veramente molto elevata sotto tutti i punti di vista.

Hai lavorato con Trapattoni, Tabarez e Sacchi ed hai un rapporto di amicizia con Ancelotti. Hai letto che Paolo Sorrentino sta girando un documentario su di lui? Considerata anche la tua vita avventurosa hai mai pensato a una cosa del genere anche per te?
Ma magari, credo che potremmo fare una bella sceneggiatura. Insomma, lui conosce Sorrentino e io conosco a Servillo che è di Caserta, anche se è tanto che non lo sento. Non so se sarà possibile, ma sarebbe interessante perché di cose da raccontare ce ne sarebbero.

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