Lorenzo Casini: “Al calcio italiano non mancano le idee, ma la capacità di trasformarle in decisioni”

Il calcio italiano continua a interrogarsi sul proprio futuro, sospeso tra la nostalgia di un passato glorioso e la difficoltà di costruire un nuovo modello competitivo. La terza mancata qualificazione ai Mondiali ha riaperto un dibattito che ciclicamente torna a occupare il centro della scena, ma che troppo spesso si esaurisce senza produrre cambiamenti concreti. Lorenzo Casini, giurista, rettore della Scuola IMT Alti Studi di Lucca e presidente della Lega Serie A dal marzo 2022 al dicembre 2024, prova ad andare oltre l'emergenza con il libro "Quel che resta del calcio. Miti e speranze dello sport più amato dagli italiani" edito da Il Mulino.
Per Fanpage.it affronta i nodi strutturali del sistema: una governance che fatica a decidere, infrastrutture obsolete, conti sempre più fragili, un settore giovanile che disperde talento e una cultura sportiva che deve ritrovare capacità di visione. Ne emerge un'analisi lucida, maturata attraverso oltre vent'anni di studi e quasi tre anni vissuti ai vertici della Serie A, con uno sguardo rivolto non alle polemiche del momento, ma alle riforme necessarie perché il calcio italiano possa davvero tornare protagonista.
Professore, lei è rettore di un'Università e ha alle spalle l'esperienza da presidente della Lega Serie A. Perché ha sentito il bisogno di scrivere "Quel che resta del calcio. Miti e speranze dello sport più amato dagli italiani"?
"Il libro nasce da tempo, per due ragioni. La prima è che lo sport e il diritto dello sport sono da sempre uno dei miei principali ambiti di studio. Ho svolto attività di ricerca, sono stato giudice sportivo per tanti anni e poi presidente della Lega Serie A. La seconda ragione nasce proprio da quell'ultima esperienza: durante la mia presidenza stavamo aggiornando un documento programmatico di proposte di riforma elaborato nel dicembre 2022 e rivisto nel febbraio 2024; concluso il mandato, ho sentito il bisogno di approfondire ulteriormente quei temi e restituire a un pubblico più ampio ciò che avevo visto e vissuto all'interno delle istituzioni sportive. Il libro era stato programmato con l'editore più di un anno prima dell'uscita, prevista in coincidenza con i Mondiali. Nessuno allora immaginava la terza mancata qualificazione dell'Italia, ma il titolo era già quello perché i problemi che cerco di evidenziare sono lì da molti anni e purtroppo non si è fatto abbastanza per risolverli".

Nel libro lei scrive che il problema del calcio italiano non è tanto la mancanza di idee quanto l'incapacità di trasformarle in decisioni. Qual è la riforma che avrebbe voluto vedere realizzata?
"Ce ne sono due. La prima riguarda il peso della Serie A all'interno del sistema federale. Nel luglio 2024 siamo sì riusciti a ottenere un cambiamento importante, aumentando il peso della Lega Serie A, grazie anche alla collaborazione con la Serie B e alla disponibilità della Serie C. Purtroppo non è ancora sufficiente. La Serie A rappresenta il principale motore economico del calcio italiano e contribuisce in modo determinante al sostegno dell'intero sistema, anche attraverso il 10% dei proventi dei diritti audiovisivi destinati alla federazione. È naturale che debba avere una rappresentanza adeguata. La seconda riguarda invece la struttura stessa della Lega Serie A, che rispetto alle grandi leghe europee resta ancora molto arretrata dal punto di vista organizzativo".
Quanto pesa la scarsa rappresentanza della Serie A nelle decisioni federali?
"Molto. Per lungo tempo la Serie A aveva un ruolo guida, anche nella scelta della presidenza federale. Poi quel sistema è cambiato e oggi, semplicemente, i numeri non consentono alla Serie A di incidere come dovrebbe sulle decisioni che riguardano tutto il movimento. Non è l'unica causa delle difficoltà del calcio italiano, né ovviamente spiega da sola i problemi della Nazionale o del settore giovanile, ma dal punto di vista della governance è sicuramente un tema importante. Negli altri paesi il sistema delle percentuali può essere diverso, ma esiste una cultura istituzionale che riconosce il ruolo guida della massima serie e del professionismo. In Italia questo riconoscimento manca e purtroppo la Lega nazionale dilettanti ha smesso da tempo di funzionare davvero a beneficio del sistema".
Entrando nelle istituzioni del calcio, c’è qualcosa che l’ha sorpresa?
"Mi aspettavo un sistema molto più strutturato sotto il profilo organizzativo, commerciale e industriale. Nel libro faccio molti esempi. Ne cito uno: quando arrivai in Lega Serie A scoprii che non esisteva ancora un modello pienamente aggiornato di adeguamento al decreto legislativo 231 per l'organizzazione delle imprese. Francamente fu una triste sorpresa che una realtà chiamata a negoziare contratti da un miliardo di euro l’anno poggiasse su basi giuridiche così primitive. Come ho detto più volte, nel sistema del calcio italiano ho riscontrato la compresenza di inefficienze proprie del settore pubblico unite all’arbitrio proprio del settore privato".

Lei sostiene che la Federazione controlli troppo e coordini troppo poco. Quale sarebbe il modello ideale?
"Le funzioni dovrebbero essere molto più distinte e i poteri maggiormente separati. La Serie A dovrebbe avere maggiore autonomia nell'organizzazione del campionato e concentrarsi con strumenti più moderni e competenze più adeguate sulla valorizzazione commerciale del proprio prodotto, seguendo modelli già adottati all’estero. La Federazione, invece, dovrebbe dedicarsi soprattutto al calcio giovanile, ai vivai, ai centri federali e alla crescita dei futuri giocatori della Nazionale. Sotto questo aspetto, l’elezione di Giovanni Malagò, che ha una lunga esperienza istituzionale come Presidente del Coni, dovrebbe assicurare finalmente più equilibrio. Inoltre, è un segnale importante che il nuovo Presidente federale sia stato scelto con convinzione e senza spaccature anche dalla Serie A".
Nel libro fa riferimento ad una Federazione che esercita un potere eccessivo. Nel suo periodo alla guida della Lega ha avuto questa percezione?
"Sì. Nei quasi tre anni della mia esperienza ho visto una Federazione esercitare un potere molto ampio attraverso i controlli finanziari, la giustizia sportiva e il sistema arbitrale. Lo dissi anche in Parlamento, nell’audizione durante l’indagine conoscitiva promossa dal Senato. Sono tutti ambiti che andrebbero riformati. Sul fronte dei controlli economico-finanziari, Governo e Parlamento hanno già mosso i primi passi con l'istituzione della Commissione indipendente per la verifica dell'equilibrio economico e finanziario delle società sportive professionistiche. Anche sulla giustizia sportiva e sul sistema arbitrale servono ulteriori riforme. Gli arbitri dovrebbero essere riconosciuti come professionisti,godendo di una maggiore indipendenza pur restando parte del sistema federale. Un primo passo è stato compiuto nel 2024, con l’eliminazione della componente degli arbitri nel Consiglio federale. Era in effetti una situazione anomala che gli arbitri partecipassero all'elezione del presidente federale".
Il calcio continua a perdere miliardi e negli ultimi anni il sistema ha accumulato perdite enormi. Perché i club continuano a comportarsi come se fosse un problema temporaneo?
"Perché il modello economico del calcio è costruito in modo molto particolare, come gli studiosi della c.d. Calcionomics hanno mostrato da tempo. La principale voce di spesa è rappresentata dagli stipendi dei calciatori e, se si vuole competere per vincere, è inevitabile investire sempre di più in salari. Il risultato è che il 70% – se non di più – delle spese finisce nei salari, proprio mentre le entrate restano molto aleatorie. Basta mancare una qualificazione alle coppe europee perché il bilancio subisca un contraccolpo molto importante. Per questo il rischio di chiudere in perdita rimane sempre elevato e diventa inevitabile l'intervento degli azionisti attraverso continui aumenti di capitale".

È vero che non esiste un solo modello di proprietà e quanto accade nel calcio a livello globale lo dimostra ma l'arrivo dei fondi d'investimento è la strada giusta per la Serie A?
"Non esiste un solo modello vincente. La forza della Serie A è proprio nella varietà delle proprietà. C'è il modello del presidente-imprenditore italiano, penso a Urbano Cairo, Aurelio De Laurentiis o Claudio Lotito, che portano esperienza, continuità e una visione di lungo periodo. C'è poi il proprietario straniero, come era Rocco Commisso alla Fiorentina, che investe direttamente nel club. Infine, ci sono i fondi d'investimento, che seguono logiche finanziarie diverse e di tipo speculativo. Il rischio è che acquistino una società, investano in calciatori per poter vincere e aumentarne il valore e poi la rivendano. È un'operazione perfettamente legittima, che può anche portare risorse importanti. L'aspetto decisivo è però che gli investimenti dovrebbero sempre riguardare anche infrastrutture, centri sportivi e sviluppo del club, non soltanto la squadra. Se dopo alcuni anni il club viene ceduto, deve restare una società più forte e più competitiva anche come patrimonio e non solo come palmares".
Cambiamo rotta. Lei dedica un intero capitolo, il primo del libro, alle infrastrutture. Perché l'Italia continua a essere così indietro?
"Le cause sono molteplici. Ci sono rigidità burocratiche, norme stratificate, proprietà pubblica degli impianti e una cultura che continua a vedere lo stadio come un problema anziché come una risorsa. All'estero uno stadio moderno è un luogo che vive sette giorni su sette, ospita eventi, concerti, attività commerciali. Da noi continua a essere percepito soprattutto come fonte di traffico, rumore e disagi. Per questo gli stadi della Serie A devono essere considerati vere infrastrutture strategiche e avere procedure autorizzative più snelle: su questo il Ministro Abodi sta operando bene e speriamo di vedere presto i primi risultati in vista di Euro 2032. Quando si osservano impianti come il Santiago Bernabéu o il Tottenham Hotspur Stadium si comprende immediatamente quanto sia ampio il divario che ci separa dalle migliori realtà europee".
Un altro tema delicato sono i diritti tv. Lo spezzatino continua a essere il modello migliore?
"All'inizio aveva una logica molto chiara. Distribuire le partite in orari diversi significava aumentare la visibilità del prodotto e moltiplicare gli spazi pubblicitari, con un incremento degli introiti. Oggi però il contesto è cambiato. Alcune squadre avevano giustamente chiesto analisi economiche aggiornate per capire se quel modello producesse ancora gli stessi benefici, ma purtroppo quelle analisi non sono mai state realizzate. Nel frattempo, sono cambiate anche le abitudini del pubblico. Le nuove generazioni fanno sempre più fatica a seguire novanta minuti consecutivi di una partita e questo impone una riflessione. Si potrebbe pensare a una maggiore contemporaneità degli incontri e al ritorno di un canale che permetta di seguire più partite insieme. Un prodotto del genere potrebbe creare nuovi spazi pubblicitari di valore elevato e rispondere meglio ai consumi delle nuove generazioni. Bisognerebbe poi lavorare sulle regole del gioco, come del resto il lavoro portato avanti da Pierluigi Collina sta già cercando di fare, per esempio per contrastare le perdite di tempo".

Oggi il vero concorrente della Serie A è la Premier League oppure Netflix, TikTok e il cambiamento delle abitudini dei giovani?
"Non solo, ovviamente, ma sicuramente è uno dei fattori. La Premier League, per esempio, ha sempre avuto il coraggio di proteggere alcune partite ogni turno, che non vengono trasmesse in televisione e possono essere viste solo allo stadio. È una scelta che dimostra una precisa visione sul valore dell'esperienza dal vivo. Anche la Liga ci ha distanziati enormemente nella valorizzazione internazionale del prodotto. I diritti audiovisivi della Serie A all'estero continuano a essere sottovalutati anche rispetto alla Bundesliga. Pensare che oggi, in molte parti del mondo, ci siano più persone interessate al campionato tedesco che a quello italiano fa riflettere. Il problema non è la storia della Serie A, su cui non abbiamo forse uguali. Il problema è l’assenza di capacità di innovare, trasformarsi e organizzarsi meglio".
La sensazione che è il nostro movimento, a più livelli, viva e si crogioli di una nostalgia del calcio che fu. Quanto pesa il confronto con il glorioso passato del nostro calcio?
"Pesa molto. I dati mostrano chiaramente che la Serie A ha iniziato a perdere terreno già dai primi anni Duemila, sotto tutti gli aspetti: salari dei calciatori, competitività internazionale, vittorie nelle coppe, numero di palloni d’oro vinti. Ci troviamo così a convivere con due immagini diverse. Da una parte c'è la storia: quattro Mondiali vinti, i grandi campioni, il campionato più bello del mondo. Dall'altra c'è una realtà in cui le nostre squadre vincono molto meno, i bambini indossano sempre più spesso le maglie di club stranieri e il nostro ruolo internazionale si è ridotto. Recuperare questo divario richiederà uno sforzo collettivo enorme e certamente non si risolverà in pochi anni".
Parliamo un po’ di campo professore. L’Italia resta un paese fonte di talenti e il settore giovanile continua a produrre buoni risultati con le Nazionali Under, ma poi qualcosa si interrompe. Perché?
"Sì, l'Italia continua a essere un paese fonte. Abbiamo ancora una base enorme di bambini e ragazzi che vogliono giocare a calcio. La FIGC conta oltre un milione di tesserati. Il problema è che a un certo punto questo enorme bacino si restringe improvvisamente. Le cause sono molte. Sono scomparsi tanti luoghi dove un tempo nascevano spontaneamente i talenti: gli oratori, i campetti di quartiere, il calcio di strada. Poi c'è il costo delle scuole calcio, che rappresenta un ostacolo per molte famiglie. Infine, c'è anche un problema tecnico: si vuole vincere troppo presto. La tattica arriva prima della tecnica. I bambini avrebbero bisogno soprattutto di istruttori e formatori, non di allenatori. Le Nazionali giovanili italiane vincono perché sono organizzate tatticamente meglio delle altre, ma la tecnica si costruisce nei primi anni e, se manca quella base, poi è molto difficile recuperarla".
Che cosa dovrebbe fare la Federazione?
"La Federazione, come istituzione, dovrebbe ricucire quello strappo che oggi esiste tra la grande base dei praticanti e il calcio professionistico. È lì che si crea il vero collo di bottiglia. Per questo servono investimenti sui centri federali, sulla formazione degli istruttori e su un percorso più continuo verso le Nazionali. Il nuovo Presidente Malagò ha già fornito dichiarazioni in questa direzione. Inoltre, l’arrivo di Paolo Maldini come direttore tecnico FIGC e la scelta di Leonardo come Advisor lasciano ben sperare: sono professionisti che hanno mostrato grandi competenze anche fuori dal campo e dotati di una forte legittimazione carismatica".

Le Under 23 rappresentano la strada giusta?
"Sono sicuramente un'opportunità in più. Consentono ai club di Serie A di costruire una propria ‘cantera' e di far giocare i giovani in un campionato competitivo come la Serie C. Ma non possono essere l'unica soluzione. Devono convivere con un sistema efficace di prestiti, che permetta ai ragazzi di misurarsi anche con ambienti diversi e con realtà che vivono il calcio in maniera molto intensa. In ogni caso, nel libro racconto come anche in questo caso la Federazione è stata più un ostacolo che un sostenitore delle seconde squadre, una iniziativa nata grazie all’intuizione di Albertini e Costacurta e che poi la Serie A è riuscita a migliorare nel periodo 2022-2024 principalmente grazie alla sua tenacia e alla buona volontà dei Presidenti di Lega Pro Ghirelli prima e Marani poi".
Quanto ha inciso l’abolizione del vincolo sportivo?
"Molto. Il vincolo consentiva alle società di programmare il lavoro sui giovani e di proteggerli da operazioni troppo aggressive sul mercato. La sua abolizione ha indebolito soprattutto quei club che investono nella formazione. Non a caso società come l'Atalanta hanno espresso più volte forti perplessità su questa scelta".
Nel libro la parola "cultura" ricorre continuamente. È davvero questo il nodo principale?
"Sì. Il libro è costruito attorno a tre concetti chiave: infrastrutture, risorse e cultura. La cultura è la sfida più difficile. Significa considerare il calcio anche come uno strumento educativo e formativo. Significa sviluppare una cultura manageriale più moderna nelle istituzioni sportive. E significa anche recuperare una cultura istituzionale che, fino a oggi, è mancata troppo spesso. In quegli anni mi ha colpito per esempio vedere una certa difficoltà e una forma di imbarazzo, da parte di alcuni dirigenti sportivi, nel dialogare in modo costruttivo con le istituzioni pubbliche. In passato dirigenti come Carraro o Matarrese avevano una naturale capacità di muoversi dentro le istituzioni. Oggi questa competenza si è in parte persa, talvolta perfino nelle istituzioni pubbliche, debbo dire".
Nel calcio italiano l'ego rischia spesso di prevalere sull'interesse generale?
"Le istituzioni devono sempre collaborare. Lo spirito agonistico appartiene al campo, non ai rapporti istituzionali. A volte la sensazione è che la competizione sportiva si trasferisca anche fuori dal terreno di gioco. Ma quando si rappresentano delle istituzioni bisogna ragionare nell'interesse del sistema, non delle singole posizioni. Però, ripeto, queste considerazioni appartengono a un periodo preciso, di cui sono stato testimone diretto. Il nuovo corso che dovrà ricostruire il calcio italiano mi sembra che, per fortuna, presenti tratti diversi e chi guida oggi la Federazione ha comprovate capacità e attitudine al dialogo istituzionale".
Che cosa le ha lasciato, sul piano personale, l'esperienza da presidente della Lega Serie A?
"È stata un'esperienza molto bella e a tutto tondo. Sono grato ai club di Serie A per avermi dato questa opportunità. Per un giurista che studia le pubbliche amministrazioni, e le istituzioni e i modelli organizzativi in genere, poter vivere dall'interno uno dei comparti industriali più importanti del paese è stata un'occasione unica, i cui insegnamenti sono stati e restano utili per ogni esperienza successiva, inclusa quella come rettore".
Se ci risentissimo tra qualche anno e il calcio italiano avesse finalmente imboccato la strada giusta, quale potrebbe essere il titolo di un prossimo libro su questo?
"I titoli sono sempre la parte più difficile. Forse potrebbe essere "Il ritorno del calcio italiano"? Sarebbe bello poter raccontare un sistema che è riuscito finalmente a ritrovare la capacità di innovare, crescere ed essere competitivo nel mondo. Quando ero bambino, all’estero, dall’Egitto alla Turchia sino agli Stati Uniti, a noi italiani dicevano subito "Paolo Rossi!": ecco, sarebbe bello tornare a quei tempi, quando l’Italia era la nazionale da battere, la Serie A e i suoi giocatori erano noti in tutto il mondo e le maglie delle nostre squadre erano le più ambite".