Le ultime parole di Maradona al suo massaggiatore prima di morire: “Non voglio più niente. Basta”

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Nicolas Taffarel ha raccontato in tribunale gli ultimi giorni di vita dell’ex Pibe de Oro. “Avvisai tutti perché temevo il peggio”, il processo è alle battute conclusive.

La testimonianza di Nicolas Taffarel fa accapponare la pelle. Racconta delle ultime settimane di vita di Diego Armando Maradona, descrive una figura che dell'ex Pibe de Oro ha più nulla: un uomo abbandonato al proprio destino, stanco, gonfio per la malattia e i farmaci, in condizioni psicologiche gravemente compromesse, con tremori alle mani e difficoltà cognitive, debilitato a tal punto da non farcela nemmeno più ad alzarsi dal letto o a mangiare. D1os sembrava attendere che la morte arrivasse e lo prendesse sotto braccio per portarlo via. E questa volta per davvero, dopo averla sfiorata in altre occasioni per malori improvvisi. L'udienza del processo per il decesso dell'ex campione argentino è stata scandita dalle dichiarazioni del massaggiatore dinanzi al Tribunale penale numero 7 di San Isidro. "Avvisai tutti perché temevo il peggio", è una delle frasi rese al magistrato. Poi ce n'è un'altra che raccoglie le ultime parole dell'ex calciatore e mette addosso profonda tristezza. Fa riferimento al dialogo avuto il 24 novembre 2020, il giorno prima del decesso "Gli dissi: Dai Diez… alziamoci, prendiamo qualcosa. Mi rispose: Non più voglio niente, Taffita. Basta".

Il massaggiatore: "Diego era sempre più gonfio"

Taffarel, che si occupava quotidianamente di Maradona durante il ricovero domiciliare nella casa di Tigre, ha ricostruito davanti ai giudici in quale stato versasse l'ex giocatore dopo aver subito l'intervento alla testa per la rimozione dell'ematoma subdurale nel 2020. "All'inizio aveva ritrovato un po' di vitalità, ma continuava ad avere grandi difficoltà a camminare. Aveva già un edema alla gamba destra". Non ci fu mai alcun miglioramento. Anzi, il quadro clinico dell'ex Pibe si aggravò col passare dei giorni: il suo corpo stava cedendo un po' alla volta. "Nell'ultimo periodo non si alzava più dal letto. Non voleva mangiare, non voleva cambiarsi né lavarsi. Non voleva nemmeno che gli facessi i massaggi. Le gambe erano sempre più gonfie e l'edema non diminuiva, anzi peggiorava".

Al massaggiatore venne subito il sospetto che Maradona non stesse assumendo diuretici. Ne ebbe conferma quando chiese agli infermieri quali farmaci ci fossero nella tabella giornaliera. "Mi risposero che erano stati sospesi. Non so da chi". Secondo la sua deposizione, il gonfiore si sarebbe poi esteso anche alle braccia e al volto, la preoccupazione per quel decadimento progressivo indussero Taffarel a contattare ripetutamente il medico personale, Leopoldo Luque.

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I messaggi a Luque: "Rimase immobile per 26 ore"

Durante l'udienza, il pubblico ministero Patricio Ferrari ha mostrato alla Corte messaggi vocali e conversazioni inviate da Taffarel a Luque nei giorni precedenti alla morte di Maradona. Il quadro emerso da quelle conversazioni è desolante: "estremamente gonfio", "occhi completamente tumefatti" e "era rimasto sdraiato per 26 ore, non riusciva a muoversi dal letto" sono i punti salienti della deposizione sulle condizioni dell'ex Pibe. E secondo il massaggiatore, Luque non avrebbe reagito con tempestività a quelle osservazioni limitandosi a una spiegazione superficiale: "Mi disse che stava attraversando un momento particolare dopo aver smesso di bere e che il gonfiore sarebbe diminuito quando si fosse alzato. Ma non accadde: peggiorava ogni giorno".

L'allarme per un edema polmonare: "Avvisai tutti, temevo il peggio"

Uno dei passaggi più forti e toccanti della deposizione riguarda il timore che Maradona potesse sviluppare un edema polmonare. "Eravamo nel pieno della pandemia Covid e lessi delle complicazioni legate ai polmoni. Così avvisai Verónica Ojeda, Maxi Pomargo e Jonhy Espósito di fare attenzione perché poteva succedere… Mi dissero che avrebbero parlato con Luque". Fu l'ennesima frase dal quale il massaggiatore ebbe conferma di una sensazione: "Gli facevo presente tutto quello che vedevo, ma non ho mai visto un intervento concreto né una soluzione rapida… i medici mi dicevano di stare tranquillo, che sarebbe passato tutto".

Le ultime parole dell'ex Pibe: "Non voglio più niente"

La mattina del 24 novembre 2020 è stata l'ultima volta che Taffarel vide Maradona ancora vivo. Come sempre, entrò nella stanza e provò a convincerlo ad alzarsi dal letto. Lo scambio di battute è commovente. "Gli dissi: "Dai Diez, alziamoci, prendiamo qualcosa". La risposta fu brevissima e quando il massaggiatore la rende pubblica in udienza è sopraffatto dall'emozione. "Mi disse: "Non voglio più niente, Taffita. Basta. Gli chiesi: Basta cosa?. Mi rispose: "Niente, basta. Furono le ultime parole che mi disse".

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Cosa sappiamo sul processo per la morte di Maradona

Il processo in corso davanti al Tribunale numero 7 di San Isidro è il secondo sulla morte di Diego Armando Maradona, dopo l'annullamento del primo dibattimento nel 2025 a causa dello scandalo che coinvolse una delle giudici.

Sette imputati. I componenti dello staff medico sanitario sono imputati con l'accusa di omicidio semplice con dolo eventuale, ipotesi di reato che in Argentina prevede pene comprese tra 8 e 25 anni di reclusione. Tra questifigurano il neurochirurgo Leopoldo Luque, la psichiatra Agustina Cosachov, lo psicologo Carlos Díaz, i responsabili del coordinamento sanitario e alcuni infermieri che seguivano il ricovero domiciliare.

La tesi della Procura: grave negligenza. La commissione medica nominata dagli inquirenti definì le cure "inadeguate, deficitarie e temerarie" e sostenne sostenendo che la scelta migliore per l'ex campione sarebbe stato il ricovero in ospedale. Solo così avrebbe avuto maggiori possibilità di sopravvivere.

L'autopsia. Maradona morì il 25 novembre 2020 per un'insufficienza cardiaca acuta associata a edema polmonare, in un quadro di miocardiopatia dilatativa.

A che punto è il processo. È entrato nelle battute finali: si attendono le conclusioni della commissione medica poi ci sarà spazio per le arringhe degli avvocati e arriverà la sentenza di primo grado.

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