30 Novembre 2021
13:28

La nuova vita di Catellani, fermato da un’aritmia: “Potevo essere in Serie A, oggi cresco i giovani”

L’ex attaccante ha appeso gli scarpini al chiodo ad appena 29 anni e oggi è responsabile delle giovanili della Spal: “In altri Paesi forse avrei giocato ancora per qualche anno, ma meglio l’Italia”.
A cura di Beppe Facchini

Andrea Catellani, ex attaccante di Sassuolo, Modena, Reggiana, Carpi, Catania, Spezia ed Entella, ha dovuto appendere gli scarpini al chiodo troppo presto. Ad appena 29 anni, infatti, ha scoperto di avere una aritmia cardiaca incompatibile con il riconoscimento medico di idoneità sportiva necessario per scendere regolarmente in campo. Nell'estate del 2017, quindi, Catellani si è ritirato dal calcio giocato, ma senza allontanarsi definitivamente dal mondo del pallone: prima si è messo a studiare per diventare direttore sportivo, chiudendo il percorso formativo con 110 e lode e una borsa di studio, poi si è lanciato in una nuova avventura. E dopo le prime esperienze con Entella e Chievo, oggi è responsabile del settore giovanile della Spal. Fanpage.it lo ha incontrato nel suo ufficio di Ferrara per una chiacchierata che comincia dal 21 dicembre 2011, una domenica indimenticabile: quella del primo (e unico) goal in Serie A, decisivo per fissare il 3-3 nel match Parma-Catania. "Il primo gol in Serie A è qualcosa sicuramente di indimenticabile -racconta Catellani, cresciuto alle porte di Reggio Emilia col sogno di diventare un professionista -. Oltretutto giocavamo a pochi passi da dove sono nato, con tanti amici e tutta la mia famiglia sugli spalti: è un grande ricordo, anche se lì per lì non penso di essermela goduta appieno. La carriera da calciatore corre veloce e spesso ci si dimentica di dedicare il giusto tempo a certe cose un po' così, passeggere".

Poi cosa è successo nel 2017?
"Come ogni anno mi stavo sottoponendo alle visite mediche estive di idoneità sportiva e immediatamente lo specialista si è accorto che qualcosa non andava dal tracciato cardiaco e da lì a pochi giorni si sono accorti che la situazione era compromessa. Era grave per un discorso di idoneità sportiva, ma non mi avrebbe comunque compromesso, diciamo, la vita quotidiana. È stata subito una doccia fredda, alla quale però non so se per incoscienza, per reazione naturale o per il mio modo di essere, credo di aver reagito subito in maniera positiva. Ho cercato veramente di voltar pagina e di vedere quel momento come una nuova sfida per me, come qualcosa che faceva parte del mio percorso di vita e che, ammetto, ho fin da subito riconosciuto stimolante così come fare il calciatore".

A 29 anni però non sarà stato facile appendere così gli scarpini al chiodo.
"Dico la verità: è stato più facile di quello che uno possa pensare, almeno nel mio caso. Sapevo già da calciatore che a fine carriera avrei voluto fare qualcosa che rimanesse nell'ambito, ma che potesse anche valorizzare le mie qualità umane. Perché pensavo di poterle far valere anche a prescindere dal rettangolo verde. Dal mio punto di vista, inoltre, non è stato difficile perché poi è stato un susseguirsi di avvenimenti, di percorsi di studio, di cose da imparare, di persone da conoscere. E quindi per me è un'esperienza tutt'ora molto bella e non riesco a essere dispiaciuto per aver dovuto smettere. Anzi, dico: sono stato fortunato perché il calcio mi ha dato tanto e mi ha permesso di costruirmi la serenità che ho oggi".

Esattamente qual è stata la diagnosi?
"Aritmia cardiaca. Però è un problema di conduzione, quindi sostanzialmente non è una cosa che ti può portare ad un arresto cardiaco. E questo fin da subito mi ha dato grande serenità, sapere che comunque non avrei rischiato la vita. È ovvio che le cose cambiano: dall'oggi al domani passi dall'essere un atleta professionista, nel mio caso poi particolarmente focalizzato sull'obiettivo e a ottimizzare anche i più semplici dettagli, al doverti ripensare in una maniera completamente diversa, fuori dal campo. E ammetto che in tutto questo anche il percorso lavorativo che si è costruito poi coi fatti mi aiuta tanto. Perché mi ha permesso di non staccare completamente il cordone ombelicale col campo, ma anzi, di poter essere un supporto a tanti ragazzi che si affacciano a questo mondo e che magari vedono in me un confronto vicino. Un confronto che ha vissuto prima di loro, ma non da tanto tempo, la loro stessa storia".

Chi ti è stato più vicino in quei momenti?
"Sono stati giorni molto convulsi. Quando è uscita la notizia mi arrivarono migliaia di messaggi, anche dagli avversari più acerrimi che avevo in campo. Chiaramente mi ha fatto piacere, però l'unica cosa che a me oggi più di tutti rimane è la vicinanza di mia moglie e della mia famiglia. Sono gli affetti più cari quelli che ti permettono ogni giorno di avere il sorriso".

Considerando la tua esperienza, pensi che in Italia si è più attenti alla salute degli atleti rispetto ad altri Paesi?
"Ammetto che mi sono interessato tanto alla mia patologia e in generale a quanto in Italia siamo all'avanguardia. Siamo fortunati, perché nessuna nazione in questo momento lo è sotto l'aspetto dei controlli e di come sono seguiti gli sportivi, specialmente i professionisti, ma anche i dilettanti. Credo che tantissimi casi vengano visti e in altri Stati magari questa attenzione non c'è. Non ultimo il fatto che probabilmente in qualche altro Stato avrei potuto giocare ancora per qualche anno".

Com'è stato il passaggio dal campo alla scrivania?
"L'ho sentito come qualcosa di naturale, un po' perché da calciatore sapevo che avrei voluto fare quello, un po' perché quando ho smesso ho capito che era quello che mi piaceva fare. Ogni giorno ho la fortuna di poter fare qualcosa che mi piace, senza recriminare che tantissimi miei ex compagni stanno ancora giocando. Ammetto che nella sfortuna ho avuto la fortuna fin da subito di trovare quella che considero la mia strada, che mi fa stare bene e che ogni giorno mi stimola a voler imparare, a voler crescere e a voler approfondire qualcosa che sento mio. Credo che avere l'opportunità di fare il lavoro che piace è un privilegio veramente importante".

L'idea di diventare allenatore non ti ha accarezzato per niente?
"Ho fatto quest'anno il corso per un approfondimento personale, ma ho sempre saputo che non avrei voluto allenare. È una cosa che non sentivo mia, anche se da calciatore mi ha sempre affascinato l'idea di poter essere il più completo possibile conoscendo anche le dinamiche dal lato degli allenatori, ma al tempo stesso ho sempre saputo che la figura dirigenziale è quella che mi ha sempre stimolato la curiosità".

Come sta andando questa nuova vita da dirigente?
"Mi sta piacendo molto. Questo lavoro mi permette ogni giorno di svegliarmi con obiettivi nuovi, idee nuove. E poi lavorare coi giovani è tanto stimolante. Prima di fare qualsiasi cosa devi pensarci due volte, perché si ha a che fare con ragazzi per lo più minorenni, che possono interpretare le tue parole in tanti modi, e ammetto che mi appaga. Ogni giorno mi stimola a voler imparare qualcosa di più e trasmettere qualcosa di più agli altri".

E a Ferrara come va?
"Sicuramente arrivando alla Spal ho ereditato una struttura molto organizzata, che ha investito tanto sul settore giovanile e quindi è stato per me facile fin da subito trasmettere le mie idee. C'era comunque un tessuto che aveva cultura sportiva e che sapeva cosa significava investire sul settore giovanile. Sì, i risultati in questo momento sono molto positivi ma non è quello che mi interessa, per me fare il settore giovanile significa far crescere un movimento, far crescere dei ragazzi, formare delle persone e dare una visione. Per me è questo fare settore giovanile. La conseguenza poi siano anche i risultati. Ma l'ultima cosa che voglio è pesare il lavoro dei miei ragazzi, dei miei allenatori in base ai risultati. Sarebbe sbagliato e nel settore giovanile non si può fare".

Un nome di cui potremmo sentir parlare fra qualche anno?
"Abbiamo tanti ragazzi già nel giro delle nazionali e sono certo che potrebbero diventare delle risorse prima di tutto per la prima squadra della Spal. Spendo un nome: Filippo Saiani. È anche un atleta nella testa. E credo che abbia di innato qualcosa che in futuro gli potrà permettere di diventare un grandissimo professionista e un grande uomo".

Ma oggi, 33 anni, dove saresti potuto essere?
"Ho tanti amici e compagni che giocano ancora in Serie A e Serie B e quindi il paragone mi viene naturale. E sono anche loro a dirmelo. Probabilmente, con l'evoluzione che stavo avendo come calciatore e come uomo sicuramente la mia carriera era ancora in crescita nonostante l'età e quindi magari avevo l'ambizione comunque di riaffacciarmi in Serie A. Però ritengo che nella vita le cose succedono e uno deve essere bravo a conquistarsi quella Serie A in altri modi. Ok, da una parte ci può essere rammarico perché magari in questo momento sarei come calciatore ancora ad un livello importante, però dico anche che sto vivendo un'esperienza che forse a livello umano mi sta dando ancora di più. Quindi ritengo di essere contento, di essere un privilegiato e di poter dire che veramente nella mia vita sono stato comunque fortunato".

Ultima domanda: ne abbiamo parlato tanto, ma il nostro è un Paese per giovani calciatori?
"L'Italia è un Paese all'avanguardia a livello mondiale. Io sento troppo pessimismo, però abbiamo un grandissimo movimento. Credo che se facciamo paragoni col passato sbagliamo, perché sono modi, tempi e costumi diversi rispetto al passato e non possiamo pretendere che i ragazzi di oggi siano quelli che eravamo noi 20 anni fa. Però sono certo che c'è una grande cultura di investimento sullo sport, che magari in questo momento si manifesta in maniera diversa, ma io sono sicuro che il movimento italiano sia in grande rilancio e che avremo nei prossimi 20 anni di nuovo l'Italia sotto tutti gli aspetti all'avanguardia, a livello sportivo. Ne sono sicuro. È una positività che sento. E mi piacerebbe esserne sempre più partecipe".

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