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Ivano Bonetti: “Luca Vialli vive con me, ci parlo ogni giorno. Pochi mi avrebbero difeso come fece lui”

Ivano Bonetti si racconta a Fanpage.it in un lungo viaggio, dagli anni indimenticabili con Vialli e Mancini alla Sampdoria all’esperienza da allenatore-giocatore in Scozia, dalla Juventus agli aneddoti di un calcio che non esiste più: “Oggi vedo soldatini tutti uguali, senza libertà”.
A cura di Sergio Stanco
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Ivano Bonetti può essere definito il Cristoforo Colombo del calcio, l’esploratore di latitudini sconosciute negli Anni ‘80 e ‘90. L’ex giocatore, tra le altre, di Juve, Genoa e Sampdoria, nel Mondo del Pallone (come ancora gli piace definirlo) ha fatto di tutto: dal calciatore, all’allenatore, passando dal curioso ruolo di allenatore-giocatore, fino al dirigente. Oggi, aiuta i ragazzi a “scegliere”. Se guardiamo indietro, però, ha una romantica storia da raccontare, con protagonisti indimenticabili come Platini e Vialli, ma anche aneddoti unici. Come quando, al Grimsby, l’allenatore gli ruppe lo zigomo con un piatto di alette di pollo o, ancora, i pescatori-tifosi del piccolo borgo inglese fecero la “colletta” per garantire la sua permanenza anche grazie alla “pizza Bonetti”, fino ad arrivare all’esperienza in Scozia, quando al Dundee riuscì a portare niente di meno che Caniggia. E, allora, come si diceva proprio in quegli anni… buttate il telecomando e mettetevi comodi per questo viaggio indietro nel tempo.

Ivano, il tuo era un altro calcio, ma se dovessi scegliere una fotografia che lo rappresenta al meglio, quale momento sceglieresti?
“Ce ne sono davvero troppe: me e mio fratello (Dario, anche lui giocatore di Serie A – tre le altre – nella Juve e nel Milan, n.d.r.) che giochiamo a calcio dappertutto e con qualsiasi cosa, la Samp dei miei compagni “matti”, Platini sdraiato in mezzo al campo nella finale della Coppa Intercontinentale di Tokyo, fino ai bellissimi ricordi di Grimsby e Dundee…”.

Allora, andiamo per gradi: raccontaci l’infanzia…
“Avevamo solo il pallone e pensavamo solo a quello. Eravamo tre fratelli, abbiamo giocato tutti a calcio. Io e Dario siamo arrivati fino alla Serie A. L’unico ad essere stato accompagnato agli allenamenti è stato Mario, il maggiore, ma solo perché da Brescia doveva andare fino a Bergamo. Io e Dario ce la siamo sbrigata da soli fin da piccolissimi. Mario era probabilmente anche il più forte, ma ha smesso perché a 19 anni si è rotto il crociato e ai tempi per un infortunio così non c’era cura. Mio papà faceva il camionista, quando poteva andava a prenderlo a Bergamo. Io mio padre lo ricordo solo vagamente sugli spalti delle partite delle giovanili. Quando sono arrivato in A, invece, non è più venuto. Aveva fatto il suo, mi aveva accompagnato fino a quando ne avevo avuto bisogno, poi mi ha lasciato camminare con le mie gambe”.

Altri tempi, se pensiamo ai ragazzi di oggi…
“Il problema non sono i ragazzi, i tempi cambiano e bisogna adattarsi. A me sembra che siano gli adulti a fare danni, in campo e fuori: li reprimiamo. Li trattiamo come bambini fuori dal campo e come adulti in campo. E, così facendo, sbagliamo due volte. Vedo soldatini tutti uguali, non lasciamo la libertà di potersi esprimere, non possiamo e non dobbiamo soffocarne l’estro. Penso a Liberali del Catanzaro o a quando Mancini aveva convocato Pafundi: se riconosci il talento, ci devi investire nel modo giusto, che non è quello di incastrarlo, ma – piuttosto – di metterlo nelle condizioni di sprigionare la sua fantasia. Di recente Platini ha detto: “Non so perché i giocatori di fantasia finiscano sulla fascia, chiedetelo agli allenatori che ce li mettono”. Ecco, io spero solo che questo tipo di calciatori finisca nelle mani di allenatori che sappiano valorizzarli, senza ingabbiarli”.

Chi è il più bravo a farlo oggi?
“Mi piace Gasperini, che si arrabbia quando – anziché andare avanti – i suoi giocatori tornano indietro. E, poi, è uno che accetta – e cerca – l’uno contro uno, che spinge i suoi al limite nei duelli individuali. E, soprattutto, incoraggia il dribbling, senza paura di perdere palla. Se succede, riattacca subito. Mi ricorda il mitico Boskov, che diceva: “Se oggi vinciamo sei duelli, perdiamo. Se ne vinciamo sette, pareggiamo. Se ne vinciamo otto, vinciamo”. Tradotto: se otto dei nostri giocano meglio di otto dei loro, si vince. Il calcio è una roba semplice, invece oggi vedo solo partite lente, brutte e tutte uguali. Dopo dieci minuti, mi addormento”.

Bonetti è stato allenatore–giocatore al Dundee in Scozia.
Bonetti è stato allenatore–giocatore al Dundee in Scozia.

Tu al Dundee, dal 2000 al 2002 hai fatto addirittura l’allenatore-giocatore, un ruolo che probabilmente i più giovani non sapevano neanche fosse esistito: che esperienza è stata?
“Bellissima, perché abbiamo ottenuto anche ottimi risultati. Giocare a allenare contemporaneamente, non era un problema. Anzi, dal campo hai una visuale privilegiata, perché senti come va la partita e, poi, hai il vice in panchina che può aiutarti a dare le indicazioni. Gli allenamenti, invece, erano più difficili, perché dovevi sia dirigere, che fare gli esercizi. E lì, sinceramente, mi incartavo (sorride, n.d.r.)”.

Sei stato un precursore per i tempi, andando a giocare all’estero molto prima di altri tuoi colleghi: per altro, in Inghilterra, anche se non era la Premier League di oggi…
“No, non lo era. Poi, all’inizio  sono andato al Grimsby, una squadra di un paese di pescatori, che ai tempi giocava in B. Sono arrivato lì e mi hanno accolto come un Re. A fine stagione hanno fatto addirittura la colletta per tenermi. Mi adoravano”.

Tutti a parte l’allenatore…
“Si è romanzato: è successo che in un momento concitato nello spogliatoio, ha lanciato un piatto pieno di alette di pollo. Pensa un po’ che tempi, negli spogliatoi succedeva anche quello (sorride, n.d.r.). E quel piatto mi ha colpito (causandogli la frattura dello zigomo, n.d.r.). Ma non ce l’aveva con me nello specifico, è stato un incidente. In Inghilterra ho passato anni stupendi, fare il manager al Dundee è stata una delle esperienze più belle nel calcio. Facevo tutto io: giocavo, allenavo, sceglievo i calciatori, gestivo il budget. I giocatori sapevano chi comandava, non come oggi che – se non giocano – mandano il procuratore a piangere da Tizio o Caio….”.

Cosa ti manca di quel calcio?
“Sembra assurdo, ma a me mancano i campi spelacchiati, quelli con la pozzanghera nell’area piccola, hai presente? Noi a fine allenamento facevamo i tuffi (ride, n.d.r.). Oggi sono tutti bellissimi, con l’erba perfetta, gli stadi belli, ma è tutto senz’anima. Ti sarà capitato di vedere la fotografia dell’ultima partita di Platini, di lui che scende le scale del Comunale, dietro di c’è un muro di cemento vecchio, scarabocchiato. È un’immagine bellissima. Mi manca quel calcio lì, anche quelle scarpate che non potevi non dargliela perché se no andava in porta. Ricordo quante botte ho dato a Maradona? Ma lui si rialzava e non diceva nulla. Tu riconoscevi il suo talento e lui sapeva che non avevamo altro modo per fermarlo. Oggi è tutto più noioso, più distante. Noi quando finiva la partita, uscivamo dallo stadio a piedi, scambiavamo due chiacchiere con i tifosi. Oggi sono tutte star”.

Per Ivano Bonetti una tappa importante anche nella Juventus.
Per Ivano Bonetti una tappa importante anche nella Juventus.

Tu hai vinto due scudetti (uno con la Juve 1985/1986 e uno con la Sampdoria 1990/1991), una Coppa Intercontinentale (Juve 1985) e una Supercoppa (Samp 1991): avresti anche potuto tirartela un po’…
“E ho perso una finale di Coppa dei Campioni che ancora mi si stringe il cuore quando ci ripenso (Sampdoria sconfitta 1-0 a Wembley contro il Barcellona il 20 maggio 1992, n.d.r.). È successo perché sapevamo che sarebbe stata l’ultima partita di Gianluca (Vialli, n.d.r.) con noi. Eravamo un gruppo troppo unito, quella cosa ci ha distrutto”.

Quella Samp, però, ha compiuto il “miracolo” di vincere lo Scudetto nella stagione precedente…
“Miracolo fino ad un certo punto, perché era una squadra che da tempo stava facendo bene e che stava costruendo il suo successo mattoncino dopo mattoncino. Nulla nel calcio è casuale. Noi ci abbiamo sempre creduto, tanto che alla seconda giornata abbiamo fatto una scommessa: in caso di vittoria del campionato, ci saremmo tinti i capelli biondo platino. Tutti tranne Lombardo, che per ovvie ragioni avrebbe dovuto portare la parrucca per una settimana (sorride, n.d.r.). Poi se l’è messa solo per le interviste, ma è stato fantastico. Alla fine di quella partita Attilio davanti alle telecamere disse: “Il miracolo non è che abbiamo vinto lo Scudetto, ma che mi sono spuntati i capelli”. Comunque Cerezo biondo non si poteva davvero vedere. Vierchowood, che era un “perfettino”, si è dovuto mettere l’orecchino e Mancio, invece, che guai a toccargli la sua chioma, si è rasato a zero. Eravamo matti veri (ride, n.d.r.)”.

Si dice che il gruppo fosse il segreto di quella squadra: è davvero così?
“È riduttivo. Certo, eravamo un bellissimo gruppo, molto unito. Si scherzava sempre, ma a volte sono volate anche le sedie. Eravamo tutti tosti, con personalità. Potevamo ridere fino a un minuto prima dell’inizio della partita, ma quando l’arbitro fischiava non ce n’era per nessuno. Eravamo convinti, cattivi, determinati. C’era gente come Mancini, Vialli, Vierchowood, Cerezo, lo stesso Boskov. Quei risultati non sono arrivati per caso”.

A proposito di scherzi, pare che ci andaste parecchio pesante: qual è il primo che ti viene in mente?
“Eh sì, li studiavamo bene (ride, n.d.r.). Ricordo una volta che eravamo in vacanza in Sardegna ed eravamo fuori in barca. Gianluca doveva rientrare per andare a fare la finale di un torneo di tennis in un resort della zona, lo aspettavano tutti, incluso Garrone, con il quale avrebbe dovuto giocare. Noi abbiamo spostato l’orario di tutti gli orologi e quindi lo abbiamo fatto arrivare in ritardo. Lui, però, non capiva perché il pubblico mugugnasse e perché gli organizzatori lo trattassero con freddezza. Va a fare un po’ di riscaldamento e la gente sbuffava. Lui ci guardava e diceva: “Ma questi cosa vogliono?”. Stava provando la battuta e ad un certo punto si blocca. Mi guarda, viene verso di me e mi fa: “Che ora è?”. Io non riesco a trattenermi dal ridere. “Pezzi di m…, dopo facciamo i conti”. Non ce l’ha mai perdonata (ride, n.d.r.)”.

Ivano Bonetti con gli ex Sampdoria a Marassi per ricordare Vialli.
Ivano Bonetti con gli ex Sampdoria a Marassi per ricordare Vialli.

Vialli meriterebbe un’intervista a parte, ma se dovessi chiederti un episodio che lo racconta meglio in campo e fuori?
“In campo era un campione e un leader nato. Nella mia vita non ho mai visto una coppia più affiatata di quella composta da lui e Mancini. Si capivano davvero senza nemmeno guardarsi, uno partiva e l’altro faceva andare la palla. Poesia. Ma a me manca il Gianluca uomo, quello che era Capitano anche senza fascia. Quando ero alla Sampdoria, abitavo davanti a Caricola, difensore del Genoa. E capitava di frequentarci. La notizia aveva cominciato a circolare e i tifosi non l’avevano presa bene. Lui era in silenzio stampa dopo Italia ‘90, non voleva più parlare con la stampa, ma per me fece un’eccezione: “Lasciate stare Ivano, giudicatelo per quello che fa in campo, fuori fa quello che vuole”. È stato un gesto importante, in pochi si sarebbero messi contro la tifoseria per difendere un compagno”.

È lì che è nato il vostro rapporto che, per altro, dura ancora oggi?
“Gianluca vive con me, sento la sua presenza, ci parlo ogni giorno. Con i compagni di una vita abbiamo fatto magliette, braccialetti, eventi per ricordarlo con il sorriso, proprio come avrebbe voluto lui. Il nostro rapporto l’abbiamo costruito negli anni, in campo, nello spogliatoio, ma soprattutto fuori. La squadra dei miei ragazzi ha uno slogan: “I have a dream… to be a number 9”. L’ho dedicato a lui, abbiamo anche le magliette, le indossiamo sempre a fine partita. Hanno un elettrocardiogramma con i colori della Samp che arriva fino al cuore, dove ho messo il suo numero, il 9. Ce le chiedono tutti”.

Allora raccontaci un episodio che ti strappa ancora il sorriso…
“Una volta, rientravo da un infortunio, ero piuttosto teso, non riuscivo a scrollarmi di dosso la paura. Nello spogliatoio mi ero portato i mignon di whisky e prima della partita ho fatto due sorsi. Gianluca mi ha beccato e mi fa: “Ma cosa fai? Sei matto”. Entriamo in campo e faccio un gol bellissimo. All’intervallo viene da me: “Ne hai ancora un po’?”. E siamo scoppiati a ridere. La cosa bella è che ha fatto due sorsi per davvero e nel secondo tempo ha segnato pure lui (ride, n.d.r.)”.

È un caso che l’ultimo successo dell’Italia sia arrivato grazie a Vialli e Mancini?
“Vialli, Mancini e mezza di quella Sampdoria. E, no, non è un caso, è solo un cerchio che si è chiuso. A Wembley avevamo perso quella maledetta finale, quella contro l’Inghilterra era una partita che non si poteva perdere, c’era un’energia speciale. Era destino. In quell’abbraccio a fine partita, c’eravamo tutti noi”.

È giusto concedere un’altra occasione a Mancio sulla panchina dell’Italia?
“Non entro nel merito di discorsi extra-calcistici, io dico solo che quel ruolo non è per tutti. Bisogna avere conoscenze, competenze e personalità. Roberto ha già dimostrato di averne da vendere. L’Europeo l’abbiamo vinto perché lui e Gianluca sono riusciti a creare un gruppo, un’identità e una mentalità vincente. Lui in questo è bravissimo. E questo è quello di cui, oggi, abbiamo bisogno. Fosse per me, non avrei alcun dubbio, è l’uomo giusto al momento giusto”.

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