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Germano Lanzoni, speaker del Milan: “Sono dislessico e l’ho scoperto a 50 anni. Seedorf mi stupì”

Da oltre vent’anni è il timbro che accompagna le notti del Milan: tra teatro, errori memorabili e brividi mai svaniti, Germano Lanzoni racconta a Fanpage.it, per la rubrica ‘Vita da Speaker’, cosa significa dare voce a uno stadio. Un viaggio dentro il mestiere dello speaker, tra ritualità, cambiamenti e un’emozione che resta sempre nuova.
A cura di Vito Lamorte
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C’è una voce che, prima ancora del fischio d’inizio, accende San Siro. Una voce che non si limita ad annunciare, ma prepara, accompagna, amplifica. È quella di Germano Lanzoni, da oltre vent’anni speaker del Milan e interprete di un ruolo sospeso tra teatro e sport, tra rito e spettacolo. Dietro quei pochi minuti in cui tutto deve essere perfetto — senza possibilità di errore, senza appello — c’è un lavoro invisibile fatto di preparazione, ascolto e responsabilità. Ma soprattutto c’è un’idea precisa: lo stadio come ultimo grande rito collettivo, un luogo in cui migliaia di persone condividono la stessa emozione.

A Fanpage.it, per la rubrica ‘Vita da Speaker', Germano Lanzoni ripercorre la trasformazione del mestiere di speaker, dagli anni in cui si annunciavano solo i cognomi a oggi, tra pre-show, intrattenimento e pubblico globale. E lo fa senza mai perdere il punto centrale: quella scarica di adrenalina che, dopo più di vent’anni, gli fa ancora tremare la mano quando prende il microfono.

Da quanto tempo è speaker del Milan?
"Sono almeno 26 anni. Credo però che il vero cambio nella nostra professione lo abbia portato Carlo Zampa. È stato il primo a rompere l’istituzionalità. Quando sono arrivato io, lo speaker storico di San Siro era lì da quarant’anni: diceva solo i cognomi, senza numeri e senza interazione con il pubblico. Io arrivavo dalla radio, facevo il frontman degli eventi RDS e, grazie a una partnership con il Milan, mi sono ritrovato in questo contesto straordinario. Per me lo stadio è l’ultimo rito laico collettivo. Venendo dal teatro, è come stare nel Globe Theatre di Shakespeare: lo speaker è un prologo, prepara a una tragedia o a una commedia, a seconda del risultato".

Ha subito portato uno stile diverso?
"Sì, anche per questo ho scelto di stare in mezzo al campo: era un ribaltamento totale rispetto al palco. Abbiamo iniziato a introdurre elementi nuovi, come la musica e una maggiore interazione. Io ho sempre rispettato molto la lettura della formazione avversaria: va detta bene, chiara. Perché più l’avversario è forte, più la vittoria è importante. Il mio obiettivo è sempre stato teatralizzare l’evento, prima ancora che spettacolarizzarlo".

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Oggi quanto è cambiato il ruolo dello speaker?
"Tantissimo. Oggi il pre-partita dura anche due ore, è diventato intrattenimento vero e proprio. All’inizio, ad esempio, dicevo solo numero, nome e cognome, con il boato dello stadio. Il coinvolgimento del pubblico è arrivato qualche anno dopo, intorno al 2005. Ricordo anche che in quegli anni sperimentavamo molto: un giornale scrisse di me parlando di ‘tamarro Gegio', perché stavamo rompendo il rituale classico".

Come si prepara prima di una partita?
"Oggi c’è un team al Milan. Il lavoro parte giorni prima, con riunioni e scalette. Io arrivo allo stadio 3-4 ore prima del match. La formazione arriva circa un’ora e mezza prima: lì faccio il check sulle pronunce. Tra l’altro sono dislessico, l’ho scoperto a 50 anni. Ho sviluppato un metodo: sillabo i cognomi e poi riesco a leggerli fluidamente. È un lavoro in cui non è concesso errore. Non hai tempo di recuperare, non puoi dire ‘scusate'".

Si concede mai improvvisazione?
"Più che improvvisazione, è personalizzazione. Non posso cambiare registro o inserire la mia anima comica: il mio lavoro è al servizio del club. Però su alcune parti, come gli ospiti o i momenti più colloquiali, posso mettere qualcosa di mio, rispettando sempre contenuti e contesto".

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Qual è stato il momento più bello recente?
"Direi i derby. Ma i picchi emotivi sono sempre i gol, soprattutto quelli inattesi. E poi c’è un momento speciale: quando lancio il coro ‘forza lotta'. È una connessione con tutto lo stadio.Perché la vera voce è il tifo, non lo speaker".

E nei suoi 20 anni, un ricordo indelebile?
"Tantissimi. Il primo anno vincemmo la Champions 2003, quindi direi che sono stato anche fortunato. Uno dei momenti più forti è Milan-Manchester United 3-0 nel 2007: pioggia, atmosfera incredibile, sembrava che tutti gli dèi fossero lì. A livello personale, invece, il saluto di Clarence Seedorf: interruppe il riscaldamento per venirmi a salutare. Un gesto che mi colpì molto".

Ha mai fatto errori memorabili?
"Eccome (ride, ndr). Nel 2005 chiamai Alberto Gilardino ‘Alessandro'. Due gol quella partita… e per due giorni, a un evento, tutti i tifosi mi ricordavano l’errore. Poi arrivò un signore che mi disse: ‘Chiamalo Alessandro, così segna!'. E lì ho capito tutto del rapporto con i tifosi".

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Che rapporto ha con loro?
"È un privilegio. Non puoi piacere a tutti, ma quando in città ti fermano e ti salutano con “Forza Milan”, è un dono. Da un paio d’anni facciamo anche il ‘giro del papa': salutiamo le tribune, leggiamo striscioni, facciamo foto. È un contatto diretto, bellissimo".

Il calcio oggi è più “evento” che tifo?
"È cambiato, sì. Ma c’è sempre il tifoso e la passione al centro. Certo, oggi il calcio è anche un prodotto globale, ma l’appartenenza resta il cuore".

C’è un Milan che avrebbe voluto raccontare?
"Sì: il Milan di Sacchi e quello di Capello. Avrei voluto annunciare nomi come Van Basten o Baresi".

Dopo tanti anni, cosa la emoziona ancora?
"La fiducia. Quando prendo il microfono, ho ancora la tachicardia. A volte mi trema la mano. E quando succede, sono felice. Vuol dire che lo straordinario non è ancora diventato ordinario".

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