Fernando Llorente: “Alla Juve l’inizio con Conte è stato molto duro. A Firenze volevano ammazzarci”

Fernando Llorente si racconta a Fanpage.it: “Le finali perse fanno ancora male, ma non cambierei nulla. Alla Juve ero tra leggende, oggi mi godo i figli e il padel”.
A cura di Redazione Sport
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di Ada Cotugno e Ilaria Mondillo

Fernando Llorente si è fatto strada nel calcio europeo con il sogno di giocare per l'Athletic Bilbao, ma con la sua eleganza e il talento è arrivato dove mai avrebbe immaginato. È diventato un simbolo non solo in Spagna ma anche in Italia dove ha battuto il record di punti con la Juventus e ha vinto la Coppa Italia con il Napoli, segnando gol pesanti e cucendo legami che si porta dietro ancora oggi. Il suo percorso lo ha portato a giocare negli stadi più importanti e in esclusiva a Fanpage.it ha raccontato il suo viaggio fatto di scelte coraggiose, grandi allenatori come Bielsa e Conte, di sconfitte ma soprattutto di successi che gli hanno permesso di coronare il sogno che aveva da bambino.

Nando, se oggi dovessi descrivere Fernando Llorente a un bambino che sogna di fare l'attaccante, come lo descriveresti?
"Un ragazzo che fin da bambino ha sognato di essere un calciatore, che ha lottato tantissimo per poter arrivare ad alti livelli".

Ti ricordi che cosa hai comprato con il tuo primo stipendio all'Athletic Club?
"Mi ricordo che ho comprato una macchina a mio papà. Sì, è una delle prime cose che ho fatto. I miei genitori hanno fatto sacrifici per me, non tanto con i soldi, ma mi hanno lasciato andare a 11 anni. Sono partito per Bilbao ed è stato duro per loro, non so se lascerei andare mio figlio a 11 anni. Anche per me è stato difficile, i primi due anni sono andato da una famiglia che mi ha dato il benvenuto molto bene e infatti sono stato sempre molto legato a loro, li ringrazio perché mi hanno aiutato. Ho avuto anche fortuna perché sono arrivato nel mio miglior momento, ho lasciato il segno".

Sei cresciuto nell'Athletic Bilbao, una squadra unica al mondo molto legata al territorio. Cosa significa per un ragazzo avere il peso di quella maglia addosso?
"È un club storico, molto speciale con una con una filosofia unica perché prende solo giocatori baschi. Fin da piccolo volevo sempre giocare a Bilbao: avevo uno zio, fratello di mio padre, che era in sedia a rotelle da anni, ha avuto una malattia non comune, era tifoso dell'Athletic perché aveva fatto il servizio militare a Bilbao. Mi ha sempre trasmesso questo amore, quando sono venuti a prendermi non avevo dubbi".

C'è stato un momento nel tuo percorso dove hai capito di essere diventato grande?
"Non all'inizio. Ho debuttato a metà di una stagione che è stata molto bella, ma poi sono arrivati due anni difficili dove abbiamo lottato per non retrocedere. Gli allenatori avevano più fiducia nei giocatori con più esperienza e non c'era spazio per i giovani. Al terzo anno in prima squadra è arrivato Joaquín Caparrós, un allenatore che dava molta fiducia ai giovani e ha creduto in me, mi ha dato la possibilità di giocare. Il primo anno con lui ho segnato 14 gol in campionato, 20 in totale e ogni anno miglioravo. È anche stato il periodo della prima convocazione con la Spagna, a 25 anni sono stato convocato per i Mondiali che poi abbiamo vinto, è stato un periodo incredibile della mia carriera".

Sei stato allenato da Bielsa, una delle icone del nostro calcio. Com'è stato lavorare con lui?
"Dopo i quattro anni con Caparrós è arrivato Marcelo Bielsa e il primo anno con lui è stato incredibile. Eravamo in forma, abbiamo fatto la finale di Europa League e di Coppa del Re. Eravamo la squadra più bella da vedere in Europa per il nostro calcio, vincevamo contro squadre come Manchester United, Sporting, Schalke 04, abbiamo vissuto momenti veramente belli. Ma poi le cose non sono finite bene: abbiamo perso le due finali. quella di Europa League contro l'Atletico de Madrid e quella di Coppa contro il Barcellona di Messi, Neymar, Xavi e Iniesta, contro di loro ho perso cinque finali. Avevo già un peso importante nella squadra e sentivo la responsabilità, è stato duro. Poi ho vissuto tante cose belle come le vittorie con la Juve e con la Spagna, conoscere altri paesi, imparare altre lingue, sono state esperienze molto belle".

Ma è vero che una volta Bielsa ti ha cacciato dall'allenamento davanti a tutti?
"Si è vero. È successo dopo l'anno in cui abbiamo perso le due finali. Da un anno e mezzo stavo parlando con la squadra per rinnovare il contratto, poi le cose non sono andate bene e ho detto che non avrei firmato. La società invece di vendermi e prendere i soldi ha deciso di tenermi lì senza giocare tutto l'anno. Non giocavo mai e se stavamo perdendo una partita, alla fine gli ultimi minuti mi metteva in campo. Ma io mi allenavo sempre bene, davo il massimo. Era un allenatore che se non pensavi le cose come le pensava lui allora non andava bene. Io gli dicevo quando le cose non andavano bene, ma è stato solo un episodio".

In quel momento difficile avresti mai pensato di finire in una squadra come la Juve?
"Non avevo mai pensato di andare via dell'Athletic Bilbao perché era la mia squadra del cuore. Ma alla fine quando senti che non ti trattano bene è così, è arrivata la Juve e come fai a dire di no a una squadra come la Juve? Soprattutto dopo tutto quello che era successo. Alla Juve c'era Antonio Conte, è stato molto difficile all'inizio con lui. Ci faceva allenare tantissimo, non ero abituato. Ricordo che sono arrivato bene, mi ero preparato alla grande. Non ero abituato a fare i giri che fanno le grandi squadre, tipo negli Stati Uniti o in Asia perché guadagnano tanto, ma stancano tantissimo, sono molto duri per i giocatori".

Fernando Llorente ha vestito la maglia della Juventus dal 2013 al 2015
Fernando Llorente ha vestito la maglia della Juventus dal 2013 al 2015

Com'è stato l'impatto con la Juve?
"Il ritiro è stato duro, un momento dove sono calato fisicamente e mentalmente. Il mio rendimento è andato giù e ho avuto bisogno di un po' di tempo. In questo senso Conte mi ha aiutato tantissimo. La Juve faceva una cosa buona che penso si debba fare sempre: per i giocatori che non giocano 90 minuti in campionato facevano portare delle squadre di Serie D o di Eccellenza al campo di allenamento per farli giocare. Queste partite mi hanno aiutato tantissimo, ho avuto l'opportunità e ne ho approfittato. La prima stagione è stata incredibile perché abbiamo fatto il record di 102 punti in Serie A, il gioco di Conte era perfetto per me perché voleva un attaccante fisico che viene incontro, tiene la palla e aiuta la squadra a uscire come faccio io. Il calcio italiano è difficile, le squadre sono tattiche in difesa, si chiudevano con noi".

Qual è stata la partita che ti ha colpito di più a livello di atmosfera?
"Firenze, quando arrivavamo lì ti volevano ammazzare, i tifosi non ci volevano. Una volta c'era mio fratello allo stadio per guardare la partita, ha esultato quando abbiamo segnato il gol e la gente lo voleva ammazzare. Era stata una partita difficile perché stavamo vincendo 2-0 nel primo tempo ma abbiamo perso 4-2. Quando hanno ribaltato il risultato hanno detto di tutto alla mia famiglia, è uno dei campi più caldi e ci volevano male".

Lo spogliatoio della Juve era pieno di leggende. Con chi hai legato di più? E chi ti ha messo più timore?
"Ero nello spogliatoio con giocatori che imponevano tantissimo, di un livello altissimo e che quando parlavano stavamo tutti zitti. Dovevamo essere sempre pronti per vincere. C'era Buffon, un grande capitano nello spogliatoio, Chiellini, giocatori da cui imparare con un'esperienza incredibile. Anche Andrea Pirlo che non parlava molto, ma nei momenti importanti si faceva sentire, come lo stesso Conte. Io avevo un bel rapporto con tutti per il mio modo di essere. Ero più legato a Marchisio, Lichtsteiner, Chiellini. Anche con Pogba che era il mio compagno di camera".

Llorente e Chiellini ai tempi della Juventus
Llorente e Chiellini ai tempi della Juventus

Che rapporto avevi con Pogba?
"Lui era più giovane, in quel momento ero più vicino agli altri per età e per esperienza. Pogba era un ragazzino con un potenziale pazzesco ma che aveva tante cose da imparare, ma in quell'epoca è riuscito a dare il meglio. Sono stati degli anni bellissimi, poi è vero che ha fatto più fatica quando è andato in Premier League, secondo me non doveva andarci".

Con Tevez e Morata invece?
"Con loro c'è il fatto che parliamo tutti spagnolo, quello ci ha aiutato a capirci meglio. Con Tevez ci siamo sempre trovati molto bene giocando perché è un giocatore molto furbo e intelligente, il mio modo di giocare lo aiutava tanto. Gli lasciavo tanti palloni per fare gol, anche Conte ci aiutava molto con il suo gioco. Ci allenavamo insieme e questo ci aiutava nel rapporto, a conoscerci meglio in campo, facevamo dei momenti automatici e ci aiutavamo. Morata invece era molto giovane quando è arrivato alla Juve, era la sua prima esperienza fuori da Madrid e ho cercato di aiutarlo perché alla fine anch'io sono stato giovane".

Morata ha detto che sei stato fondamentale per la sua crescita.
"Ho cercato di stargli vicino e aiutarlo in ogni cosa. Avevamo un grandissimo rapporto ed era la parte più difficile, perché alla fine eravamo tutti e due attaccanti ed eravamo in concorrenza, lottavamo per un posto. Il nostro rapporto era una cosa difficile da trovare nel calcio. Alla fine tutti vogliono giocare, ci sono tanti giocatori che fanno di tutto per prevalere".

Las peras de Rincon de Soto. Ma è vero che le hai portate a Torino per farle mangiare ai tuoi compagni?
"È un prodotto molto speciale proprio del mio paesino, molto conosciuto in Spagna, era una roba che dovevano assaggiare. Così come il prosciutto iberico, lo portavo ai miei compagni perché gli piaceva. Specialmente nel periodo di Natale era fondamentale portare un bel prosciutto".

Hai giocato due finali di Champions, con Juventus e Tottenham. Qual è quella che ti toglie ancora il sonno?
"Tutte e due. Sono stati i momenti più duri della mia carriera, le due finali di Champions e anche quella dell'Athletic Bilbao persa contro l'Atletico Madrid, è stata molto dura".

C'è un momento di quelle partite che ti viene ancora in mente dove avresti fatto diversamente?
"No, perché in tutte e due le finali sono entrato quando mancavano dieci o quindici minuti. Non ho neanche avuto qualche azione che posso rimpiangere o altre. Mi sarebbe piaciuto giocare di più, ma non era facile".

Cosa ti disse Ancelotti per convincerti ad andare al Napoli?
"Carlo non è che deve deve dirti tanto per per convincerti. Alla fine andare a giocare con un allenatore come lui, con la sua esperienza, con quello che ha fatto, uno dei migliori allenatori al mondo, qualunque giocatore andrebbe andrebbe con lui a occhi chiusi. Veramente mi sono trovato molto bene con lui, grande uomo, grande persona e poi grandissimo allenatore. Peccato che lo hanno mandato via troppo presto a Napoli".

Llorente ha vinto la Coppa Italia con il Napoli
Llorente ha vinto la Coppa Italia con il Napoli

Quando sei stato al Napoli era un momento particolare, ma sei riuscito a vincere la Coppa Italia. Che ricordi hai?
"È stato un periodo molto brutto perché è arrivato il Covid. Il fatto di stare fermo tre mesi senza potersi allenare in campo in quel momento mi ha fatto molto male, perché sono grande e stare fermo troppo tempo mi ammazza. Faccio molto più fatica a riprendere forma. E poi mi ha preso molto forte il Covid quando non si sapeva neanche cosa fosse, sono stato in totale 25 giorni fuori senza potermi allenare".

C'è un compagno di squadra con cui hai legato di più al Napoli?
"Con tutti quelli che parlavano spagnolo come Callejon, Fabian, Ospina, Lozano, con loro avevo un grande rapporto. Poi con Di Lorenzo che era il mio compagno in pullman, qualche volta anche in camera. Poi Rrahmani ed Elmas che continuo a sentire. Ho sentito di recente anche Insigne".

C'è stato un club italiano che ti ha cercato con insistenza ma che hai rifiutato?
"Quando ero al Napoli era venuta la Sampdoria a cercarmi. Ma non sono andato perché volevo tornare a Bilbao".

Una maglia che hai scambiato e che non daresti via per niente al mondo?
"Ho scambiato tante maglie belle, prima fra tutte quella di Messi. Ma anche anche Zidane, Ronaldinho, Roberto Carlos, Raul, ho tante grandi maglie".

Tuo fratello per te è sempre stato un po' uno scudo…
"Era uno che mi faceva incazzare tante volte perché mi metteva pressione, ma ci capivamo. Abbiamo sempre avuto un grande rapporto, lui è uno insistente che cercava sempre di farmi migliorare. È bello avere una persona come mio fratello che è stato un po' come se fosse il mio papà. Mi ha sempre seguito fin da piccolo e mi è stato vicino, per me è stato sempre importante".

Qual è il terzo tempo di Llorente? Cosa fai oggi?
"La cosa più importante per me adesso è la famiglia. Cerco di avere più tempo possibile per stare con i miei figli. Poi ho trovato uno sport che è il padel che mi aiuta tantissimo, mi diverso. Sto facendo un po' il talent in tv con Prime Video, imparo anche a stare dall'altra parte da giornalista. Mi sono reso conto che non è per niente facile fare le analisi delle partite e passiamo tanto tempo al freddo a volte, da giocatore correndo non lo senti allo stesso modo".

Se incontrassi te stesso a 10 anni cosa gli diresti?
"Non gli direi niente, ha fatto una grande carriera e non cambierei niente. Alla fine si impara molto di più dalle partite perse, le finali perse ti vengono in mente anche dopo la fine della carriera ed è un peccato, ma è bello perché è tutta la strada che mi ha permesso di arrivare in alto. Non immaginavo di fare questa carriera e di arrivare così lontano, avevo voglia di fare il calciatore e giocare con l'Athletic Bilbao ma ciò che sono riuscito a raggiungere dopo non lo avrei mai immaginato".

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