Non c’è niente di entusiasmante o romantico nelle scene che hanno accompagnato l’attesa di Atalanta-Real Madrid, per come si è vissuta nelle strade di Bergamo attorno allo stadio. Lo sarebbero state, eccome, in qualsiasi altro momento, considerata la portata storica dell’evento per la Dea e la sua tifoseria. Ma non oggi, non dopo un anno di Covid, in un contesto ancora estremamente delicato, tra varianti aggressive e ritardi sul fronte vaccini. Per di più proprio a Bergamo, la città che più di tutte ha sofferto il peso umano dalla prima ondata della pandemia in Italia.

C’è persino qualcosa di sinistro nella coincidenza che a circa dodici mesi di distanza mette insieme gli stessi fattori: una partita di Champions League, l’Atalanta e la sensazione che si stia sottovalutando qualcosa con colpevole leggerezza. Atalanta-Valencia del febbraio 2020 è stata definita da più esperti la “bomba biologica” che ha dato un impulso decisivo alla diffusione del virus a Bergamo e dintorni. Una delle ultime partite disputate con il pubblico sugli spalti in una competizione europea. A posteriori, un grosso errore di valutazione da parte di chi avrebbe avuto informazioni e strumenti per decidere di seguire la strada della ragione e adottare la linea della prudenza.

La stessa prudenza che dovrebbe essere d'obbligo oggi, dopo tutto quello che abbiamo attraversato. Le immagini di Bergamo – come quelle del derby di Milano o di Formello prima di Lazio-Bayern, giusto per restare agli ultimi casi – colpiscono su due piani distinti. Il primo è quello della coscienza collettiva, che per qualche strana ragione talvolta si prende una pausa quando c'è di mezzo una partita di calcio. Come se l'antistadio fosse zona off limits per il Covid e la sciarpa più efficace di una mascherina. E poi sul piano dei controlli, del tutto assenti al cospetto di assembramenti da migliaia di persone, ampiamente e pubblicamente pubblicizzati nei giorni precedenti. Errori visti, rivisti e reiterati.

Come se un anno di Covid non ci avesse insegnato nulla.