La carica virale del contagio da Covid-19 è stata (ed è) devastante soprattutto al Nord. Perché la diffusione del morbo ha avuto (ed ha) queste proporzioni? Perché la curva degli infetti e dei decessi continua a crescere snocciolando cifre spaventose? La fredda logica dei numeri è l'unica (drammatica) certezza in questa bufera capitata in mare aperto. Puoi solo provare a resistere nel frattempo che la tempesta passi. Cosa l'ha scatenata? Nelle ultime ore si è fatta avanti un'altra ipotesi per spiegare (o, almeno, provarci) lo sviluppo della pandemia che ha investito l'Italia e, in particolare, il cuore della Lombardia. A Brescia gli ospedali sono pieni: "Non ce la facciamo più", è il grido di aiuto di medici e infermieri stremati.

Le ultime notizie sull'emergenza Coronavirus e le immagini della colonna di mezzi militari che trasportano salme fuori città fanno di Bergamo (e provincia) l'epicentro della tragedia e del dolore. Un morto ogni mezz'ora, è la media che aggrava il bilancio delle morti di ogni età chiarendo come non sia vero che questo male distrugge solo gli anziani e i più cagionevoli di salute. Perché tutto questo? È la domanda che ronza in testa e tormenta l'anima.

Tra le riflessioni ce n'è una che prende in esame anche la cosiddetta "partita zero". Così è stata definita Atalanta-Valencia, l'andata degli ottavi di finale di Champions League giocata a San Siro il 19 febbraio scorso. Ne è convinto anche il professor Fabiano Di Marco, 46 anni, docente universitario, Primario di pneumologia dell'ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo. La crisi non era ancora esplosa, né il calcio (che lo ha capito molto tardi e obtorto collo) né le istituzioni avevano allora l'esatta percezione del pericolo. Nessuno immaginava cosa sarebbe accaduto in così breve tempo. E oggi il sospetto che il virus abbia usato anche quell'evento come acceleratore è fortissimo anche nelle stanze della Protezione Civile.

Dico la mia. Atalanta-Valencia a San Siro è stata una bomba biologica – ha ammesso nell'intervista al Corriere della Sera -. Quarantamila bergamaschi che hanno viaggiato in pullman, auto, treno.

Al "Meazza" confluirono 45 mila tifosi, tra italiani e iberici: il popolo nerazzurro in carovana verso lo stadio milanese e quello spagnolo in trasferta si ritrovarono, gli uni vicini agli altri, condividendo gli spazi nella Metro, l'area antistante all'impianto, gli abbracci e l'euforia per una vittoria storica, strette di mano e bicchieri di birra (come sottolineato in un articolo del Corriere dello Sport) sfotto' e ci rivediamo al ritorno. Una promiscuità rivelatasi terreno fertile per la proliferazione del Covid-19.