Arnold, il CT dell’Iraq ai Mondiali: “A Baghdad per 8 mesi, schiero i giocatori in base alla lingua”

L'Iraq ha raggiunto la sua seconda qualificazioni ai Mondiali della sua storia grazie anche al lavoro del commissario tecnico Graham Arnold che ha accettato questa avventura sfidando anche il parere della sua famiglia. L'ex allenatore dell'Australia si è immerso nella cultura degli iracheni per capirli e studiare il piano perfetto per loro, centrando il grande obiettivo che lo ha portato a sfidare le migliori nazionali.
Ha già sfidato la Norvegia, poi incontrerà la Francia e infine anche il Senegal in un trittico complicato che porterà i suoi giocatori a sfidarsi con grandi campioni. A L'Equipe ha raccontato il lungo processo per arrivare ai Mondiali cominciando con il trasferimento a Baghdad e la stesura di un programma fatto appositamente per i suoi calciatori che avevano orari diversi rispetto alle precedenti squadre che ha allenato: "Ho vissuto a Baghdad per otto mesi perché volevo capire com'erano come persone, la loro cultura, la loro vita quotidiana. Ho dovuto cambiare il mio modo di fare. Un piccolo esempio: fa un caldo soffocante, circa 45°, 50°, quindi nessuno esce durante il giorno".
Arnold racconta com'è allenare l'Iraq
La chiamata dei Leoni della Mesopotamia è stata improvvisa, ma l'allenatore non ci ha pensato due volte prima di accettare nonostante la sua famiglia fosse contraria: "All'inizio la mia famiglia non mi ha supportato molto e gli amici erano preoccupati per via della percezione dell'Iraq". Ma Arnold ha lasciato l'Australia per imbarcarsi nella nuova avventura, anche se ha dovuto sconvolgere la sua tabella di marcia: "Vanno a dormire verso le 3 del mattino e si alzano alle 11, quindi non li facciamo allenare la mattina. Pregano cinque volte al giorno, quindi non programmiamo l’allenamento durante l’ora della preghiera. Spettava a me imparare da loro. E ciò che mi ha sorpreso di più è stata la loro disciplina".
Il segreto della nazionale però è stato quello di trovare l'incastro perfetto con la lingua: "Circa l'80% parla arabo e questo influisce anche sulle prestazioni in campo. Quando ho iniziato, ho schierato i giocatori migliori in base alle loro posizioni e ai loro punti di forza, ma poi mi sono reso conto che alcuni non parlavano la lingua, quindi non c'era comunicazione. Quello che ho fatto ultimamente è schierare giocatori anglofoni sulla fascia sinistra del campo e arabi su quella destra. E un difensore centrale e un centrocampista centrale che parlano entrambe le lingue, così possiamo comunicare tutti sulla stessa lunghezza d'onda".