C’è stata una “The Last Dance” e questo lo sanno tutto, anche perché la serie tv di Netflix che uscì un anno fa è stato un prodotto mediale capace di cambiare anche la considerazione nei confronti dei documentari sportivi. Ma pensando e parlando non tanto di quei Chicago Bulls, bensì nello specifico di Michael Jordan, c’è stato anche un “The Last Game” che invece conoscono un numero minore di persone e che non sarebbe male approfondire con un altro documentario.

Quando la danza a Chicago finì, Jordan dichiaro senza ombra di dubbio:

“Sono sicuro al 99.9% di non tornare più in NBA”.

Per altre persone quello 0,01% lasciato in sospeso era messo lì più che altro per fare show, per continuare a parlare della sua grandezza e di quella speranza infima nel poterlo rivedere ancora. Michael Jordan invece si mise in tasca quella percentuale quasi inesistente e la riprese in mano qualche anno dopo.
Dall’estate 1998 a quella del 2001, Jordan visse appieno la sua fama, si gustò sicuramente rodendosi il fegato l’NBA del lockout del 1999 vinta da una nuova dinastia nascente, quella dei San Antonio Spurs di Popovich e Duncan, e divenne anche President of Basketball Operations della squadra della capitale, i Washington Wizards, nonché socio della stessa squadra, una delle meno cool di tutta la Lega.

Bisognava far muovere gli animi del pubblico e accendere una luce sulla squadra, ma nel 2000-2001 un roster mediocre arrivò al 14esimo posto nella Eastern Conference. Nel frattempo MJ aveva iniziato ad allenarsi duramente, sapeva farlo solo in quel modo d’altronde. A chi chiedeva il motivo, la risposta era:

“Mi alleno per perder peso, anche se…”

Ancora una volta una sospensione che riaccendeva la speranza. Quando poi iniziò ad allenarsi non più da solo ma con la squadra e l’allenatore Leonard Hamilton fu sostituito da Doug Collins che aveva allenato Jordan e i Chicago Bulls dal 1986 al 1989, allora anche il più distratto capì. MJ stava per tornare davvero.

Il 25 settembre 2001 c’è l’annuncio. Maglia numero 23, nuove Air Jordan XV ai piedi, e stipendio devoluto completamente alle vittime dell’11 settembre. Il botto mediatico per portare i Wizards sulla mappa c’era stato, ora toccava al campo. Prima di quell’inizio c’era stato un segnale che oggi possiamo definire preoccupante. Sempre Jordan, ma nella veste di President of Basketball Operations, prese la decisione di scegliere Kwame Brown come pick 1 del draft del 27 giugno 2001. Non era un anno incredibile per qualità, ma scegliere un giocatore che si dimostrerà più che mediocre invece di pescare Tyson Chanlder, Pau Gasol, Shane Battier, Joe Jonson, per non parlare di scelte estreme fatte da altri come Gerald Wallace o Tony Parker, prometteva abbastanza male.

La squadra con Jordan migliorò ma restò mediocre. Inoltre His Airness giocò solo 60 partite per un problema al ginocchio. I suoi numeri furono sempre all’altezza, 22.9 punti, 5.2 assist e 5.7 rimbalzi di media a partita, considerando anche che stiamo parlando di un 38enne, ma la squadra non riuscì a qualificarsi per i playoff. Le perle anche in questa stagione sono tante. Una fra tutte la partita del 29 dicembre 2001, in cui Jordan segnò 51 punti contro Charlotte Hornets, diventando così il giocatore più anziano nella storia della NBA a superare la soglia dei 50 punti in una partita.

L’anno successivo Jordan dichiarò che la squadra era pronta per accedere ai playoff, anche perché sempre lui aveva puntato su Jerry Stackhouse, che nel 2000-2001 aveva messo a referto 29,8 punti a partita, secondo miglior realizzatore dell'anno dietro ad Allen Iverson (media 31,1) e primo per punti segnati (2.380). Per prenderlo sacrificò il giovanissimo Rip Hamilton, altra scelta che si rivelerà sbagliata, perché Rip già l’anno successivo vincerà il titolo con i Detroit Pistons. Dall’altra lato, Stackhouse di Jordan e di quegli instabili Wizards, più tardi dirà:

“Vorrei non aver mai giocato con MJ, per una serie di ragioni. Innanzitutto ogni cosa passava da Jordan: se voleva che una cosa si facesse in un certo modo, la si faceva così. Coach Collins non riusciva a opporsi, forse quell’anno sulla panchina a Washington gli serviva proprio per fare ammenda di alcuni screzi che aveva avuto con Jordan ai tempi dei Bulls”.

Questa volta MJ gioca 82 partite, con medie sempre ottime di 20.0 punti, 3.8 assist e 6.1 rimbalzi. Il palazzetto di Washington era in sold-out a ogni partita casalinga, negli altri palazzetti furono continue le standing ovation per salutare il miglior cestista della storia (toccante la partita del 16 aprile 2003 giocata nel suo United Center di Chicago), all’All-Star Game Iverson, McGrady e Carter offrono a MJ i loro posti di titolare nello starting-five e i record personali continuano, come quello di essere il più anziano ad aver segnato almeno 40 punti in una partita (43 contro i Nets a 40 anni e 4 giorni). Tutto meraviglioso, ma dopo anni Wes Unseld, al tempo dirigente dei Wizards, ha detto:

“Michael è stato grandioso per molti di noi in questa franchigia, ci ha resi rispettabili sotto tanti punti di vista. Eppure ha avvelenato lo spogliatoio… Sono andato nello spogliatoio e ho chiesto a ogni giocatore se volesse partecipare a un regalo per Jordan in occasione del suo ritiro, per dargli qualcosa di carino. Tutti si sono voltati dall’altra parte. All’unanimità”.

Vivere con Michael Jordan non è mai stato facile. In primo luogo per se stesso, ma forse in maniera ancora maggiore per i suoi compagni di squadra. E se alla fine vinci sempre, sopporti, comprendi, ti adatti. Se invece non vinci, tutto ti risulta più difficile da digerire. Anche nelle difficoltà ovvie per un 40enne e per una squadra mediocre, arriva però quel giorno e tutto si ferma.

16 aprile 2003, First Union Center di Philadelphia, Philadelphia 76ers contro i Washington Wizards. A 2 minuti e 35 secondi dalla fine della partita tutto il palazzetto urla in coro: “We want Mike!”. Doug Collins si rivolge al 23 e dice:

“Devi entrare Mike, anche se non vuoi”.

Si toglie la tuta ed è pronto. Larry Brown, coach di Philly chiama Eric Snow e gli suggerisce:

“Appena entra fagli fallo e mandalo in lunetta”.

Accade subito. Jordan segna un 2 su 2, esce e parte una delle standing ovation più lunghe della storia del gioco. A fine partita Jordan dirà una delle frasi più belle e sentite della sua carriera:

“Non ho mai mancato di rispetto al gioco e il gioco non ha mai mancato di rispetto a me”.

Anche negli errori, nelle debolezze, nelle difficoltà e non solo nelle vittorie e nelle imprese, Michael Jordan è stato il basket.