I Golden State Warriors erano troppo brutti per essere veri, ora tornano a far paura in NBA

7 sconfitte nelle prime 10 partite, poi una serie positiva per tornare in scia Playoffs. Golden State fa di nuovo paura.
A cura di Luca Mazzella

Qualcuno era pronto a celebrare la fine della dinasty: la scelta di guardare al futuro offrendo i rinnovi multimilionari a Jordan Poole e Andrew Wiggins a scapito di Draymond Green, la reazione scomposta dell'ala simbolo assieme a Steph Curry e Klay Thompson dei 4 anelli vinti negli ultimi 10 anni con il famoso pugno rifilato proprio a Poole, il rendimento imbarazzante della second-unit e la fatica di Steve Kerr a costruire la miglior rotazione possibile in virtù dei cambi tra i gregari, con l'addio a Gary Payton II, Otto Porter Jr e Nemanja Bjelica a favore degli ingressi di Donte Divincenzo, Jamychal Green e del definitivo lancio dei giovanissimi Jonathan Kuminga e James Wiseman.

Insomma, dopo le prime 10 partite giocate in stagione, 7 delle quali perse, il funerale dei Golden State Warriors sembrava pronto con grande gioia delle tante contender costruite per raccogliere l'eredità della squadra di San Francisco. Eppure, con piccoli e decisivi accorgimenti, la reazione dei campioni NBA in carica è stata veemente: i Golden State Warriors stanno tornando, o forse sono già definitivamente tornati.

L'orrido 3-7 iniziale, il nervosismo latente tra giocatori e lo staff tecnico, le voci di trade a montare sconfitta dopo sconfitta. Tutta la compattezza di un ambiente storicamente abituato a reggere pressioni e soprattutto a costruire le basi culturali migliori per performare è venuta fuori nelle successive gare, quelle in cui Steph Curry e soci hanno vinto per 9 volte su 13.

Restituendo alla squadra un più dignitoso ottavo posto nella Western Conference, sufficiente per respirare e soprattutto mettere nel mirino il sesto posto che vale la qualificazione diretta ai Playoffs, obiettivo più che realistico viste le 60 partite ancora da giocare e il fisiologico calo di franchigie partite nel migliore dei modi ma destinate a stabilizzarsi a livelli più bassi di quelli mostrati finora. Come ha fatto Golden State a raddrizzare la china dal punto più basso degli ultimi 2 anni, sinistramente simile alla sciagurata stagione 2019-20? Sono state necessarie 3 mosse, oltre a uno Steph Curry spaziale e per ora a livelli vicini se non superiore alla miglior versione vista nel 2015/16, quella dell'MVP all'unanimità.

La bocciatura di James Wiseman

Triste a dirsi, ma l'esperimento James Wiseman per ora è miseramente fallito. Una comprensione del gioco davvero troppo acerba del lungo proveniente dai Memphis Tigers e scelto con la seconda chiamata assoluta del draft 2020 ha costretto Steve Kerr a una decisione drastica, arrivata dopo diverse chance date a classe 2001 che ha tuttavia mostrato limiti caratteriali in primis, ma soprattutto di letture, con posizionamenti errati, mancate rotazioni, una latente pigrizia che ha portato più volte i senatori del gruppo a reazioni scomposte nei suoi confronti.

Se da un lato i Warriors hanno fatto il possibile premiandolo con molti più minuti di quanti ne meritasse a inizio stagione, il trend negativo e i dati allarmanti quando in campo hanno portato lo staff tecnico a bocciare Wiseman, oggi in G-League coi Santa Cruz Warriors, disattendendo gli ordini di scuderia della proprietà che invece sul lungo puntava e probabilmente punta ancora tantissimo. Tuttavia, tutte le contraddizioni di un roster ancora oggi pronto per competere al più alto livello possibile e capace anche di replicare la cavalcata di un anno fa mal si conciliava con ulteriori esperimenti e quindi, superato un primissimo giro di boa, Kerr ha fatto la sua scelta, declassando Wiseman a prospetto ancora da sgrezzare e premiando invece Jonathan Kuminga, la cui verticalità unita ad atletismo e voglia di imparare si sta rivelando preziosa risorsa anche nei finali di partita. Ma non è l'unico accorgimento adottato dal coach pluricampione NBA anche da giocatore.

Le nuove rotazioni

Preso atto della colossale differenza tra starters e second-unit, Kerr come già preannunciato nel filotto di risultati negativi ha stravolto le rotazioni della squadra, sostanzialmente accettando l'idea di non poter rinunciare contemporaneamente ai suoi due migliori uomini, ovvero Steph Curry e Draymond Green, e tenendo quindi in campo il secondo un po' meno nel quarto di apertura, per averlo poi fresco con l'ingresso di alcune riserve, che guidate in difesa e in attacco dal lungo col numero 23 e supportate anche da Andrew Wiggins che con Dray è stato designato come possibile cura dello scarso rendimento di chi subentrava, hanno iniziato a patire meno lo scarto con lo spaventoso rendimento dello starting five (ad oggi il migliore per distacco tra le lineups di 5 giocatori con almeno 200 minuti giocati, con un net rating di +23.0 figlio di un'offensive rating di 130.0 e di un defensive rating di 107.0).

Così facendo, lo stesso Jordan Poole ha ricominciato pian piano a calarsi nuovamente nel congeniale ruolo di sesto uomo di lusso, come testimoniano i 30 punti di questa notte contro i Chicago Bulls appunto in uscita dalla panchina. Al resto, a proposito di giocatori indispensabili, ci ha pensato Green prendendosi come stanotte il palcoscenico, in una gara tutto sommato normale di Steph.

Klay Thompson non ha dimenticato come si gioca

Proprio quando le tante battute d'arresto e una percentuale al tiro difficile da difendere avevano messo spalle al muro Klay Thompson, lo "Splash Brother" negli anni complemento essenziale alla legacy di Curry, il fenomeno con il numero 11 ha ripreso le buone vecchie abitudini, con un drastico miglioramento delle percentuali dal campo e numeri finalmente degni del suo status e di un contratto spesso al centro del dibattito quando si parla della supertax pagata dalla franchigia e delle possibili soluzioni sul mercato per alleggerire il monte salari. Nelle ultime 8 partite, compresi i 26 punti di questa notte, Thompson sta segnando 21.3 punti di media con il 45% da tre.

Numeri e pericolosità dei quali sta beneficiando tutto il sistema Warriors, abituato a spaziature sul perimetro in grado di punire come nessuno sa fare meglio di loro la gravity esercitata d Steph Curry, nella quale appunto le triple del numero 11 e il gioco off-the-ball di un Andrew Wiggins sempre più All-Star si incastrano a perfezione. La somma di tutti questi addendi ha restituito la miglior versione possibile di Golden State, quella che appena 6 mesi fa si laureava campione NBA e che in forza dell'anello partiva ovviamente con i favori del pronostico. In 3 mosse, contando sulla miglior versione dei soliti Big 3, i Warriors stanno tornando a fare paura. E se la proprietà deciderà di muoversi sacrificando appunto i giocatori bocciati, non è detto che il roster non possa migliorare ancora. D'altronde, se la tua finestra coincide con quella di Curry e il numero 30 sta giocando a livelli impensabili per un 34enne con quell'usura fisica, non puoi permetterti di restare a guardare.

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