Dan Peterson: “Oggi il basket è diventato un circo, odio il tiro da 3. Berlusconi mi offrì il Milan”

Novant’anni e la stessa energia di sempre, Dan Peterson racconta la sua vita come ha sempre fatto: senza filtri, tra aneddoti, ironia e lezioni di leadership. Dalla Chicago degli anni ’40 alle panchine dell'Olimpia Milano, passando per la leggendaria “Banda Bassotti” e una delle rimonte più iconiche del basket europeo, “The Coach” ripercorre a Fanpage.it una carriera costruita su fiducia, disciplina e istinto. E lo fa con la stessa chiarezza con cui, ancora oggi, divide il mondo tra chi crede e chi guarda il tabellone.
Cosa fa oggi Dan Peterson a 90 anni?
"Novanta anni, sono novanta! Sono nato il 9 gennaio 1936, lo stesso giorno della fondazione dell’Olimpia Milano. Forse nello stesso momento! Oggi faccio il professore: ho due lauree, insegno da più di 40 anni team building, motivazione, psicologia del gruppo".
Lei è molto attivo anche con incontri e conferenze…
"Sì, e mi diverto tantissimo. Porto esempi concreti: cosa diceva Meneghin, cosa faceva D’Antoni, come si prepara una partita. La gente vuole cose pratiche, non teoria".
In occasione del suo compleanno è uscito "Dan Peterson: Per sempre numero uno". Si aspettava di diventare protagonista di un documentario?
"No, è stata un’idea del mio manager. Io devo solo ringraziare chi l’ha realizzato".

Partiamo dagli inizi. Come nasce il suo amore per lo sport?
"Da bambino giocavo sempre a baseball. Poi a 15 anni ho iniziato ad allenare. E pensa: ero un pessimo giocatore di basket, mi tagliavano sempre… ma proprio quelli che mi hanno tagliato mi hanno spinto a fare l’allenatore".
C’è stato un momento chiave?
"Sì, un allenatore alle scuole medie. Eravamo sotto di 15 all’intervallo, io pensavo che avrebbe urlato. Invece disse solo: ‘Il primo tempo è stato loro, il secondo sarà nostro'. Da lì ho imparato tutto sulla fiducia".
Tra le sue squadre viene ricordata sempre la ‘Banda Bassotti' ma mi sono permesso di fare qualche ricerca e ho notato che anche in precedenza lei si è ritrovato spesso ad allenare squadre ‘piccole'…
"Sempre! In Cile avevo la squadra più bassa del torneo, a Delaware pure. Quando arrivai a Milano con la “Banda Bassotti', locuzione coniata dal mio amico Oscar Eleni, per me non era una novità. Tutti pensavano che eravamo destinati a retrocedere ma quella squadra era composta da molti giovani e senza lunghi dominanti, ma riuscimmo a far bene con un lavoro enorme".
Quando è arrivato all’Olimpia Milano, ha capito subito che avrebbe costruito una dinastia o è cresciuto tutto nel tempo?
"No. Sapevo solo che dovevo essere all’altezza di Cesare Rubini. Io non mi sono mai seduto sul suo posto in panchina al Palalido per rispetto".

Si è parlato spesso dell’anno del Grande Slam all'Olimpia Milano: come si costruisce una stagione del genere?
"Abbiamo vinto tutto… ma sempre di pochi punti. Non abbiamo dominato, siamo sopravvissuti. E vincere su tre fronti era durissimo. La squadra era stata definita troppo vecchia ma trovava sempre l'energia per sopravvivere su tre fronti contemporaneamente, in un'epoca di viaggi difficili e senza aerei charter".
Probabilmente, il match di cui ha parlato più volte fu quello con l’Aris Salonicco per l’epica che racchiude: ci racconta come ha preparato quella rimonta nei giorni precedenti?
"Dopo aver perso in Grecia -31 punti rimasi sotto shock e in silenzio per sette giorni, lasciando condurre gli allenamenti al vice Franco Casalini. Prima della gara di ritorno, dissi solo due cose ai giocatori: voleva vincere la partita, anche di un solo punto (anche se non sarebbe bastato per il passaggio del turno), ma soprattutto non volevo che guardassero il tabellone. Se volevamo rimontare, non dovevamo avere fretta, bastava recuperare un punto ogni minuto. All'intervallo, avevamo recuperato 14 punti e chiese di recuperarne altri 20 nel secondo tempo. La rimonta fu un successo. Dopo la vittoria McAdoo si arrabbiò perché ho definito quella vittoria un miracolo e mi disse: ‘Non è un miracolo, eravamo convinti'. Io no!".
Tornare nel 2011 all’Olimpia Milano è stata una scelta di cuore o un rischio calcolato? Col senno di poi, rifarebbe quell’esperienza del 2011 oppure è stato un errore?
"Scelta di cuore. Se l’Olimpia chiama, io rispondo sempre. Era anche per correggere l'errore che avevo fatto 25 anni prima".

Il basket di oggi è molto diverso al suo: da grande amante del gioco, come guarda al basket moderno?
"Io odio il tiro da tre punti! Ora il basket è diventato un circo, una gara di tiro. Ai miei tempi si usava tutto il campo per cercare il buon tiro, non il tiro da tre. Il basket moderno è troppo incentrato sull'atletismo e meno sulla tecnica".
Le squadre degli anni ’80 reggerebbero oggi?
"Sono convinto che la mia Olimpia Milano del 1987, con giocatori come Meneghin, D'Antoni, McAdoo e Barlow, vincerebbe il titolo di Serie A oggi. Le squadre italiane degli anni '80, con solo due stranieri, erano di altissimo livello. Qualcuno dirà che sono passatista, ma io la penso così".
La NBA ha perso un po' di fascino rispetto al passato?
"Sì, decisamente…"
Anche per questo ci sono state molte critiche per il record di 83 punti di Adebayo è stato molto criticato?
"Assolutamente, negli 83 punti di Adebayo ci sono 40 tiri liberi… di cosa parliamo? Per me sono meno significativi rispetto alle performance di Elgin Baylor o Michael Jordan in partite cruciali di playoff".
Quindi alla fatidica domanda LeBron vs Michael Jordan la risposta è semplice…
"Riconosco la grandezza e la longevità di LeBron James, questo senza nessun dubbio e lo applaudo, ma io prendo sempre Michael Jordan. Fine della discussione".
Cosa pensa Dan Peterson del progetto NBA Europe?
"Sono scettico. Voglio vedere il progetto vero. Finché non lo vedo, non ci credo. Faccio io una domanda? Squadre come i Boston Celtics giocherebbero partite ufficiali in Europa? Vedo l'iniziativa come un tentativo dell'NBA di prendere mano dall'Eurolega, senza un vero progetto per lo sviluppo del basket europeo. In molti non lo ricordano, ma io ho ancora in mente ‘NBA China' e chi sa di cosa parlo ricorderà come è finita…"
Meglio allenare o raccontare il basket?
"Allenare. Ma scrivere è una responsabilità enorme".
A proposito di giornalismo, quanto è cambiato?
"Oggi chiunque può scrivere online. Prima serviva studio, esperienza. È tutto diverso. Quando mi chiama La Gazzetta dello Sport per scrivere per è un onore e una responsabilità. I social media hanno abbassato la qualità, permettendo a chiunque di esprimere opinioni spesso non documentate, a discapito di firme autorevoli. Faccio un esempio su tutti: quanti scrivono e argomentano come Paolo Condò? Dovremmo porci questa domanda più che altre".

Un paio di note extra basket: è vero che Berlusconi la voleva sulla panchina del Milan?
"Nel 1987, l'anno del Grande Slam, Adriano Galliani su richiesta di Silvio Berlusconi mi offrì di allenare il Milan prima di un evento in piena annata. Io presi tempo e gli chiesi di parlarne solo a fine stagione, per non destabilizzare la squadra, ma nel frattempo il Milan ingaggiò Arrigo Sacchi: la mossa si rivelò un colpo di genio e un successo per tutti. Tuttora scherzo con Galliani e Sacchi sull'accaduto: ‘Chissà cosa sarebbe successo se avessi accettato…'".
Altra curiosità: ci racconta come nasce il suo periodo da telecronista di wrestling?
"Conoscevo il wrestling fin dall'infanzia, avendolo visto in TV a Chicago fin dagli anni '50, ed ero consapevole che fosse uno ‘spettacolo con copione'. Fu Bruno Bogarelli a propormi, nel 1986, di commentare il wrestling per Fininvest. Lo vidi come un divertimento, senza prenderlo troppo sul serio. Ebbi la fortuna di commentare un'epoca d'oro con personaggi come Hulk Hogan, Ultimate Warrior, Undertaker e André the Giant. Mi sono divertito tantissimo e facevamo ascolti pazzeschi per l'epoca, cosa che oggi sarebbe impensabile".
Dan Peterson è stato protagonista di diversi spot televisivi: come sono nate quelle collaborazioni e come si è trovato sul set dopo anni di campo…
"Lipton, che si rivolgeva a un pubblico più anziano, cercava un testimonial sportivo giovane e virile. Dopo un provino passò del tempo e mi chiamarono per gli spot: diventai il volto iconico di Lipton per dieci anni. Io l'ho sempre detto e lo dico anche a te: ho lavorato con Nanni Loy, un maestro e un esempio di perfezionismo, con decine di ciak per pochi secondi di riprese, per ottenere il risultato migliore".
Coach, un saluto finale ai lettori di Fanpage.it…
"Amici sportivi di Fanpage.it, un grande abbraccio… e mamma butta la pasta!"