L’atletica leggera degli ultimi anni, una volta che il suo principe degli anni zero, Usain Bolt, ha detto basta si è concentrata intorno a un corpo, il corpo di Caster Semenya, del quale tutti hanno scritto, hanno parlato, sul quale tutti hanno un’opinione e una decisione da prendere. Come se intorno a quel corpo si giocasse la partita finale sul futuro dello sport più antico del mondo, perché appena siamo riusciti a stare in equilibrio su due gambe ci siamo presi a pugni e abbiamo corso.
Caster Semenya, nata il 7 gennaio 1991 a Polokwane è da sempre vista come un dubbio più che come un atleta.

Accade di norma quando si appare con il botto sulla scena internazionale e Semenya lo ha fatto fragorosamente. Nel 2008 non si qualificava nelle batterie degli 800 metri ai Campionati mondiali Juniores, l’anno successivo vinceva con 1'55″45 quelli i Mondiali assoluti di Berlino, accendendo su di sé un occhio di bue intenso e a volte insopportabile. Fin dalle prime gare in cui Semenya vinceva e vinceva di mezza pista, i rumori di fondo iniziarono a sentirsi. Le atlete che gareggiavano con lei parlavano chiaramente di impossibilità nell’affrontare un atleta fatta così (così come?), i giornalisti facevano emergere qui e là l’idea che Semenya fosse un nuovo tipo di atleta, un nuovo tipo di donna, forse non una donna, iniziare a scivolare lungo il pendio poi diventa semplicissimo.

Intanto lei continuava a vincere e il periodo 2011-2017 fu spettacolare. Vinse i Mondiali di Daegu nel 2011, le Olimpiadi di Londra nel 2012 davanti a Marija Savinova che verrà poi squalificata per doping, rivince le Olimpiadi di Rio de Janeiro nel 2016, questa volta superando altre due atlete molto chiacchierate sempre per questioni legate al sesso, Francine Niyonsaba del Burundi e Margaret Wambui del Kenya e infine vinse per la terza volta i Mondiali nel 2017 a Londra. Mentre tutto questo accadeva Caster Semenya è diventata il centro delle discussioni riguardanti l’atletica leggera, ma anche dello sport in generale perché per tutti il suo corpo era un problema da affrontare e risolvere.

Già dopo la vittoria ai Mondiali 2009 la IAAF ha predisposto dei test per analizzare il suo genere sessuale. I risultati vengono per fortuna tenuti nascosti, ma nel luglio del 2010 l’atleta viene riammessa a gareggiare con effetto immediato. Le voci e le accuse non si sono fermate e per metterci una pezza la IAAF introdusse un regolamento sull’iperandrogenismo, la condizione che si verifica quando il corpo di una donna produce naturalmente alti livelli di ormoni maschili e grazie a quegli ormoni può avere vantaggi competitivi nelle competizioni sportive. Caster Semenya è riuscita ad andare avanti ancora qualche anno con tutta una serie di limitazioni e soprattutto mostrandosi il meno possibile, per non farsi sempre indicare come il buco nero dell’atletica leggera, arrivando poi al ricorso al TAS di Losanna del 2019 contro la nuova normativa della IAAF, che le impediva di partecipare alle gare tra i 400 e i 1500 metri senza abbassare il proprio tasso di testosterone.

Le atlete non devono superare il limite di 5 nanomoli di testosterone per litro di sangue e chi non è nei parametri deve ridurre il valore del testosterone attraverso uno specifico trattamento farmacologico. Semenya stavolta non si è nascosta ma ha reagito, venendo però sconfitta. Anche se la IAAF ha definito discriminatorio ma necessario per le competizioni il dover obbligare a una cura farmacologia le atlete con un altro livello di testosterone, il TAS ha prima sospeso la decisione e a settembre 2020 confermato la scelta della IAAF, rigettando il ricorso della Semenya e della Federazione Sudafricana.

Cosa farà ora Caster Semenya alle Olimpiadi di Tokyo? Non parteciperà per protesta contro la IAAF? Si sottoporrà alla cura farmacologica per gareggiare negli 800 metri? Gareggerà nei 200 metri, come aveva scelto di fare prima della pandemia? Sono tutte domande a cui avremo risposte nei prossimi mesi.