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The Last Of Us è la prima serie tv che ha superato la maledizione dell’adattamento da un videogioco

The Last of Us, dal 16 gennaio su Sky e NOW, supera la maledizione dell’adattamento da un videogioco e riesce anche a evitare equivoci: non c’è paragone con altre produzioni. In un mondo abitato dalla mancanza dei legami, le storie che mette in scena sono potentissime.
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Era davvero complicato superare la maledizione della trasposizione da un videogioco, soprattutto quando parliamo del videogioco più amato, venduto e venerato degli ultimi dieci anni. Forse il miglior videogioco. Di sempre. The Last of Us – dal 16 gennaio su Sky e in streaming on demand su NOW – aveva dalla sua una scrittura solida in grado di sparigliare l’agguerrita concorrenza nel genere dei ‘survival horror’. Una scrittura solida a tal punto che fu immediata la percezione che di fronte non c’era un semplice ‘survival horror’. Riduttivo, anzi, inserirlo in quel tipo di filone.

Vale lo stesso per la serie, che si avvale dello stesso creatore del videogame Neil Druckmann coadiuvato da Craig Mazin (Game of Thrones, Cernobyl) alla regia. Ammettiamolo: dopo ennemila progetti sulla post-apocalisse, dopo tantissime declinazioni e superati gli anni del Covid, che hanno spinto sceneggiatori e scrittori a produzioni più intimiste – molto spesso racconti borghesi, o comunque da tinello di casa – e ambientazioni nel passato, sembrava davvero finita per questo tipo di storie. Quando alla base di tutto c’è la scrittura, nessuna storia è mai davvero esaurita. 

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The Last Of Us riesce lì dove tante altre produzioni hanno fallito. Il merito di Neil Druckmann è evidente. Riesce a rendere semplice qualsiasi forma complessa. Lo sa fare su qualsiasi mezzo e su qualsiasi prodotto. Neil Druckmann è un artigiano della scrittura. Ha conosciuto il fallimento (il primo soggetto di The Last of Us fu proposto a Romero, il papà degli zombie, che gli disse che era troppo debole; la Naughty Dog gli chiese: “Si, ma dove sono i boss di livello?”) e ha sfoderato la perseveranza (quella del Maradona di Paolo Sorrentino, per intenderci). E, adesso, noi spettatori siamo qui a goderci tutto questo.

La trama riprende quasi fedelmente quella del videogioco. Il primo episodio è struggente quanto impressionante per quanto fedele. Si parte dal prologo: nel 1968, in una intervista alla BBC, uno scienziato avverte che prima o poi l’umanità si trasformerà in marionette che cercheranno di infettare ogni essere vivente sulla terra. Nel 2003, la profezia si avvera a seguito della mutazione di un fungo, il Cordyceps. Nel giorno dello scoppio dell’epidemia, Joel perde sua figlia (la sequenza è praticamente identica al videogame). Lo ritroveremo venti anni dopo, in un mondo spaccato tra tante fazioni, piccole comunità, alcune militarizzate. Lui è una sorta di cercatore-mercenario-contrabbandiere e vive alla giornata. Quando gli affidano la custodia di Ellie, l’unica che sembra essere immune al virus, le vite di entrambi cambiano radicalmente. Inizia il viaggio, inzia l’avventura. Ed entrambi proiettano l’uno sull’altra, quello che hanno perso nella vita precedente e quello che forse possono riconquistare adesso. Ma a che prezzo?

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Pedro Pascal e Bella Ramsey sono perfetti nei ruoli di Joel ed Ellie. Entrambi hanno dovuto affrontare i pregiudizi dei fan del videogioco. Nel caso di Pascal, il pregiudizio era legato alla sovraesposizione dell’attore in questo momento, impegnato com’è soprattutto in un’altra serie in vista come “The Mandalorian”. Il fatto che nella serie Disney+, l’attore sia mascherato, gioca sicuramente un grande punto di favore. Su Bella Ramsey, si è palesata la stupidità umana: è brutta, è troppo inglese, è inesperta, non potrà mai essere Ellie. Bullshit!, direbbero gli americani.

Il terzo episodio, uno stand alone con protagonisti Murray Bartlett e Nick Offerman, è un gioiello di scrittura e di intensità. In un mondo abitato dalla mancanza dei legami, la storia di questi due uomini è potentissima. Probabilmente, sarà la migliore ora di televisione della vostra vita. Le musiche di Gustavo Santaolalla, determinanti nel videogioco, lo sono anche nella serie accompagnando i passaggi più importanti, aggiungendo un ulteriore elemento di valore all'interno della narrazione.

Nick Offerman e Murray Bartlett, protagonisti del terzo episodio.
Nick Offerman e Murray Bartlett, protagonisti del terzo episodio.

The Last Of Us lavora tantissimo sull’immaginazione dello spettatore anche grazie a una incredibile cura delle ambientazioni. Lo sfondo, che talvolta sembra essere messo in ombra dalle performance degli interpreti, gioca invece un ruolo fondamentale. Sta allo spettatore, infine, fare propri i momenti migliori, godersi il viaggio e riconoscere che The Last Of Us sia un capolavoro. Chi scrive, lo ha già fatto.

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Gennaro Marco Duello (1983) è un giornalista professionista. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa di Napoli. Lavora a Fanpage.it dal 2011. Ha esordito nella narrativa nel 2022 con il romanzo Un male purissimo (Rogiosi). California Milk Bar - La voragine di Secondigliano (Rogiosi, 2023) è il suo secondo romanzo.
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